Oggi parliamo con… Giancarlo De Cataldo

Nelle librerie con il romanzo “Il suo freddo pianto” terza avventura di Manrico Spinori della Rocca, Einaudi ed. , benvenuto su Giallo e Cucina, Giancarlo De Cataldo.

1. MaBal  – Le chiedo subito se l’idea di fare di Manrico Spinori il protagonista di una trilogia le sia passata?

GDC. Beh, non devo dirlo a un blog di giallo e cucina ma… come si dice, l’appetito vien mangiando… il progetto iniziale è di una trilogia ma confesso che ci sono almeno due altre storie che mi frullano in mente… vedremo

2. MaBal – “Il suo freddo pianto” è la terza avventura di Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda. Chi è quest’uomo?

GDC. Un carattere gentile in un contesto in cui tutti urlano. Un uomo mite, educato, ma anche determinato, seduttivo suo malgrado (più oggetto di desiderio che cacciatore). Con un piede nella tradizione della sua nobile famiglia e un altro nel contemporaneo, che cerca di arginare senza lasciarsene travolgere.

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Oggi parliamo con… Anthony Caruana

Intervista a cura di Marika Campeti

Buongiorno Anthony, e grazie di averci concesso un po’ del tuo tempo. Noi di Giallo e Cucina abbiamo letto il tuo romanzo “Contorni opachi” e vorremmo approfondire la tua conoscenza dato che il libro è piaciuto molto al pubblico e alla critica, tanto da essere presentato per il Premio Strega. 

Contorni opachi” un titolo che richiama la difficoltà del protagonista nellidentificazione con se stesso. Cosa hai voluto racchiudere in questo titolo? quale messaggio?

I Contorni Opachi sono le sfumature dell’esistenza che cerchiamo di definire nelle persone che incontriamo nella nostra vita. Ma, allo stesso tempo, sono i tratti caratteriali che siamo intenzionati a svelare noi stessi agli altri, nella misura in cui gradiamo essere riconosciuti.

Ci vuoi raccontare lemozione provata nel momento in cui ti hanno comunicato della candidatura al premio Strega?

È stato un momento di gioia pura, un’emozione che dura tuttora. Dopo lo stordimento iniziale, dovuto all’inaspettata notizia, ho cominciato a prendere consapevolezza di aver fatto un importante passo in avanti e di avere intrapreso un percorso letterario preciso che mi sta dando molte soddisfazioni.

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Oggi parliamo con… Greta Esposito

Intervista a cura di Manuela Fontenova e Dario Brunetti

Oggi parliamo con Greta Esposito giovane e talentuosa attrice napoletana che abbiamo potuto ammirare nella serie tv del Commissario Ricciardi.

Buongiorno Greta e grazie per aver accettato il nostro invito.

1) Tu sei una giovane attrice ma hai già interpretato ruoli complessi e partecipato a importanti cast. Nella serie tv del Commissario Ricciardi eri Antonietta, una ragazza sordomuta, apparsa nel secondo episodio “La condanna del sangue”. Una parte breve ma molto intensa e difficile: come ti sei preparata a interpretare questo personaggio?

–  È stato un lavoro di squadra. Alessandro è stato molto bravo a guidarmi, a spingermi oltre quello che io stessa sapessi di poter fare. Ho capito che la strada era partire dal corpo, deformarlo, per poi deformare anche la voce e tutto il resto. Ho visto e rivisto “Buon compleanno mister Grape”, in cui c’è un Di Caprio giovanissimo che interpreta un ragazzo portatore di handicap, e poi tutta una serie di reportage/documentari su ragazzi affetti da tetraplegia. Ho osservato molto per tanto tempo, poi ho cercato di riassumere tutto quello che avevo visto e dare il mio punto di vista rispetto alla patologia, e non una caricatura.

2. In Mental, una serie tv che tratta il disagio psichiatrico tra adolescenti, hai interpretato il ruolo di Nico, una ragazza che soffre di schizofrenia. Come si sono legate tra di loro le due esperienze con ruoli così complessi?

