Oggi parliamo con… Mina Alfieri e Scilla Bonfiglioli

Intervista a cura di Massimo Ghigi

Siamo oggi con due delle autrici, insieme a Franco Forte, del libro ‘Tullo Ostilio’, facente parte della bellissima serie ‘I Setti Re di Roma’ edita da Mondadori per la collana ‘Historica’, sto parlando di Mina Alfieri e Scilla Bonfiglioli. Bando agli indugi e partiamo subito con il fuoco incrociato di domande!

GeC: Il progetto editoriale dedicato da Mondadori ai sette re di Roma ha coinvolto la bellezza di 14 autori diversi coordinati da Franco Forte! Ci raccontate come siete state rese partecipi al progetto e come è nata la scelta di ‘Tullo Ostilio’?

MA: Franco Forte progettava questi romanzi da tempo, ma un’opera di questa mole aveva bisogno di una squadra di gladiatori. Ed eccoci qui: siamo quattordici autori selezionati in base al curriculum, molti dei quali hanno dimostrato le loro capacità di scrittura grazie a concorsi e pubblicazioni e, soprattutto, siamo tutti appassionati di Storia.

SB: Tullo Ostilio non ci è capitato per caso, abbiamo fatto tutto il possibile per occuparci di lui in questo progetto narrativo. Tutte e due conoscevamo già a grandi linee le figure leggendarie dei sette re di Roma e abbiamo scoperto che Tullo era uno dei preferiti da entrambe. Mina e io abbiamo puntato un uomo straordinario. Ci piaceva l’idea di lavorare su un personaggio in apparenza monolitico, ma che nasconde sfumature incredibili. Speriamo di essere riuscite a portarle alla luce.

GeC: Leggendo il vostro romanzo storico emerga la figura di Tullo Ostilio come un re dal carattere veramente ricco di sfaccettature: sprezzante nei confronti degli Dei, molto più vicino al popolo più umile che non ai senatori o comunque al ceto più agiato, bramoso di portare guerra al fine di incrementare il potere di Roma e, non ultimo, per soddisfare la propria sete di vendetta nei confronti degli assassini dell’adorata moglie. Raccontateci voi come avete vissuto questo re, durante la stesura del libro.

MA: Tullo è un eroe romantico nel vero senso del termine: è un uomo che ha bisogno di oltrepassare i propri limiti umani, di opporsi agli dei in cui crede fermamente ma di cui non condivide nessuna azione, e in questo senso l’ho trovato di una modernità quasi disarmante. Eppure, a differenza dell’eroe romantico, la sua spinta alla grandezza e la sua sete di libertà non si consumano nell’individualismo, anzi. Tullo Ostilio è il re del popolo, agisce per il popolo e tutto ciò che fa lo fa per Roma e per i romani. È un re che ha sofferto, a cui gli dei hanno tolto molto, perennemente insofferente perché non c’è modo di sanare le sue ferite, nemmeno con la guerra che fa per sentirsi ancora vivo. È un re dai molti incubi, fatto di luci e ombre, capace di grande ferocia ma anche di atti di immensa compassione. Come si fa a non volere bene a un re tanto rappresentativo del genere umano?

SB:  Tullo Ostilio è un uomo votato alla battaglia, non esiste se non nella dimensione della guerra. La prima cosa che Mina e io ci siamo chieste è perché. A differenza dei re che lo hanno preceduto e seguito sembra non avere altra volontà al di fuori della conquista e nulla nelle fonti lascia intendere che avesse legami che potessero trattenerlo o renderlo più prudente nel rischiare la vita davanti ai nemici. Ci siamo dette che non ha niente da perdere. Il destino si è accanito su di lui nel più crudele dei modi, sottraendogli con metodo ogni cosa che amava. C’è un detto che dice “togli a un uomo i suoi pilastri e lo farai cadere”. Tullo non è caduto, le tragedie lo hanno plasmato e lo hanno convinto di avere un conto in sospeso con gli dei. Allo stesso tempo, nelle fonti abbiamo trovato dettagli molto utili per definirlo: la prima cosa che fa salendo al trono è privarsi delle terre che appartenevano al re di diritto, per donarle ai cittadini più umili. Questo ci ha fatto pensare a un uomo astuto, capace di portare dalla sua parte la popolazione, ma anche interessato al destino dei meno privilegiati. Il nostro Tullo Ostilio è un diseredato dagli dei e, di conseguenza, un uomo che i diseredati li ha a cuore, così come, i poveri, i reietti e tutti coloro su cui, di solito, gli dei non posano mai uno sguardo benevolo. Ci siamo innamorate di lui.

