Nero Lucano – Piera Carlomagno

TRAMA

La vista che si presenta di fronte a Viola Guarino, anatomopatologa chiamata per un sopralluogo sulla scena del delitto, è orribile: un uomo con la testa spaccata, letteralmente, in due. È un ingegnere di origini lucane che da tempo abita a Varese, tornato al paese per affari. Ma quali affari? La sua efficientissima segretaria – e forse amante – ne ha perso per ore le tracce proprio alla vigilia di un accordo milionario. E la moglie Leda, che detesta la Basilicata, si mostra vaga fino al punto di essere sospetta. Le fin troppo sensibili «antenne» di Viola, un po’ scienziata e un po’ strega, colgono una tensione erotica più torbida rispetto a un semplice triangolo – o quadrato – extraconiugale. O forse si sta lasciando influenzare dal ritorno del sostituto procuratore Loris Ferrara, irresistibile e sfuggente come il giorno in cui si sono incontrati – e come il giorno in cui si sono lasciati? Prima che possa fare ordine tra prove, intuizioni e sentimenti, però, si scopre un nuovo cadavere. C’è stata un’altra vittima, prima dell’ingegnere. L’assassino firma i suoi crimini lasciando al suo passaggio tracce che sembrano sberleffi: una mappa del territorio fin troppo dettagliata, una pagina dalla Divina Commedia. Non c’è dubbio che colpirà ancora. Una Matera invernale e inquietante, di straordinario fascino tra tempeste e gravine, fa da sfondo a una corsa contro il tempo sulle tracce di un serial killer implacabile. Per inseguirlo, in sella alla sua moto, Viola Guarino dovrà attraversare diverse sfumature di nero: dentro e fuori dall’animo umano.

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Il segreto della Maddalena – Annalaura Giannelli

Trama

È il ventidue luglio quando Saro Santagata, il rampollo di una delle più note e facoltose famiglie del mondo imprenditoriale siciliano, scompare misteriosamente durante un giro in barca: il suo veliero viene ritrovato in mare aperto, ma di lui non c’è nessuna traccia. Disperato per l’andamento zoppicante delle indagini ufficiali, il padre del ragazzo affida il caso all’investigatore privato Andrej Lupo, un affascinante cercatore di verità perennemente in lotta coi propri demoni interiori, e alla sua più fidata collaboratrice, la magnetica sensitiva Karina Sanchez. Sullo sfondo di una Sicilia a tratti seducente e a tratti tenebrosa, Lupo e Karina dovranno destreggiarsi tra questioni di potere e fragili equilibri familiari, rivalità e inganni, attentati quanto mai sui generis e sconcertanti scoperte su riti esoterici e culti misterici. Riuscirà la straordinaria coppia di detective a rimettere insieme i tasselli di un puzzle molto più intricato del previsto? E se Genezzano, un antico borgo sperduto fra i monti delle Madonie, nascondesse delle verità rimaste celate nelle pieghe del tempo?

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Qui rido io

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a cura di Roberta Verde

Eduardo Scarpetta è il più autorevole e famoso scrittore di teatro di fine Ottocento, creatore della maschera di Felice Sciosciammocca, figlio diretto di Pulcinella. Ogni sua commedia è un successo, ogni suo spettacolo un trionfo. Se però sul palco tutto sembra perfetto, nella vita privata ci sono non pochi problemi. Le numerose relazioni intrattenute contemporaneamente con diverse parenti della moglie Rosa (la sorella e la nipote) stressano non poco il celeberrimo artista. Soprattutto perché da ogni relazione nascono tanti figli e risulta difficile, se non impossibile, rispondere alle esigenze di tutti. Di conseguenza Scarpetta assume un atteggiamento autoritario, in particolar modo con il figlio Vincenzo, unico erede legittimo (perché unico nato dal matrimonio) dell’artistica eredità paterna. Scarpetta se da una parte deve provvedere alla sua numerosa prole, dall’altra deve riuscire a non deludere mai il suo pubblico. Per questo decide di mettere da parte la maschera di Sciosciammocca concentrandosi sulla realizzazione della parodia dell’ultimo dramma di D’annunzio “La figlia di Iorio”. Il Vate dimostra di apprezzare molto la rielaborazione comica e incoraggia Scarpetta a proseguire pur non concedendogli ufficialmente un’autorizzazione scritta per la messa in scena. Un gesto quest’ultimo che preoccupa non poco il commediografo campano che difatti si troverà di lì a poco a scontrarsi con la prima delusione professionale. D’Annunzio e altri intellettuali del tempo lo querelano per plagio e diffamazione, trascinandolo in tribunale. Grazie anche all’aiuto del filosofo Benedetto Croce, Scarpetta però riesce a vincere la sfida.

