Oggi parliamo con… Giacomo Toma

Incontriamo a Monteroni di Lecce Giacomo Toma.Intervista a cura di Alessandro Noseda.

 

Buongiorno e grazie per l’accoglienza.

Buongiorno e grazie a voi.

Ci racconti di te? Chi sei e perché leggi e scrivi?

Sono un giovane avvocato salentino di ventotto anni e vivo nel mio paese, Monteroni di Lecce, nel Salento. Leggo tantissimo, sin da quando ero bambino. La lettura ti spalanca nuovi mondi e l’impulso della scrittura, almeno nel mio caso, è nato proprio da lì, dal piacere della lettura. È un bisogno insopprimibile di esistere, di lasciare la tua testimonianza, di dire che ci sei: se il mondo non ti piace, con la scrittura puoi reinventarlo e modellarlo a tuo piacimento. E quando lo doni agli altri con un romanzo, ciascun lettore questo mondo può prenderlo tra le sue mani e farne quello che vuole. La narrativa è qualcosa di meraviglioso e scrivere e leggere sono due facce della stessa medaglia: due atti di libertà estrema.

 

Come nascono le tue storie? Quanto rubi alla fantasia, quanto ad altri autori e quanto alla realtà?

Direi che è un misto tra tutte queste cose. La fantasia è determinante. Il romanzo è invenzione e le storie, anche quando si ispirano a qualcosa di reale, naturalmente non possono mai rispecchiare fedelmente il reale ma hanno bisogno di deformarlo, di riadattarlo almeno un minimo. D’altro canto, la realtà non ha mai un ruolo marginale. Nonostante l’invenzione, la genesi di una storia, la sua ragion d’essere più intima, risiede pur sempre nella realtà. Tante volte, quando pensiamo di inventare, inconsciamente stiamo semplicemente scomodando e rielaborando una nostra precedente esperienza di vita, qualcosa che conosciamo bene. Il nostro vissuto ha sempre un ruolo fondamentale. Quanto alle letture che facciamo, poi, è inevitabile che ogni romanzo ci influenzi. La scrittura cambia in continuazione, soprattutto quando siamo giovani, e tutti noi finiamo per ereditare qualcosa degli autori che amiamo di più.

Dove scrivi? Hai un “posto del cuore” dove trovi ispirazione?

Scrivo a casa, quasi sempre la sera tardi. L’ispirazione ti può cogliere ovunque, mentre sei a lavoro, in palestra o sotto la doccia. Ma l’ispirazione è semplicemente la scintilla iniziale, la combustione che ti mette in moto, e la verità è che uno scrittore non può vivere di sola ispirazione. Dopo il primo big bang di idee l’ispirazione diminuisce o viene addirittura meno, e allora tocca a te sopperire a questa mancanza facendo ricorso a due elementi: il metodo e la dote. Nessun romanzo si conclude con il semplice desiderio di scrivere: senza tenacia, sacrificio e tecnica la storia non va avanti. E l’esperienza gioca come sempre un ruolo cruciale.

 

Preferisci il silenzio o ami musica di sottofondo?

Non è raro che utilizzi una musica come sottofondo, qualcosa di rilassante come Morricone, Yann Tiersen, Chopin, Ludovico Einaudi. Ma in questi casi la musica ha più una funzione preparatoria. Quando sento di dovermi immergere sul serio nella scrittura preferisco il silenzio. È il miglior modo per trovare la concentrazione che ti serve. Nel silenzio non ci sono barriere, ci sei tu e il tuo romanzo, uno di fronte all’altro, a guardarti negli occhi: e finalmente ti puoi parlare e recuperare tutto quello che hai trascurato nel corso della giornata.

 

I razza strana è la tua ultima fatica. Perché comprarlo?

Faccio fatica a trovare dei motivi specifici. E’ un racconto che ripercorre quasi un secolo di vita di una famiglia a cui la storia ha riservato un destino diverso dalle altre, generazione dopo generazione. La storia dei protagonisti si annoda alle tradizioni del Salento, terra bella e difficile come tutte le terre del sud. E la vera ricchezza de I razza Strana è che sono radicati alla loro terra come se fossero alberi di ulivo. Passano eventi tra i più catastrofici, ma niente riesce ad abbatterli. Ecco, penso che il romanzo andrebbe letto anche per questo: perché in ultima analisi è un omaggio all’unicità della mia terra, con i suoi suoni, odori e costumi, e alla mia gente, con i suoi pregi e difetti.

 

Quali sono state le maggiori difficoltà nella stesura del romanzo? E del rapporto con Editore ed Editor cosa puoi dirci?