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Oggi parliamo con… Luigi La Rosa

A cura di Rosario Russo

Ciao Luigi, è un piacere poter intervistare uno scrittore del tuo calibro! Parlaci un po’ di te.

Grazie, il piacere è mio. Difficile vedersi dall’interno con lucidità e con occhio distaccato. Posso dire che sono essenzialmente una persona complessa, con alcuni punti fissi, alcune idee fondamentali. Queste riguardano l’aspetto estetico, un punto per me irrinunciabile. Saprei sacrificare qualunque cosa nella vita: ricchezza, prestigio, comodità. Ma non la bellezza. Ho improntato tutto in rapporto ad essa: i miei studi, le mie letture, la mia volontà di scrivere, i miei amori – e non ultimo quello per la città di Parigi, divenuta il mio principale riferimento esistenziale.

L’Uomo senza inverno è un’opera imponente ed elaborata nei minimi dettagli. Quanto è importante la progettazione narrativa? Come procedi di solito alla stesura di un romanzo?

Mi piace definirmi un “architetto” delle storie che scrivo, nel senso che l’aspetto strutturale e progettuale è per me a dir poco fondamentale, oltre che appassionante. L’arte è anche “artigianato” nell’accezione più alta del termine e ogni opera è anzitutto frutto di una volontà tenace, di studio, di ricerche, di riflessioni, di tecniche. E di tanto, tanto vissuto. Tanto dolore, aggiungerei, perché il dolore finisce per scavare dentro, facendoti andare in profondità alle cose che racconti. Naturalmente, tutto ciò sposa l’aspetto più misterioso, più irrazionale e profondo dell’atto creativo – quello della cosiddetta “ispirazione” – parola secondo me abusata, perché ha dato luogo a false mitologie e a non pochi superficiali fraintendimenti.

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Oggi parliamo con… Rosario Russo

A cura di Marika Mendolia

– Ciao Rosario, presentati e parlaci un po’ di te.

Ciao Marika, un caro saluto a te e agli amici di Giallo e Cucina! Mi chiamo Rosario Russo, ho 34 anni e sono siciliano, precisamente di Acireale. Forse sarebbe meglio che mi definissi “siciliano di scoglio”, in quanto fortemente attaccato alla mia terra e poco propenso ad abbandonarla. Purtroppo il destino di noi giovani siciliani sembra essere quello dell’emigrazione e anche io a breve sarò destinato a partire verso altri lidi. Questa a mio avviso è la vera catastrofe.  

– Da dove nasce la tua immensa ispirazione per le tue opere? Hai seguito un preciso schema espositivo o ti sei lasciato guidare dalle emozioni?

Direi un cinquanta e cinquanta. Scrivere significa estrapolare un contesto reale e aggiungere la propria creatività. Le emozioni sono fondamentali, è chiaro, se l’autore non si emoziona il lettore se ne accorgerà presto in quanto la scrittura risulterà piatta, però è altrettanto sacrosanta la progettazione narrativa. Prima di iniziare a scrivere c’è un lungo lavoro dietro che prevede lo studio dei personaggi e della trama. Ma anche questo è un atto creativo.

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Oggi parliamo con… Bruno Vallepiano

Intervista di Dario Brunetti e Gino Campaner (Gino dei libri)

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Bruno Vallepiano, col suo ultimo romanzo Trappola per lupi e partiamo subito con la prima domanda:

1 DB – Mauro Bignami fa il suo esordio in Violazione di domicilio nel 2008, un professore di filosofia dotato di grande acume investigativo, come nasce l’idea di questo personaggio?