Recensione di Roberta Verde

Raccontare la vita di Eduardo Scarpetta non è impresa facile e non solo perché Scarpetta è il capostipite di un albero genealogico estremamente complesso. Scarpetta è un artista la cui vita è spesso stata raccontata “di riflesso”, anche se va segnalata la sua autobiografia “Cinquant’anni di palcoscenico” pubblicata per la prima volta nel 1922. Il grande pubblico, infatti, lo (ri)conosce soprattutto come padre dei tre fratelli De Filippo (Titina, Eduardo e Peppino) o come autore di Miseria e Nobiltà (commedia portata sul grande schermo da Totò nel 1954) ma ignora quasi del tutto la sua vita, le sue emozioni, le sue scelte. Il regista Martone ha dunque voluto e forse dovuto colmare un vuoto che era tale da troppi decenni. La figura di Scarpetta come uomo e commediografo sembrava ormai sbiadita e vinta del tempo: Qui rido io le restituisce una luce e una voce senza precedenti, soprattutto grazie a una magistrale interpretazione di Toni Servillo, cui fa coro un cast di altissimo livello. Nonostante il film tratti della vita di Scarpetta (utilizzando come titolo il suo celebre epitaffio che ancora oggi campeggia sulla villa del Vomero), la trama ha un’impostazione corale, di ampio respiro, estremamente curata nei dettagli che restituiscono con grande efficacia le vivaci atmosfere della Napoli di inizio secolo. Il film inizia in media res, durante la messa in scena dell’opera più celebre di Scarpetta Miseria e Nobiltà: la commedia, scritta nel 1887, è stata da sempre il banco di prova delle giovani leve della famiglia. Ogni figlio doveva misurarsi con il ruolo di Peppiniello e il suo celebre refrain “Vicienz m’è padre a mme!”. Ed è proprio questo binomio famiglia-teatro a essere la struttura portante dell’intero lavoro: la costante alternanza tra dimensione pubblica e privata dell’artista restituisce un’immagine completa e inedita del carattere fortemente autoritario di Scarpetta, signore assoluto delle scene e della casa. Come in un grande harem, Scarpetta viveva circondato dalle sue donne, quasi tutte provenienti dal medesimo ceppo familiare. La moglie ufficiale era Rosa De Filippo (appassionatamente interpretata da Maria Nazionale). Dalla relazione nacque Vincenzo Scarpetta, animo libero, affascinato da un mondo artistico moderno e all’avanguardia, un mondo che lo avrebbe portato in direzioni totalmente opposte al teatro di tradizione paterno. Ma per lui non c’era scampo: nel suo futuro c’era esclusivamente l’eredità di Sciosciammocca. Rosa De Filippo fece accettare a Eduardo anche il figlio Domenico, nato da una relazione extraconiugale con il Re Vittorio Emanuele II, che il commediografo riconobbe come suo; di contraltare Rosa dovette accettare e adottare Maria, figlia che Scarpetta aveva avuto con Francesca Giannetti, un’insegnante di musica. La passione per il gentil sesso spinse Eduardo tra le braccia della giovane Luisa, nipote della moglie Rosa: con lei mise al mondo Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. Parallelamente Scarpetta si unì anche ad Anna De Filippo, sorella della moglie Rosa: con lei ebbe altri due figli Eduardo De Filippo (che assunse il nome d’arte di Eduardo Passarelli) e Pasquale De Filippo, il figlio che, in ambito artistico, ha avuto meno successo. Si dice che anche Ernesto Murolo sia figlio di Scarpetta. Tutto vivevano vicini, nel medesimo palazzo o al massimo nella stessa strada. Scarpetta riusciva così ad avere il pieno controllo di tutto e tutti. L’unico vero “ribelle” è il figlio Peppino, un bambino che sembra non essere desiderato. Nato nello stesso anno del fratellastro Eduardo (figlio di Anna), Peppino viene mandato a balia in campagna. Il bambino non ama “zio Eduardo” (i figli illegittimi così dovevano chiamarlo) ed è insofferente alla vita di città e alle scene. Queste profonde ferite Peppino se le porterà dietro tutta la vita e sfoceranno nell’ autobiografia “Una famiglia difficile” pubblicata dall’artista nel 1976. Se Peppino è il figlio insofferente, il fratello Eduardo è il figlio introverso: partecipe del dolore della madre, che sarà sempre un’amante e mai la legittima compagna di Scarpetta, esterna la sua sensibilità nella stesura di piccole commedie. Rispetto al fratello, che sarà anch’egli autore teatrale, Eduardo proseguirà questo percorso di introspezione mettendo sempre al centro delle sue opere la famiglia con tutte le sue contraddizioni. Titina, la sorella maggiore, è un po’ la mamma dei fratelli e tale resterà per tutto il corso della vita. I caratteri dei piccoli De Filippo, cui viene dedicato ampio spazio, vengono ben illustrati da Martone che invece tralascia i figli avuti con Anna, Eduardo e Pasquale: è pur vero che questi due fratelli non hanno mai affrontato il discorso circa le loro origini, contrariamente ai De Filippo. Spazio importante è riservato al rapporto di Scarpetta con Maria, Domenico e Vincenzo. Rispetto a questi ultimi, resta evidente la predilezione per Maria, figlia adoratissima e legatissima al padre, così come le divergenze di vedute con Vincenzo, l’erede assoluto. Piccola nota, Vincenzo è intrepretato dall’unico vero erede della famiglia Scarpetta, il giovane e promettente Eduardo Scarpetta, figlio dell’attore Mario nipote diretto di Vincenzo Scarpetta. Martone cerca anche di indagare le emozioni delle madri dei figli di Scarpetta, tutte donne amate in società. Una delle battute più belle e incisive del film è pronunciata proprio da Rosa “La vergogna int’a sta casa nun sapimme che d’è. Non l’abbiamo mai saputo e non lo sapremo mai. Gloria ai nostri figli, e a faccia ‘e chi ce vo’ male”. Molto apprezzata la scelta dell’utilizzo della lingua napoletana, finalmente svincolata dal fenomeno Gomorra. Il film si divide idealmente in due momenti: quello prima e quello dopo l’incontro con D’Annunzio. Un incontro dal forte valore simbolico, che evidenzia gli animi contrapposti dei due personaggi: D’Annunzio con le sue atmosfere dense di un erotismo lascivo e soffocante, e Scarpetta che reca una nota di colore e leggerezza nelle altere stanze del Vate. Se nella prima parte emerge l’Eduardo più agguerrito e passionale, la parentesi dannunziana sembra rappresentare l’inizio della fine del fenomeno Scarpetta. La querela, unita ad altri drammi personali (un aborto di Luisa) getta nella disperazione Eduardo Scarpetta, costretto a fare i conti con le sue fragilità. Martone riprende Servillo/Scarpetta spesso di spalle, mentre cammina in una città deserta di notte o mentre ammira il panorama vicino Castel dell’Ovo; ma anche se il dolore della sconfitta brucia, bisogna risollevare la testa, trovare una soluzione ed andare avanti arrivando finalmente al non luogo a procedere dichiarato dal tribunale di Napoli nel 1908 (creando tra l’altro anche un precedente storico: la parodia di Scarpetta, non configurandosi come reato, andava a legittimare tutte le successive parodie che sarebbero state realizzate nella storia dello spettacolo). Il film è perfettamente confezionato: sublime la fotografia di Renato Berta, singolare la scelta delle musiche, canzoni classiche del repertorio partenopeo ma non coeve a Scarpetta. Presentato in concorso alla 78° edizione della Mostra Internazionale del cinema di Venezia, il film si aggiudica il Premio Pasinetti per il miglior attore attribuito a Toni Servillo. Benché in alcune parti risulti impreciso (fra tutte la trovata degli spaghetti conservati in tasca nel primo atto di Miseria e Nobiltà, gag non pensata da Scarpetta ma creata da Totò per la versione cinematografica) il film, come ha evidenziato recentemente il critico Giulio Baffi, è un documento eccezionale su una Napoli, culturalmente parlando, in stato di grazia.