– È una bella domanda, grazie. A quanto pare ho un talento per le patologie! (scherzo) La tetraplegia e la schizofrenia sono due patologie molto diverse, perché la prima è visibile, mentre la seconda non lo è, avviene tutto nella mente, è psichico come disturbo, devi far vedere allo spettatore qualcosa che accade solo nel tuo cervello, e questo mi preoccupava e divertiva allo stesso tempo. Sono stati due stimoli completamente diversi che hanno richiesto anche uno studio diverso all’inizio, e che mi hanno fatto toccare ed esplorare corde espressive diverse. Con Mental ho lavorato molto sulla fissità, cosa complicata per me avendo insita nel DNA quella vitalità napoletana che ci porta a gesticolare e sottolineare ogni parola. Ho imparato cose diverse da entrambi e sono grata di questo ai registi che me lo hanno permesso.

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Oggi parliamo con… Alessio Piras

Copyright Laura Torre

Intervista a cura di Edoardo Todaro

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina ad Alessio Piras, col suo ultimo romanzo Gente sbagliata e partiamo subito con la prima domanda:

In “ Gente sbagliata “ oltre al commissario Jacopo Ravecca, troviamo anche l’ispettore Rapisarda. E’ sbagliato ritenerlo un coprotagonista?

Non è del tutto sbagliato. Ha una rilevanza molto maggiore di quella che avrebbe un semplice comprimario. Inoltre, non ho mai amato gli uomini soli al comando, né tanto meno sarei capace di far girare un’intera serie intorno a un solo personaggio. Cerco una dimensione più corale, se vogliamo.

Per il personaggio di Jacopo Ravecca ti sei ispirato a qualcuno in particolare ?

Per Ravecca non ho preso spunto da qualcuno in particolare. È una somma di caratteristiche che provengono da molti stimoli. Ha molto di me, ma ha molto di tanti amici genovesi, ciascuno dei quali, a mio avviso, rappresenta a modo suo la genovesità. Perché poi è questa la caratteristica fondamentale di Ravecca.

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Oggi parliamo con… Mina Alfieri e Scilla Bonfiglioli

Intervista a cura di Massimo Ghigi

Siamo oggi con due delle autrici, insieme a Franco Forte, del libro ‘Tullo Ostilio’, facente parte della bellissima serie ‘I Setti Re di Roma’ edita da Mondadori per la collana ‘Historica’, sto parlando di Mina Alfieri e Scilla Bonfiglioli. Bando agli indugi e partiamo subito con il fuoco incrociato di domande!

GeC: Il progetto editoriale dedicato da Mondadori ai sette re di Roma ha coinvolto la bellezza di 14 autori diversi coordinati da Franco Forte! Ci raccontate come siete state rese partecipi al progetto e come è nata la scelta di ‘Tullo Ostilio’?

MA: Franco Forte progettava questi romanzi da tempo, ma un’opera di questa mole aveva bisogno di una squadra di gladiatori. Ed eccoci qui: siamo quattordici autori selezionati in base al curriculum, molti dei quali hanno dimostrato le loro capacità di scrittura grazie a concorsi e pubblicazioni e, soprattutto, siamo tutti appassionati di Storia.

SB: Tullo Ostilio non ci è capitato per caso, abbiamo fatto tutto il possibile per occuparci di lui in questo progetto narrativo. Tutte e due conoscevamo già a grandi linee le figure leggendarie dei sette re di Roma e abbiamo scoperto che Tullo era uno dei preferiti da entrambe. Mina e io abbiamo puntato un uomo straordinario. Ci piaceva l’idea di lavorare su un personaggio in apparenza monolitico, ma che nasconde sfumature incredibili. Speriamo di essere riuscite a portarle alla luce.

GeC: Leggendo il vostro romanzo storico emerga la figura di Tullo Ostilio come un re dal carattere veramente ricco di sfaccettature: sprezzante nei confronti degli Dei, molto più vicino al popolo più umile che non ai senatori o comunque al ceto più agiato, bramoso di portare guerra al fine di incrementare il potere di Roma e, non ultimo, per soddisfare la propria sete di vendetta nei confronti degli assassini dell’adorata moglie. Raccontateci voi come avete vissuto questo re, durante la stesura del libro.

