Oggi parliamo con… Franco Forte

Intervista a cura di Marika Campeti

Il 17 gennaio è uscito il nuovo romanzo storico, “Karolus”, di Franco Forte. In attesa di fornire ai lettori di Giallo e Cucina una recensione del romanzo, ho intervistato l’autore, che ringrazio per aver risposto alle mie domande.

A cura di Marika Campeti

Franco parlaci di come è nata l’idea di scrivere un romanzo su Carlo Magno e di come hai lavorato per la ricerca precedente alla stesura. 

Da più di dieci anni studiavo questo personaggio che mi aveva sempre affascinato fin da ragazzino, e ho accumulato nel tempo parecchia documentazione storica. L’idea che abbiamo tutti di Carlo Magno (e che mi ero fatto anch’io) è quella un po’ polverosa e stantia che ci passa la scuola, con le solite fredde nozioni che più o meno conoscono tutti (come la famosa cerimonia dell’incoronazione, avvenuta la notte di Natale dell’800, o la creazione della Schola Palatina, o l’istituzione delle Marche di confine, che daranno il nome alla condizione nobiliare di Marchese), ma ben poco si sa di chi fosse davvero quest’uomo, come è arrivato a essere prima re dei Franchi e poi imperatore del Sacro Romano Impero, e quanta importanza hanno avuto le sue imprese e i suoi editti nella costruzione dell’Europa moderna. l’Europa come la conosciamo oggi, di cui tanto si parla per questioni geopolitiche, energetiche, sociali, economiche e culturali, e che nasce proprio grazie a Carlo Magno, capace di difenderla dalle invasioni del mondo arabo dalla Spagna, da quella degli Avari e di Bisanzio dall’est, e dalle scorrerie di Sassoni e Norreni dal nord. Insomma, l’Europa unita è fortemente debitrice a Carlo Magno per avere fondato le basi della sua stessa esistenza, e nel mio romanzo cerco di far capire come questo sia avvenuto. Il mio intento, quando scrivo romanzi storici, è sempre lo stesso: cercare di far capire come la grande Storia sia capace di spiegare certi meccanismi del presente che troppi di noi ignorano.

Come hai strutturato il romanzo? Si racconta di Carlo Magno in tutta la sua vita? Comprese le vicende meno note?

Si parte con un breve prologo “in media res”, ovvero trasportando il lettore in un momento fondamentale del libro, l’incoronazione a imperatore. E poi da lì, con un flashback, si torna a quando Carlo Magno era ragazzino e cominciava la sua straordinaria avventura, durata fino al giorno della sua morte, all’età di 72 anni. Un percorso denso di combattimenti, strategie politiche e diplomatiche, intrighi di corte, innovazioni culturali, sociali e religiose, rapporti d’amore, vicende familiari e continui drammi da superare. Ben poche volte mi sono imbattuto in un uomo la cui vita è stata per così tanto tempo densa e piena di vicende eclatanti, dalle più famose a quelle, numerosissime, sconosciute ai più.

In Karolus il protagonista ci viene presentato non soltanto come figura eroica, ma anche come uomo. É questo il segreto per far leggere al giorno d’oggi un romanzo storico?

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Oggi parliamo con… Paola Varalli

Intervista a cura di Dario Brunetti

Diamo un caloroso benvenuto all’autrice Paola Varalli, in libreria col suo ultimo romanzo Giallo al Cimitero Maggioreuscito un anno fa per la Fratelli Frilli Editori, partiamo subito con la prima domanda: DB come nasce l’idea di questo divertente romanzo che vede le inseparabili squinzie svolgere un’indagine privata addirittura in un cimitero, ispirandoti una trama davvero originale?

PV La genesi è un po’ buffa. Ogni natale vado a Gallarate dai miei cugini che sono miei grandi lettori. Passiamo una buona parte del pranzo a discutere di intrecci gialli e di solito nasce un abbozzo di trama che poi sviluppo nel corso dell’anno. Mi piaceva molto l’idea che Anita (una delle mie “squinzie”) camminando al cimitero si ritrovasse a soccorrere una donna di cui era sicura aver visto la tomba pochi vialetti prima. “Ma come”, si è detta, “se questa è viva chi è sepolto nella tomba che porta il suo nome e la sua foto?”