R-Violazione ha avuto un lungo travaglio. L’ho scritto infatti molto prima del 2008, quando poi venne pubblicato da Frilli. Della prima versione non ero soddisfatto ed il manoscritto è rimasto a lungo in un cassetto ed io ho continuato a scrivere altro; cose molto più “tecniche”. Quando, vari anni dopo, ho riletto la storia ho deciso di mantenerne il plot riscrivendola però completamente. La vicenda è ambientata in un piccolo paese e “l’investigatore” doveva essere credibile in quel contesto. Non poteva certo essere un detective convenzionale e la figura del professore che si occupa, per passione, di storia locale mi sembrava calzare bene. Così è nato Mauro Bignami.

2 GC – Trappola per lupi racconta una storia molto articolata con una trama complessa niente affatto banale. Leggendolo ho percepito proprio la tua sicurezza nello scrivere, la capacità di creare aspettative di mettere curiosità nel lettore. Quale situazione ti ha dato l’ispirazione per la storia raccontata, cosa ha provocato la scintilla da cui poi si è sviluppato il romanzo?

R- Come sempre le mie storie prendono spunto da un fatto di cronaca o da una questione sociale che mi colpisce particolarmente ed intorno alla quale costruisco poi la trama. Nella fattispecie ero stato colpito da un articolo di  MARCELLO FOA  che esordiva così: “I video di Al Qaeda? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell’agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all’anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.”  Questa cosa mi aveva molto incuriosito ed avevo approfondito l’argomento senza ancora pensare al libro. Poi, anche sollecitato da alcuni miei lettori che caldeggiavano il ritorno di Mau e Ceci, ho costruito la storia proprio intorno a questa scabrosa vicenda. C’è poi un particolare in questa storia e cioè la vicenda dell’emigrazione dell’antenato degli Americani, che è riferita ad una cosa realmente accaduta. Membri della mia famiglia fecero veramente questo iter. Ora i discendenti vivono in parte in Cile ed in parte negli USA.

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Oggi parliamo con… Gianni Antonio Palumbo

Intervista a cura di Dario Brunetti e Marika Mendolia

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Gianni Antonio Palumbo, col suo ultimo romanzo Per Luigi non odio ne amore e partiamo subito con la prima domanda 1 DB Come nasce il tuo romanzo corale, ci racconti qualcosa in merito alla sua stesura e al coinvolgimento dei personaggi? Nasce anche dall’esigenza di parlare della tua esperienza lavorativa attraverso un testo di narrativa pieno di misteri, una vera e propria fiaba nera?

Per Luigi non odio né amore ha avuto come suo primo nucleo il sogno di Mattiaall’inizio del romanzo. Un sogno realmente verificatosi, intorno al quale sono cresciuti il personaggio protagonista e i comprimari di questa storia. Più che l’esigenza di dar voce alla mia esperienza lavorativa – pienamente positiva e quindi del tutto lontana dai foschi scenari dell’Amaranta –, è stata viva nel romanzo la volontà di fissare su carta il frutto della mia osservazione del reale. La mia esperienza di docente e la dedizione alla ricerca mi hanno semmai spinto a puntare l’attenzione sui due istituti: l’Accademia Amaranta per i rampolli dell’élite e il Principe Amedeo per i ragazzi difficili. La stesura è stata laboriosa e ha caratterizzato quattro anni della mia vita. Il finale è cambiato più volte e i personaggi di Marta Salvo, il funzionario che aiuta il commissario Fano nelle indagini, e di Giulio, l’apparentemente angelico studente dell’Accademia, hanno assunto un peso crescente, mentre all’inizio erano più marginali.

2 MM Cosa ti ha spinto e in parte ispirato per la creazione di questa intensa vicenda dai tratti  fiabeschi e dal retrogusto oscuro?

Ho voluto riflettere su quanto l’ambizione possa diventare il principale movente di un essere umano, soprattutto nel caso di persone geniali frustrate da una nascita in condizioni sfavorevoli, come accade al professor Arturo Molteni, l’anima dell’Accademia Amaranta. Ho voluto inquadrare le vicende nel 1978, perché è stato un anno particolarmente critico per la storia italiana, con il caso Moro, le dimissioni del presidente Leone e la vicenda dei tre papi. Anno che, sia detto per inciso, è anche il mio anno di nascita. È nata così questa fiaba nera…

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Oggi parliamo con… Diego Collaveri

Intervista di Dario Brunetti e Gino Campaner (Gino dei libri)

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Diego Collaveri, col suo ultimo romanzo Il passato ha un prezzo e partiamo subito con la prima domanda.