MA: Tullo è un eroe romantico nel vero senso del termine: è un uomo che ha bisogno di oltrepassare i propri limiti umani, di opporsi agli dei in cui crede fermamente ma di cui non condivide nessuna azione, e in questo senso l’ho trovato di una modernità quasi disarmante. Eppure, a differenza dell’eroe romantico, la sua spinta alla grandezza e la sua sete di libertà non si consumano nell’individualismo, anzi. Tullo Ostilio è il re del popolo, agisce per il popolo e tutto ciò che fa lo fa per Roma e per i romani. È un re che ha sofferto, a cui gli dei hanno tolto molto, perennemente insofferente perché non c’è modo di sanare le sue ferite, nemmeno con la guerra che fa per sentirsi ancora vivo. È un re dai molti incubi, fatto di luci e ombre, capace di grande ferocia ma anche di atti di immensa compassione. Come si fa a non volere bene a un re tanto rappresentativo del genere umano?

SB:  Tullo Ostilio è un uomo votato alla battaglia, non esiste se non nella dimensione della guerra. La prima cosa che Mina e io ci siamo chieste è perché. A differenza dei re che lo hanno preceduto e seguito sembra non avere altra volontà al di fuori della conquista e nulla nelle fonti lascia intendere che avesse legami che potessero trattenerlo o renderlo più prudente nel rischiare la vita davanti ai nemici. Ci siamo dette che non ha niente da perdere. Il destino si è accanito su di lui nel più crudele dei modi, sottraendogli con metodo ogni cosa che amava. C’è un detto che dice “togli a un uomo i suoi pilastri e lo farai cadere”. Tullo non è caduto, le tragedie lo hanno plasmato e lo hanno convinto di avere un conto in sospeso con gli dei. Allo stesso tempo, nelle fonti abbiamo trovato dettagli molto utili per definirlo: la prima cosa che fa salendo al trono è privarsi delle terre che appartenevano al re di diritto, per donarle ai cittadini più umili. Questo ci ha fatto pensare a un uomo astuto, capace di portare dalla sua parte la popolazione, ma anche interessato al destino dei meno privilegiati. Il nostro Tullo Ostilio è un diseredato dagli dei e, di conseguenza, un uomo che i diseredati li ha a cuore, così come, i poveri, i reietti e tutti coloro su cui, di solito, gli dei non posano mai uno sguardo benevolo. Ci siamo innamorate di lui.

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Oggi parliamo con… Luigi La Rosa

A cura di Rosario Russo

Ciao Luigi, è un piacere poter intervistare uno scrittore del tuo calibro! Parlaci un po’ di te.

Grazie, il piacere è mio. Difficile vedersi dall’interno con lucidità e con occhio distaccato. Posso dire che sono essenzialmente una persona complessa, con alcuni punti fissi, alcune idee fondamentali. Queste riguardano l’aspetto estetico, un punto per me irrinunciabile. Saprei sacrificare qualunque cosa nella vita: ricchezza, prestigio, comodità. Ma non la bellezza. Ho improntato tutto in rapporto ad essa: i miei studi, le mie letture, la mia volontà di scrivere, i miei amori – e non ultimo quello per la città di Parigi, divenuta il mio principale riferimento esistenziale.

L’Uomo senza inverno è un’opera imponente ed elaborata nei minimi dettagli. Quanto è importante la progettazione narrativa? Come procedi di solito alla stesura di un romanzo?

Mi piace definirmi un “architetto” delle storie che scrivo, nel senso che l’aspetto strutturale e progettuale è per me a dir poco fondamentale, oltre che appassionante. L’arte è anche “artigianato” nell’accezione più alta del termine e ogni opera è anzitutto frutto di una volontà tenace, di studio, di ricerche, di riflessioni, di tecniche. E di tanto, tanto vissuto. Tanto dolore, aggiungerei, perché il dolore finisce per scavare dentro, facendoti andare in profondità alle cose che racconti. Naturalmente, tutto ciò sposa l’aspetto più misterioso, più irrazionale e profondo dell’atto creativo – quello della cosiddetta “ispirazione” – parola secondo me abusata, perché ha dato luogo a false mitologie e a non pochi superficiali fraintendimenti.

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Oggi parliamo con… Rosario Russo

A cura di Marika Mendolia

– Ciao Rosario, presentati e parlaci un po’ di te.