DB Partiamo dal tuo romanzo di esordio Incroci obbligati che vede per la prima volta queste due strampalate e improvvisate investigatrici che vanno in giro con il loro furgoncino. Chi sono Anita Valli e Mirella Bonetti e che emozione hai provato nella consegna del tuo primo testo che poi si è rivelato convincente proprio perché hai brillantemente abbinato il giallo alla commedia?

PV Ho scritto il primo romanzo giallo “Incroci obbligati” quasi per gioco, per mettermi alla prova dopo un corso di scrittura creativa che frequentai nel 2004. Inviatolo a un concorso letterario vinsi il primo premio e me lo pubblicarono, ma senza distribuzione, quasi una dimensione casalinga. La gioia di vedere la mia opera stampata fu comunque grande, ma il romanzo rimase nel cassetto fino al 2016, anno in cui, per un caso fortuito, lo inviai all’editore Frilli di Genova che decise di pubblicarlo. Non vi dico l’emozione di trovarlo negli scaffali di tante librerie in tutta Italia e nella vetrina di Amazon, di IBS, in e-book e cartaceo. Adesso so che Frilli, ha accordi con una società partner per la produzione di audiolibri. Spero che prima o poi tocchi anche ai miei romanzi!

DB Paola Varalli a chi somiglia di più caratterialmente, ad Anita o a Mirella?

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Oggi parliamo con… Antonio Gerardo D’Errico

Intervista a cura di Dario Brunetti

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina al poeta e scrittore Antonio Gerardo D’Errico, in libreria col suo ultimo romanzo Intrighi e morte sull’Addauscito per la Fratelli Frilli Editori. Partiamo subito con la prima domanda, spesso il noir diventa il giusto e concreto pretesto per imbattersi in tematiche sociali di grande rilievo, nell’ultimo periodo il mondo della scuola è stato al centro dell’attenzione dal punto di vista mediatico attraverso un caso di cronaca nera realmente accaduto, Intrighi e morte sull’Adda ti ha dato lo spunto per affrontare dinamiche che ben conosci grazie alla tua esperienza e che hai nel corso del tempo potuto approfondire?

La scuola è nel momento migliore della sua storia. Basti pensare al completo analfabetismo che fino alla fine degli anni Sessanta vigeva nelle famiglie italiane, da Sud a Nord. Non in tutte, naturalmente. L’immagine di tanta verità ci viene fornita da letteratura e cinema, a partire dal Verismo e Neorealismo fino a Pasolini e Ermanno Olmi. Oggi la cultura è entrata nella scuola, finalmente questo luogo esercita il ruolo che la connota. Ma la sapienza non è mai tanta per prevenire altri comportamenti devianti; pertanto dentro a tanta evoluzione si creano spazi per iniziare processi che negano la cultura, che la fagocitano, dando corso all’inizio della follia, dove l’ignoranza si impone nelle menti di persone fragili, forse in quelle fin troppo evolute per accettare di sopravvivere a lezioni che non lasciano spazio a nessuna possibilità di partecipazione attiva e, quindi, di sopravvivenza. Non si impara niente nel tempo, in realtà, ogni cosa è nei desideri sani o perversi di chi sente di dover dare inizio alla sua emancipazione, nel senso di dover passare dalla schiavitù alla libertà.

In intrighi e morte sull’Adda vede esordire il commissario Albani che deve indagare sull’omicidio di un custode, ma ci sono tanti personaggi che diventa un romanzo corale, emerge il rapporto sfuggente tra il professor Bonfanti e sua figlia Caterina, studentessa del liceo e a tal proposito ti chiedo quanto è diventato complesso costruire un dialogo tra genitori e figli, si rischia di perdere di mano il controllo sulle nuove generazioni che si sottopongono meno al confronto e si avverte di più soprattutto in tempi così difficili la mancanza di sapersi relazionare?