1 GC – La prima curiosità che mi viene da chiederti riguarda chiaramente il fatto storico a cui hai dato voce nel tuo romanzo. Come ne sei venuto a conoscenza? E perché hai deciso di renderlo parte cosi importante del libro e infine come sei riuscito a incastrarla nella tua indagine?

Grazie a Voi per l’opportunità di essere qui oggi. Ammetto che a questo giro ho avuto vita facile almeno dal punto di vista di come sono venuto a conoscenza di questo fatto. Luciano Donzella, presidente della scuola di magia La Corte dei Miracoli e con cui avevo collaborato per il precedente libro “Il commissario Botteghi e il mago – l’ultima illusione di Wetryk”, che è anche giornalista in pensione e grande storyteller di fatti strani e inspiegabili, mi chiamò per raccontarmi questa storia, dicendo che sarebbe stato un mistero da approfondire. Aveva poco materiale, risalente a diversi anni prima, ma dal fatto in sé capii subito essere veramente potente. Diciamo che il termometro con cui valuto l’interesse che un fatto storico potrebbe avere sul pubblico sono in primis io, perché se la cosa mi prende mi nasce violento il bisogno di raccontarlo e andare a fondo. Sono oltremodo curioso di carattere, mi piace farmi mille domande e quando mi sono risposto, me ne faccio altre mille, quindi una cosa del genere non poteva non far presa. Questo interesse mi spinge a una ricostruzione storica maniacale, spinto dal bisogno della ricerca della verità, cosa strana per uno che comunque “inventa” storie; d’altra parte ho sempre pensato che per rendere una trama credibile, specie se si toccano corde storiche, bisogna avere attinenze solide che fungano da collante con ciò che partorisce la mia fantasia. In questo caso, la storia si prestava a un parallelismo con la situazione sociale e politica attuale. Ritengo che questo sia il mio libro più sociale, dove esprimo la mia visione su ciò che ci sta accadendo intorno, ecco perché l’ho ritenuto così importante. Incastrarlo all’interno di una impalcatura investigativa non è facile ed è sempre una bellissima sfida in cui il mio pensiero è sempre rivolto al lettore, al gioco che si innesterà durante la lettura e a tutti i modi possibile per fregarlo (ride). In ogni caso, parlando di mero modus operandi, parto sempre dalla parte storica per costruirci intorno l’impalcatura dell’indagine, arricchendo dopo la trama con le caratterizzazioni dei personaggi.

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Oggi parliamo con… Emanuela Valentini

A cura di Oriana Ramunno

Benvenuta, Emanuela.

Prima di parlare del tuo ultimo libro, vorremmo sapere qualcosa di te. Un’opera è sempre un frammento che si stacca dalla vita di un autore, mai una cosa a sé stante. Chi è Emanuela Valentini?

Grazie per l’accoglienza! Chi sono io? Bella domanda, a saperlo. Non lo so, ho sempre un po’ paura a definirmi perché poi finisco sempre per scoprirmi diversa. Certamente sono una persona molto idealista, iper riflessiva e a volte distaccata dalla realtà. Immagino che questo mi aiuti nell’arte dell’invenzione di storie, ma più ancora mi aiutano gli sforzi che faccio per osservare la realtà intorno a me in modo obiettivo ma personale e provare a starci dentro e poi, solo in seguito, a raccontarla. Sono solitaria e silenziosa. Ansiosa. Non proprio una tipa da feste insomma. Mi diverto a modo mio.

Com’è nato Le Segnatrici?

Le Segnatricinasce dalla voglia di sperimentare nuove vie nell’ambito della narrativa di genere. Da una sfida con me stessa e le mie capacità di comprensione e adattamento. Un laboratorio pazzesco, lo ammetto: un’officina che mi ha permesso di evolvermi anche al di fuori del foglio, nella vita vera.