Ciao Marika, un caro saluto a te e agli amici di Giallo e Cucina! Mi chiamo Rosario Russo, ho 34 anni e sono siciliano, precisamente di Acireale. Forse sarebbe meglio che mi definissi “siciliano di scoglio”, in quanto fortemente attaccato alla mia terra e poco propenso ad abbandonarla. Purtroppo il destino di noi giovani siciliani sembra essere quello dell’emigrazione e anche io a breve sarò destinato a partire verso altri lidi. Questa a mio avviso è la vera catastrofe.  

– Da dove nasce la tua immensa ispirazione per le tue opere? Hai seguito un preciso schema espositivo o ti sei lasciato guidare dalle emozioni?

Direi un cinquanta e cinquanta. Scrivere significa estrapolare un contesto reale e aggiungere la propria creatività. Le emozioni sono fondamentali, è chiaro, se l’autore non si emoziona il lettore se ne accorgerà presto in quanto la scrittura risulterà piatta, però è altrettanto sacrosanta la progettazione narrativa. Prima di iniziare a scrivere c’è un lungo lavoro dietro che prevede lo studio dei personaggi e della trama. Ma anche questo è un atto creativo.

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Oggi parliamo con… Bruno Vallepiano

Intervista di Dario Brunetti e Gino Campaner (Gino dei libri)

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Bruno Vallepiano, col suo ultimo romanzo Trappola per lupi e partiamo subito con la prima domanda:

1 DB – Mauro Bignami fa il suo esordio in Violazione di domicilio nel 2008, un professore di filosofia dotato di grande acume investigativo, come nasce l’idea di questo personaggio?

R-Violazione ha avuto un lungo travaglio. L’ho scritto infatti molto prima del 2008, quando poi venne pubblicato da Frilli. Della prima versione non ero soddisfatto ed il manoscritto è rimasto a lungo in un cassetto ed io ho continuato a scrivere altro; cose molto più “tecniche”. Quando, vari anni dopo, ho riletto la storia ho deciso di mantenerne il plot riscrivendola però completamente. La vicenda è ambientata in un piccolo paese e “l’investigatore” doveva essere credibile in quel contesto. Non poteva certo essere un detective convenzionale e la figura del professore che si occupa, per passione, di storia locale mi sembrava calzare bene. Così è nato Mauro Bignami.

2 GC – Trappola per lupi racconta una storia molto articolata con una trama complessa niente affatto banale. Leggendolo ho percepito proprio la tua sicurezza nello scrivere, la capacità di creare aspettative di mettere curiosità nel lettore. Quale situazione ti ha dato l’ispirazione per la storia raccontata, cosa ha provocato la scintilla da cui poi si è sviluppato il romanzo?

R- Come sempre le mie storie prendono spunto da un fatto di cronaca o da una questione sociale che mi colpisce particolarmente ed intorno alla quale costruisco poi la trama. Nella fattispecie ero stato colpito da un articolo di  MARCELLO FOA  che esordiva così: “I video di Al Qaeda? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell’agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all’anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.”  Questa cosa mi aveva molto incuriosito ed avevo approfondito l’argomento senza ancora pensare al libro. Poi, anche sollecitato da alcuni miei lettori che caldeggiavano il ritorno di Mau e Ceci, ho costruito la storia proprio intorno a questa scabrosa vicenda. C’è poi un particolare in questa storia e cioè la vicenda dell’emigrazione dell’antenato degli Americani, che è riferita ad una cosa realmente accaduta. Membri della mia famiglia fecero veramente questo iter. Ora i discendenti vivono in parte in Cile ed in parte negli USA.

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Oggi parliamo con… Gianni Antonio Palumbo

Intervista a cura di Dario Brunetti e Marika Mendolia

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Gianni Antonio Palumbo, col suo ultimo romanzo Per Luigi non odio ne amore e partiamo subito con la prima domanda 1 DB Come nasce il tuo romanzo corale, ci racconti qualcosa in merito alla sua stesura e al coinvolgimento dei personaggi? Nasce anche dall’esigenza di parlare della tua esperienza lavorativa attraverso un testo di narrativa pieno di misteri, una vera e propria fiaba nera?