Un libro è sempre una giostra, in cui tutto ruota intorno a nuclei di follia. Il commissario Albani e il professore Bonfanti sono l’esito delle loro azioni, della loro vita definita da scelte personali o da sciagure: il professore è vedovo della moglie, una donna morta giovanissima che ha amato il tempo necessario perché le lasciasse in eredità sua figlia, Caterina. Dopodiché Emma Bonfanti, mamma di Caterina, lascia il nostro mondo. Non lascia la vita, in realtà, non lascia casa sua o il bar dei genitori. Come capita a tutti i morti, Emma rivive nelle azioni degli altri, nella bellezza che custodiscono di lei sua mamma e suo papà, nella paura che la sua morte suscita nel professore, nei ricordi del sindaco del suo paese a ridosso dell’Adda, Cassano d’Adda. Emma Bonfanti è più viva di molti dei personaggi che trascinano le loro debolezze in un mondo che possono solo devastare con le loro azioni senza bellezza. Il professor Bonfanti non ha rimesso piede nella sua stanza dopo la morte di Emma, chi ha sentito la necessità di assumere quella stanza come la propria è stata Caterina. Questa ragazza che viene descritta identica in tutto e per tutto a sua mamma non ha paura di cercare un’intimità con quella mamma morta, come se tra loro esistesse un richiamo intimo, segreto che agli altri è negato comprendere in tutta la sua complessità. Intrighi e morte sull’Adda descrive la vita e la morte attraverso le parole dei vivi e la presenza dei morti.

In un lontano 2008 sempre con la casa editrice Fratelli Frilli fu pubblicato un altro noir dal titolo Il discepolo che ti ha visto approdare allo Scerbanenco, il romanzo affronta la tematica delle sette sataniche, come nasce questa opera letteraria?

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Oggi parliamo con… William Bavone e Jacopo Montrasi

Intervista a cura di Marika Campeti

Ho letto e apprezzato l’antologia di racconti “Rintocchi dal buio” a cura di William Bavone e Jacopo Montrasi. Trattandosi di un’antologia, noi di Giallo e Cucina siamo curiosi di conoscere i retroscena, dall’idea d’origine alla pubblicazione con Scatole Parlanti.

La prima domanda che nasce spontanea leggendo l’antologia è : chi di voi due ha avuto l’idea? Raccontate.

Jacopo: In realtà l’idea arriva da un WhatsApp datato tre anni orsono. All’epoca, William aveva letto e apprezzato il mio primo romanzo, e ci aveva tenuto a farmelo sapere. Dopo una decina di messaggi avevamo percepito una sorta di alchimia naturale fra noi, un po’ come la Coca (Cola) e il Rum.  Credo fu William a parlare per primo di antologia rock. O forse fui io, non so. Comunque non ha molta importanza, fra mamma e papà non si fanno distinzioni. L’idea si concretizzò un anno più tardi con l’uscita di Istinti Distruttivi, una raccolta di racconti basata sull’album Appetite for Destruction dei Guns n’ Roses. L’esperimento ci piacque al punto da decidere di fare il bis. Ed ecco che, con orgoglio, siamo qui oggi a presentare Rintocchi dal Buio.

William: se guardiamo Rintocchi dal Buio, si tratta di un pareggiare i conti. Istinti Distruttivi rispondeva molto al gusto musicale di Jacopo, quindi era giusto creare un secondo capitolo. Il rock resta alla base ma le sfumature cambiano e anche gli stili di scrittura. Poi l’idea è stata quella di coinvolgere nuovi autori, un modo come un altro per allargare il confronto, le collaborazioni e anche le interazioni. Scrivere con altri scrittori, anche se ognuno alla fine racconta la propria storia, vuol dire creare una reciprocità utile a crescere. E in due libri di strada se ne è fatta e di amicizie ne sono nate.

Leggendo Rintocchi, mi è parso di assistere a un concerto, dove ognuno degli autori ha suonato un diverso strumento e una melodia specifica per poi unirsi agli altri e formare l’insieme di musica e parole che è l’antologia stessa. Come avete scelto le canzoni dell’album Back in Black degli Ac/Dc? Quali input avete dato agli autori che hanno collaborato alla stesura?