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Oggi parliamo con…Alberto Minnella

 

Intervista a cura di Gino Campaner (ginodeilibri)

 

Oggi nello spazio interviste abbiamo il piacere di ospitare l’autore Alberto Minnella. Grazie per averci dedicato un po’ del tuo tempo.

Sono molto contento di poter fare quattro chiacchiere con te. Preparati perchè sarà un’intervista lunga, io sono un tipo molto curioso. Soprattutto perché mi sono perdutamente innamorato del tuo ultimo romanzo, L’amore è tutto qui. Già il titolo mi ha folgorato, leggendolo poi sono stato definitivamente conquistato. Prima però, di parlare più approfonditamente dei tuoi romanzi, ti faccio qualche domanda di carattere generale. Qualcuna forse un po’ banale ma “necessaria” per conoscere meglio le tue abitudini ed i tuoi gusti libreschi. Allora Alberto raccontaci un po’ di te, dove nasci e vivi, la tua formazione, qual è il tuo lavoro e poi dicci come nasce l’idea di scrivere romanzi.

Nasco nella terra del Caos, quella di Pirandello, per intenderci. Ho vissuto in diverse città, girando buona parte della Sicilia. Adesso sono cittadino catanese. Lo sono da otto anni. La mia grande passione è sempre stata quella della musica, accompagnata dalla lettura. Ho studiato musica moderna a Parigi (nello specifico, studiavo batteria) e Lettere Moderne a Catania. Oltre alla mia attività di musicista, ho lavorato per diversi giornali di cronaca e di approfondimento musicale. Poi l’ultimo giornale per cui lavoravo ha chiuso e purtroppo per tutti voi mi sono cimentato nella narrativa di genere. 

 

Oltre a scrivere sei anche un lettore? Hai un genere preferito? Preferisci gli ebook o il libro cartaceo? 

Sono principalmente un lettore e non mi pongo limiti di genere. Gli unici libri che non leggo sono quelli che dopo trenta pagine mi stanno solo facendo perdere tempo. Adoro il cartaceo, ma leggo anche gli ebook.

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Oggi parliamo con… Enrico Luceri

 

Intervista a cura di Dario Brunetti e Massimo Ghigi

 

1-DB, MG- Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Enrico Luceri, col suo ultimo romanzo Il vizio del diavolo e partiamo subito con la prima domanda. MG- Il libro è un dichiarato omaggio al cinema gotico di Pupi Avati; personalmente ho ritrovato effettivamente le atmosfere inquietanti di film come, per esempio, ‘Il nascondiglio’; com’è nato il desiderio di realizzare questo omaggio e perché proprio Pupi Avati?

Ho visto e rivisto il dvd del film “Il nascondiglio”, che avete citato opportunamente. Il film è in due versioni. La seconda è quella commentata sequenza per sequenza dal regista Pupi Avati. Mi ha colpito la sua testimonianza e in particolare la deliberata sua intenzione di costruire la tensione della storia attraverso l’ambientazione, l’atmosfera, il clima, le ombre, l’ambiguità e i colpi di scena. Quindi la suspense, quella vera, che spaventa, priva di effetti speciali. Ho voluto scrivere la mia storia con i medesimi elementi, con l’obiettivo di coinvolgere i lettori, catturare la loro attenzione, spingerli a condividere le emozioni dei personaggi. In altre parole, sentirsi trasportati dalla confortevole, rassicurante casa propria nel freddo e labirintico collegio, sperduto nel buio di una tetra e desolata campagna. Lo spunto iniziale è stato il desiderio di descrivere le contraddizioni, le lacerazioni interiori, le carenze affettive della giovane Corinna, e di capire da dove nascessero la sua rabbia, la ribellione, l’istinto di ferire il prossimo. È lei il personaggio attorno al quale ho realizzato la storia, un mattone dopo l’altro. Questo romanzo è una delle mie storie che amo di più. Perché quando scrivo una storia la “vedo”con gli occhi dell’immaginazione, come se si svolgesse davanti ai miei. Dunque ho bisogno di chi “interpreta” nella mia mente i personaggi. Nel ruolo di Corinna c’è mia figlia, e sono convinto che sia stata molto convincente. La sua presenza rende “Il vizio del diavolo” un romanzo di famiglia, perché ovviamente ci sono pure io, anche se si scopre all’ultima pagina, come in ogni giallo!