Come navi nella notte – Tullio Avoledo

Trama

Marco Ferrari è un ex poliziotto che per aver creduto nella giustizia ha dovuto lasciare l’Italia rifugiandosi in Germania, dov’è diventato uno scrittore di gialli di successo. Costretto a tornare nel suo paese d’origine per mettere in vendita la casa al mare in cui ha trascorso le estati della sua infanzia, diventa testimone involontario di un rapimento sulla spiaggia deserta. Imbarcatosi di slancio in un’ostinata indagine personale che si dipana tra una Trieste oscura e una località balneare friulana meta dell’invasione giovanile della Pentecoste, Marco si districa in uno slalom mortale tra misteriosi antiquari e inquietanti balli in maschera, politicanti corrotti e agenti nazisti. Lungo la strada, costellata di ostacoli e minacce, lo accompagna una galleria di personaggi affascinanti e ambigui – una bellissima e fatale veterinaria, un enigmatico poliziotto cinese e un giovane seminarista ucraino in possesso di un documento per cui qualcuno è disposto a uccidere –, fino al drammatico epilogo, che costringerà Ferrari a sostenere lo scontro che ha sempre cercato di evitare, quello con il suo passato. In “Come navi nella notte”, ambientato in una cupa Italia post pandemica dove la penetrazione – ormai non più solo economica – della Cina sembra aver assunto i tratti di un vero e proprio assoggettamento, Tullio Avoledo combina sfrenata fantasia e feroce realismo, mettendo in scena un futuro molto prossimo capace di far risaltare meglio le ombre che incombono sul nostro presente.