Jacopo: Come ti dicevo, la prima antologia fu ispirata dal primo album dei Guns n’ Roses, che aveva accompagnato la mia adolescenza con la sua carica ribelle e maledetta. Il secondo round spettava quindi a William, che ha deciso di scegliere una delle pietre miliari del rock, Back in Black. Non abbiamo imposto particolari vincoli agli autori. Preferivamo che la scrittura fluisse libera, ispirata dal groove inconfondibile che gli Ac/Dc riescono a infondere in ogni singolo brano. La canzone su cui ho basato il mio racconto è Hell’s Bells, la prima dell’album. L’ho scelta perché legata al ricordo degli amori veloci e tormentati vissuti alla fine degli anni novanta tra le strade della periferia male di Milano. In quelle serate, a volte, potevi davvero sentire le campane dell’inferno chiamarti dal fondo di un bicchiere o dal buio delle più infime e deleterie tentazioni.

William: alla fine io e Jacopo ci siamo regalati la prelazione nella scelta prima di mettere a disposizione la lista per gli altri autori. L’album musicale resta un pretesto, una linea guida tematica e nulla più. Personalmente quello che ho detto è stato: “fatevi guidare dal ritmo, leggete il testo se volete un spunto, ma di base fate quel che volete basta che sia un thriller”. Questa conclusione, se vuoi spiccia, ha un suo perché tecnico: il thriller, come genere, si contraddistingue per un ritmo incalzante e, credo, che la sua trasposizione musicale ideale è proprio il rock. Poi sono nati anche dei racconti distopici e molto vicini al genere Fantascienza, ma di base il ritmo batte forte e toglie il respiro.

Entriamo nella stanza, sbirciando con voi vicino al vostro computer. Avete scritto questi racconti ascoltando le tracce musicali? O il rock è entrato nelle pagine in altro modo?

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Oggi parliamo con… Claudia Cocuzza

Intervista a cura di Marika Campeti

Oggi ho il piacere di intervistare la mia amica e “collega” Claudia Cocuzza, caporedattrice insieme alla sottoscritta della rivista letteraria Writers Magazine Italia, diretta da Franco Forte. Mi permetto di fare un piccolo approfondimento personale perché su Giallo e Cucina mi sento a casa: io e Claudia siamo amiche da poco, ma ci siamo trovate subito in sintonia, e abbiamo un legame in comune molto singolare: Claudia è la farmacista del paese siciliano d’origine dei miei nonni: Calatabiano.

Claudia, è appena uscito il tuo romanzo d’esordio “ La partita di Monopoli” vincitore del premio Garfagnana in Giallo. Ci vuoi raccontare cosa hai provato quando hai saputo di aver vinto?

Potrei cimentarmi nell’inventare una risposta fighissima, ma Marika ha imparato a conoscermi e sa che quello che sto per dire corrisponde alla verità: non l’ho capito, non ho afferrato immediatamente la portata di quello che è successo e sono rimasta stordita e incredula per ore. Intanto la cerimonia di premiazione delle varie categorie rappresentate al “Garfagnana in Giallo Barga noir” è stata molto lunga; iniziata alle 16 del 16 luglio con 40°C e due figlie al seguito, di cui una che a intervalli di mezz’ora aveva necessità fisiologiche impellenti (fame/pipì/fame/…), è giunta a termine alle 19 passate con il mio sistema nervoso a pezzi, ma la cosa fantastica è stata che, dopo aver assistito alla proclamazione dei vincitori nelle altre categorie, quando finalmente è giunto il momento di premiare il romanzo inedito, gli organizzatori, Fabio Mundadori e Andrea Giannasi, ci hanno salutati lasciando spiazzati noi finalisti. Quindi, mentre mi interrogavo insieme agli altri su quello che era successo, Fabio e Andrea si sono ricordati che mancava l’ultima categoria e mi hanno chiamata, ma io non ho sentito, perciò mio marito mi ha lanciata letteralmente sul palco al grido di : “Vai, hai vinto!”. Ecco, è andata così.

Come nasce l’idea di origine del tuo romanzo? Come ti è venuta l’ispirazione?

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OGGI PARLIAMO CON…Daniela E.

Intervista a cura di Gino Campaner

Ciao Daniela, benvenuta nello spazio interviste del blog Giallo e cucina. Grazie per aver accettato il nostro invito. Sono contento di poter fare un po’ di chiacchiere insieme a te. Di poterti conoscere meglio. Hai scritto già diversi romanzi, hai spaziato in molti generi. Durante questa chiacchierata parleremo più o meno di tutti ma mi soffermerò maggiormente su gli ultimi due. Ma andiamo con ordine.