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Oggi parliamo… con Luana Troncanetti

 

Intervista a cura di Marika Mendolia e Dario Brunetti

 

MM, DB- Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Luana Troncanetti, col suo ultimo romanzo La cuoca – Storia di un terremoto e partiamo subito con la prima domanda. La pregnante tematica da te affrontata ripercorre intensamente un tragico evento distruttivo: il terremoto del 1997 sull’Appennino umbro-marchigiano; cosa ha spinto profondamente a trattare tale argomento?

Bentrovati, grazie per l’invito a parlarvi di un romanzo che nasce dall’essere una terremotata per vie traverse. Il mio dolore è imparagonabile a quello di chi ha perso la sua unica casa, il lavoro, ogni punto di riferimento. Ho cercato di raccontare la pena di chi vive in certi territori in una storia breve che si legge in un soffio, l’ho scritta con la stessa furia dell’evento che mi ha spinta a concepirla.

Sono nata a Roma come mio padre ma i suoi genitori erano originari di due paesini in provincia di Macerata. I luoghi che nomino nel romanzo, Camerino in particolar modo, rappresentano la mia seconda terra. Ho passatotutte le mie estati in quei territori vivendo, nel 1979, il primo terremoto sulla mia pelle: quello che devastò l’Umbria, Norcia in particolar modo. In linea d’aria, la zona nel maceratese dove trascorrevo le vacanze era vicinissima. L’esperienza mi ha traumatizzata per decenni.

Nelle Marche ci sono le mie radici, i parenti, gli amici d’infanzia. C’erano anche due case che mio padre aveva ristrutturato con amore e fatica, recuperando materiali antichi come le greppie delle vacche; riuscì a trasformarle in mobili rustici pur non essendo un falegname, solo per raccontartene una. Lui chiedeva a chi di mestiere come si facesse, osservavae replicava alcune arti. Aveva una manualità incredibile.

Vedere tutti i nostri ricordi e il suo lavoro seppellito dai calcinacci, appena ci hanno autorizzati a entrare in quelle abitazioni per recuperare il poco possibile, visitare i territori feriti a pochi mesi dal disastro, ascoltare successivamente i racconti di chi è rimasto lì a combattere una guerra ancora irrisolta: la somma di tutto ciò mi ha spinta a concepire una storia in cui i terremoti sono soprattutto quelli dell’anima.

DB- Nunzia 77 anni la cuoca e Clara 50 anni cardiologa ci parli di queste due straordinarie protagoniste?

Ti ringrazio di cuore, Dario, ma non sono poi così straordinarie. Credo che la loro forza consista invece nell’incarnare il consueto. Sono costrette a ricostruirsi in mezzo alle macerie nonostante tutto e tutti, il mondo è pieno di Clara e Nunzia. Ciò che mi ha inorgoglito dei tanti riscontri di lettura sono stati i messaggi privati di donne che si sono riconosciute in alcune loro esperienze. Sembrano vive, queste mie due donne di carta, non personaggi di un romanzo. Così mi è stato detto, e non ti nascondo che questa suggestione di incontro tangibile con i lettori (fra i quali diversi uomini) mi commuove molto.

MM- Potresti descriverci come si è evoluto man mano empaticamente il rapporto che ha instaurato in prima persona con la protagonista principale della sua opera?

È stata un’empatia fulminea, Marika. Nunzia non mi ha concesso il tempo di conoscerla, aveva “prescia” di confessarmi i suoi peccati. D’altronde (sorrido) lei sta per morire, no? “Nun c’ho tempo da perde, cocca!”, ha strillato e questo, credimi, dipinge bene il pragmatismo marchigiano. Ha una voce forte, è quella che mi ha raccontato ogni avvenimento, suggerito un finale insolitomentre stavo ancora scrivendo l’incipit, detto tutto di Clara e delle altre donne del romanzo. Non ho avuto modo o bisogno di inventare, progettare, pensare. Ho scritto sotto dettatura, di solito mi succede soltanto nei racconti di poche cartelle.

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