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Nelle Scarpe dello Scrittore – Viaggio 9.0 Joe R. Lansdale

a cura di Roberto Gassi

«Adesso vi spiego. Da ragazzo ero un lettore vorace. I miei coetanei andavano pazzi per il baseball, le macchine truccate e roba del genere, io per i libri. Ma anche per come erano scritti e per chi li scriveva. Più tardi, a undici anni, la stessa passione mi è scattata per le arti marziali; passione che, come quella per i libri, mi porto dietro ancora oggi. Ma quella dei libri mi è arrivata prima. A quei tempi, per me la parola scritta era un’entità vivente, e continuavo a divorare instancabile volumi su volumi come un formichiere che divora formiche, e come un cannibale che spera di catturare l’anima delle sue vittime io facevo altrettanto con le parole, pensando così di riuscire ad impadronirmi del metodo di chi le aveva scritte».

J. R. Lansdale.

Mi cito dall’articolo 8.0: se pensate di poter chiudere la fantasia, l’ironia, lo stile, in un barattolo di vetro sigillandolo con un tappo ermetico come fosse confettura, con Lansdale non vi riuscirà.

Dal Texas Lansdale ci descrive l’America con le sue contraddizioni e storture ma afferma di credere ancora nel sogno americano inteso come offerta di opportunità. I suoi libri sono una mescolanza di generi frutto di una dieta letteraria molto variegata infatti in un’intervista, quando gli si chiede proprio di questo, cita Hemingway, London, Chandler, Steinbeck, Faulkner, Burroughs. Quando poi gli si chiede della questione della differenza tra generi bassi e generi alti risponde: “ Io non ho mai fatto simili distinzioni. Ho sempre scritto quello che mi piaceva scrivere e, di conseguenza, ho sempre letto quello che volevo leggere”; e ancora quando gli si domanda dell’etichetta di splutterpunk attribuita ai suoi primi lavori: “Voglio essere etichettato come lansdaliano, non splatterpunk né cowpunk come ha proposto qualcuno o qualcosa di ancora più assurdo!”.

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L’ultima caccia – Deon Meyer

TRAMA:

Sudafrica. Un uomo scompare dal treno più lussuoso del mondo, per essere ritrovato dopo qualche settimana tra i cespugli del deserto del Karoo, sfigurato e quasi irriconoscibile. Il caso, gestito con faciloneria e incompetenza, arriva ormai “freddo” sulla scrivania di Bennie Griessel, capitano della polizia di Città del Capo. Affiancato dal passionale collega Vaughn Cupido e dall’inappuntabile colonnello Mbali Kaleni ― la donna al comando della Sezione crimini violenti, meglio nota come gli Hawks, “i Falchi” ― Griessel tenta di dipanare il bandolo della matassa. Ma qualcuno, ai piani alti del governo e della polizia, non fa altro che mettergli i bastoni tra le ruote, cercando in tutti i modi di depistarlo. La morte dell’ex piedipiatti Johnson, bodyguard di uno dei ministri più in vista, sembra infatti essere legata a gravi episodi di corruzione degli alti apparati. Un caso scomodo, che qualcuno desidera insabbiare il più in fretta possibile. Nel frattempo, a diecimila chilometri di distanza, un uomo di nome Daniel Darret tenta di ricostruirsi una vita nella città di Bordeaux. È un uomo solitario e misterioso, con un passato di sangue e paura, che desidera una cosa soltanto: dimenticare. Ma un amico della vita precedente riesce a rintracciarlo, scoprendo la sua nuova identità.