Per Luigi non odio né amore ha avuto come suo primo nucleo il sogno di Mattiaall’inizio del romanzo. Un sogno realmente verificatosi, intorno al quale sono cresciuti il personaggio protagonista e i comprimari di questa storia. Più che l’esigenza di dar voce alla mia esperienza lavorativa – pienamente positiva e quindi del tutto lontana dai foschi scenari dell’Amaranta –, è stata viva nel romanzo la volontà di fissare su carta il frutto della mia osservazione del reale. La mia esperienza di docente e la dedizione alla ricerca mi hanno semmai spinto a puntare l’attenzione sui due istituti: l’Accademia Amaranta per i rampolli dell’élite e il Principe Amedeo per i ragazzi difficili. La stesura è stata laboriosa e ha caratterizzato quattro anni della mia vita. Il finale è cambiato più volte e i personaggi di Marta Salvo, il funzionario che aiuta il commissario Fano nelle indagini, e di Giulio, l’apparentemente angelico studente dell’Accademia, hanno assunto un peso crescente, mentre all’inizio erano più marginali.

2 MM Cosa ti ha spinto e in parte ispirato per la creazione di questa intensa vicenda dai tratti  fiabeschi e dal retrogusto oscuro?

Ho voluto riflettere su quanto l’ambizione possa diventare il principale movente di un essere umano, soprattutto nel caso di persone geniali frustrate da una nascita in condizioni sfavorevoli, come accade al professor Arturo Molteni, l’anima dell’Accademia Amaranta. Ho voluto inquadrare le vicende nel 1978, perché è stato un anno particolarmente critico per la storia italiana, con il caso Moro, le dimissioni del presidente Leone e la vicenda dei tre papi. Anno che, sia detto per inciso, è anche il mio anno di nascita. È nata così questa fiaba nera…

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Oggi parliamo con… Diego Collaveri

Intervista di Dario Brunetti e Gino Campaner (Gino dei libri)

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Diego Collaveri, col suo ultimo romanzo Il passato ha un prezzo e partiamo subito con la prima domanda.

1 GC – La prima curiosità che mi viene da chiederti riguarda chiaramente il fatto storico a cui hai dato voce nel tuo romanzo. Come ne sei venuto a conoscenza? E perché hai deciso di renderlo parte cosi importante del libro e infine come sei riuscito a incastrarla nella tua indagine?

Grazie a Voi per l’opportunità di essere qui oggi. Ammetto che a questo giro ho avuto vita facile almeno dal punto di vista di come sono venuto a conoscenza di questo fatto. Luciano Donzella, presidente della scuola di magia La Corte dei Miracoli e con cui avevo collaborato per il precedente libro “Il commissario Botteghi e il mago – l’ultima illusione di Wetryk”, che è anche giornalista in pensione e grande storyteller di fatti strani e inspiegabili, mi chiamò per raccontarmi questa storia, dicendo che sarebbe stato un mistero da approfondire. Aveva poco materiale, risalente a diversi anni prima, ma dal fatto in sé capii subito essere veramente potente. Diciamo che il termometro con cui valuto l’interesse che un fatto storico potrebbe avere sul pubblico sono in primis io, perché se la cosa mi prende mi nasce violento il bisogno di raccontarlo e andare a fondo. Sono oltremodo curioso di carattere, mi piace farmi mille domande e quando mi sono risposto, me ne faccio altre mille, quindi una cosa del genere non poteva non far presa. Questo interesse mi spinge a una ricostruzione storica maniacale, spinto dal bisogno della ricerca della verità, cosa strana per uno che comunque “inventa” storie; d’altra parte ho sempre pensato che per rendere una trama credibile, specie se si toccano corde storiche, bisogna avere attinenze solide che fungano da collante con ciò che partorisce la mia fantasia. In questo caso, la storia si prestava a un parallelismo con la situazione sociale e politica attuale. Ritengo che questo sia il mio libro più sociale, dove esprimo la mia visione su ciò che ci sta accadendo intorno, ecco perché l’ho ritenuto così importante. Incastrarlo all’interno di una impalcatura investigativa non è facile ed è sempre una bellissima sfida in cui il mio pensiero è sempre rivolto al lettore, al gioco che si innesterà durante la lettura e a tutti i modi possibile per fregarlo (ride). In ogni caso, parlando di mero modus operandi, parto sempre dalla parte storica per costruirci intorno l’impalcatura dell’indagine, arricchendo dopo la trama con le caratterizzazioni dei personaggi.

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