Penso che siano state le difficoltà classiche di ogni stesura. Scrivere è un’operazione complessa all’esito della quale devi far quadrare i conti. La storia puoi rappresentartela in testa dall’inizio alla fine, ma nello svolgimento, man mano che scrivi, può prendere direzioni imprevedibili. Ecco, la più grande difficoltà non è stato capire cosa dovevo scrivere, ma cosa non dovevo scrivere. Mi ispiravo alla mia terra e alla mia gente, avrei voluto raccontare tanto altro ma spesso ho dovuto mettere a freno gli istinti e cercare di non sovraccaricare la storia. Il rapporto con la mia editor Serena Di Battista della Thèsis Contents, agenzia che mi rappresenta, è stato fondamentale. Abbiamo avuto un costante contatto durante tutta la fase di revisione del romanzo, perché la versione originale aveva un impianto che non ci convinceva. È anche grazie ai suoi preziosi consigli se il romanzo è giunto alla forma attuale, devo dire notevolmente rafforzato rispetto alla prima stesura.

 

Hai altri progetti in fieri?

Sto ultimando il mio terzo romanzo e spero, nonostante i continui rimandi dovuti ai miei impegni professionali, di poterlo consegnare alla mia agente entro l’estate. È un racconto molto diverso da quello precedente, ma per ora acqua in bocca. Vedremo.

 

Descriviti come lettore. Quali libri compri? Hai un genere preferito o spazi a seconda del momento, dello stato d’animo? E se devi regalarlo un libro come lo scegli?

Non ho un genere preferito, e a parte il fantasy leggo veramente di tutto. Quando giro tra gli scaffali di una libreria mi oriento unicamente in base a una percezione: la qualità dello scritto. Non mi piacciono le operazioni commerciali, mi basta leggere poche righe per capire se una scrittura può fare al mio caso o no. Quando una storia mi piace al punto da avermi letteralmente sorpreso, ecco, è allora che sono disposto a regalarla ai miei amici.

 

Un consiglio ad un esordiente che ha la sua storia nel cassetto e non ha trovato ancora nessun editore interessato a pubblicarla?

Intanto diffidare dagli editori che chiedono contributi per pubblicare. Sono in genere quelli che offrono servizi editoriali più scadenti e, come è capitato anche a me, spesso e volentieri non forniscono all’autore neppure la rendicontazione delle copie vendute e la corrispondente liquidazione dei diritti d’autore. Rivolgersi a un’Agenzia letteraria può essere un buon viatico: si tratta di soggetti tecnicamente competenti, con un’ottima conoscenza del mondo editoriale e dei suoi meccanismi. Ma anche qui, naturalmente, diffidate da chi vi chiede soldi. Scrivere è difficile e le delusioni nel percorso di uno scrittore, soprattutto se giovane ed esordiente, sono all’ordine del giorno. Però non bisogna abbattersi, né avere l’ansia di pubblicare a qualunque costo: se uno scritto merita prima o poi i risultati arrivano. L’importante, nella scrittura come nella vita, è imparare a crescere dalle delusioni. Ai miei giovani colleghi con una storia nel cassetto quindi dico: non demordete! Pensate piuttosto a scrivere, cancellare, strappare, riscrivere, ricancellare e strappare nuovamente, proprio come faccio io. E, tra un passaggio e l’altro, naturalmente, leggete tantissimo. La scrittura è una pianta che si coltiva con sacrificio: quando le radici saranno sufficientemente profonde i buoni frutti arriveranno.

Un autore (o più) che costituisce per te un benchmark. E perché? Quale suo libro consiglieresti ai nostri lettori?

Mi viene in mente Andrea Vitali: uno scrittore di grande successo che coniuga la qualità dello scritto alla sostanza dei contenuti. Adoro il suo modo di raccontare la vita di provincia del nostro Bel Paese con una semplicità e un umorismo sensazionale, in maniera mai scontata, sempre avvincente. Ai lettori del Blog consiglierei tutti i suoi romanzi, ma se proprio dovessi scegliere direi Olive comprese o Almeno il cappello, i miei preferiti. Sono la dimostrazione che successo e merito, sovente, possono andare a braccetto.

 

Come te la cavi in cucina? Donaci una citazione e una ricetta! E grazie per la disponibilità!

Una citazione che ben si adatta al contesto è quella di Gustave Flaubert: “non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere”.

Quanto alla ricetta, mi viene un po’ da ridere perché purtroppo io e la cucina siamo due mondi a parte. Fortuna vuole, però, che io abbia assistito tante volte, a casa dei nonni, alla preparazione di un prelibatezza salentina, le pìttule. Altrimenti il massimo che avrei potuto donarvi è la ricetta delle spinacine comprate al supermercato e fatte al microonde.

Pìttule Salentine

Ingredienti

– 1 kg di farina;

– 1,5 cubetti di lievito di birra;

– Acqua e sale.

Procedimento

Le Pìttule sono molto semplici da preparare. Si amalgamano gli ingredienti sino ad ottenere un impasto da far lievitare a temperatura ambiente per qualche ora. Dopodiché si prende la pasta con un cucchiaio e, a poco a poco, la si frigge in olio di oliva bollente. Ne usciranno fuori delle sfere un po’ irregolari della dimensione di una pallina. L’impasto può essere anche arricchito con la presenza di pomodori, capperi, baccalà, alici, olive nere, rape lesse e altre prelibatezze. Decidete voi.

Vi assicuro che ne vale la pena.

Buon appetito.

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