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Dalla parte sbagliata di Alafair Burke

Trama

Non esiste una risposta giusta, tranne la verità

Quando Anthony Amaro fu dichiarato colpevole e condannato all’ergastolo, nessuno pareva avere dubbi: era lui il serial killer responsabile della morte di sei donne in soli sette anni, lui la mente disturbata che lasciava la propria firma rompendo gli arti alle vittime dopo averle uccise. Ma ora, dopo quasi vent’anni, il passato sembra tornare per reclamare un’altra verità: il corpo della psicoterapeuta Helen Brunswick, un tipo di donna molto diverso dalle ragazze perdute solitamente scelte dal killer, viene ritrovato nel suo ufficio a New York, una bambola di pezza con le ossa rotte. Nel frattempo, in carcere, Amaro riceve una lettera anonima. Chiunque l’abbia inviata, conosce il dettaglio delle ossa spezzate post mortem , un’informazione sempre rimasta riservata. Per gli avvocati di Amaro, questa è la prova della sua innocenza. A lavorare alla sua scarcerazione, per uno strano gioco del destino, c’è anche la giovane avvocatessa Carrie Blank, legata a quella vicenda da un terribile passato: Donna, una delle vittime, era sua sorella. Ma Carrie non è la sola a cercare la verità. Il caso viene affidato infatti alla detective Ellie Hatcher, chiamata a riesaminare l’indagine che aveva condotto alla condanna di Amaro. Per trovare le risposte che cercano, le due donne dovranno riportare alla luce oscuri segreti, che il tempo sembrava aver cancellato per sempre.

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Madre Medusa – Maria Laura Caroniti

Trama

Una figlia e una madre, un rapporto castrante, due generazioni a confronto, un’apparente incomunicabilità che pure alimenta un legame tossico. Maria Elena, però, è diventata madre a sua volta e, negli errori che commette ogni giorno, riconosce un’eredità non richiesta. Bisogna tornare indietro, tagliare quel cordone ombelicale e guadagnarsi un’indipendenza affettiva per se stessa e per sua figlia. E Maria Elena lo fa: torna indietro, scrive alla madre una lunga lettera in cui ripercorre traumi e ferite. E più la storia si snoda, più emergono conflitti irrisolti che richiedono un processo di guarigione. E, se guarire da una madre-Medusa si può, il prezzo da pagare è raccontare una storia senza finzioni.

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Oggi parliamo con… Andrea Cotti

Intervista di Manuela Baldi

Nelle librerie con il romanzo “L’impero di mezzo” per Nero Rizzoli, Andrea Cotti benvenuto su Giallo e Cucina.

1. MaBal  – Sei poeta, scrittore per ragazzi e per adulti, sceneggiatore, autore radiofonico, modi di scrivere diversi, hai una preferenza?

AC. Non ho una preferenza in generale, ma ho e ho avuto momenti nella vita in cui una cosa era più urgente delle altre. Tra “Un gioco da ragazze” e “Il Cinese”, ad esempio, sono passati quasi dodici anni, e in quei dodici anni l’urgenza era scrivere per il cinema e la televisione, era la cosa che sentivo più mia, che mi dava di più. Adesso, l’urgenza è tornata a essere scrivere romanzi, scrivere di Luca Wu.

L’ideale sarebbe scrivere una serie tv di Luca Wu. E chissà che…

2. MaBal – Andrea sei al secondo romanzo con lo stesso protagonista, ci puoi dire chi è Luca Wu?

AC. Vi dico chi è nella mia testa: Luca Wu è un eroe. Nel senso che è una persona che ha un codice morale, e che tenta di stare dalla parte dei buoni contro i cattivi. Pur con tutte le sfumature possibili, Wu tenta di distinguere, e di stare dalla parte giusta.

E lotta per ciò in cui crede.

Poi, è un uomo imperfetto, un marito imperfetto e un padre imperfetto. Ma è un uomo che ha qualcosa di buono dentro e che lo mette al servizio degli altri.

3. MaBal – Com’è nato il protagonista della storia? Cosa ti ha spinto a creare un protagonista come Luca Wu?

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Chi ha ucciso il Pret de Ratanà – Franco Busato

Trama

Può «el Pret de Ratanà», classe 1867, morire in un’afosa mattina estiva del 2018? Può un bambino di pochi mesi svanire nel nulla dalle braccia di sua madre? Due misteri che scuotono il pacifico ambiente del Parco delle Cave di Baggio e della Cascina Linterno a Milano. Lo stravagante Solo Molina aiuterà, à sa manière, la commissaria Delia De Santis e i suoi collaboratori Pascal e Vetrino a risolvere i casi. Solo Molina è un personaggio dalle mille risorse, che inanella spesso aggettivi o sinonimi nel suo discorso, sempre nel numero di tre. Ha un gatto certosino dal pelo blu, chiama «zio» l’albero di tiglio sotto casa e ha molti improbabili amici nel mondo del sottobosco metropolitano. Ma non è uno squilibrato, anzi, ha una mente sottile e incline alla riflessione che con i suoi originali espedienti dipana complicati e avvincenti enigmi.

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