Prima di tutto ti chiedo di farci sapere un po’ di te: di dove sei? Cosa fai nella vita oltre a scrivere e se si può scoprire cose c’è dietro quella E. Lo so sono un po’ impertinente…

Ciao Gino e grazie per avermi proposto questa intervista. Fortunatamente non mi ha chiesto l’età (tiro un sospiro di sollievo) sono nata a Napoli dove vivo attualmente con il mio cane Argon, dopo aver girovagato un po’ per il mondo e aver vissuto dieci anni a Pavia. Oltre a scrivere ho fatto diversi lavori nella vita, dall’animatrice turistica all’istruttrice di Zumba, e ora lavoro in un Caf. Per quanto riguarda la “E.” del mio cognome, come potrà essere facilmente intuibile ora che conosci le mie origini partenopee, sta semplicemente ad abbreviare Esposito; ho preferito mantenere solo la lettera iniziale perché è un cognome piuttosto diffuso a Napoli, ma allo stesso tempo non volevo abbandonare totalmente le mie origini. Forse è anche in onore di ciò che mi sono astenuta dal lasciarmi trasportare dalla reincarnazione di Malefica (Maleficent) che è in me e dal risponderti ironicamente con un aforisma di Oscar Wilde: “La gente ha un’insaziabile curiosità di conoscere tutto, tranne ciò che vale la pena sapere”.

Come mai e quando hai deciso di iniziare a scrivere?

Ho iniziato a leggere e scrivere piuttosto presto, a cinque anni, perché volevo leggere le fiabe e le favole per conto mio e da sola e la passione per la vera e propria scrittura è nata di pari passo a quella per i libri, come se fosse qualcosa di naturale e indispensabile, poi quando mi sono appassionata alla saga di Harry Potter ho iniziato a scrivere dei veri e propri racconti e ho capito che la scrittura sarebbe stata la mia passione principale e che sarebbe potuta diventare un vero e proprio mestiere.

Oltre a scrivere sei anche una lettrice? Hai un genere preferito? 

Chiaramente da scrittrice sono principalmente una lettrice, il mio genere preferito è certamente il thriller, seguito di pari passo dall’horror (in pratica i genere che amo scrivere) amo anche i libri di fantascienza e fantasy ma solo particolarmente severa nella scelta in questi due casi, mentre il più delle volte evito lo storico e il romantico (quello esclusivo)

Da dove nascono le tue storie? Elabori notizie che leggi o sono esclusivamente di fantasia? I personaggi dei tuoi libri sono stati ispirati da persone reali?

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OGGI PARLIAMO CON…Lilli Luini

Speciale Andremo a mietere il grano

Intervista a cura di Gino Campaner

Ciao Lilli, bentrovata e bentornata nello spazio interviste del blog Giallo e cucina. Grazie per aver accettato il nostro invito. Qualche tempo fa abbiamo già avuto modo chiacchierare approfonditamente dei tuoi libri e della tua scrittura. Per chi volesse leggerla trova l’intervista a questo link: https://gialloecucina.wordpress.com/2022/02/11/oggi-parliamo-con-lilli-luini/

Oggi invece parleremo (quasi) esclusivamente del tuo ultimo romanzo: Andremo a mietere il grano, uscito lo scorso mese di ottobre e pubblicato dalla casa editrice Il vento Antico. Partiamo senza altri indugi con la prima domanda.

La prima curiosità che ogni lettore che conosce i tuoi libri precedenti vuole soddisfare è sicuramente sapere perché questo tipo di romanzo. Mi spiego, Lilli Luini sia in coppia che singolarmente ha sempre scritto gialli, peraltro pregevolissimi. Adesso un libro di narrativa che parla di famiglia e di rapporti parentali. Come mai?

Questa è una storia che ho in mente da almeno dieci anni. Il raccontarla pian piano è diventata una necessità e sono contentissima di averlo fatto. Ma non significa che lascerò il poliziesco, tutt’altro, e non significa neppure che scriverò altri romanzi che parlano di rapporti familiari. Dipende da quel che si presenta nella mia testa. Del resto ho scritto anche due romance.

Raccontaci un po’ la trama del romanzo facci venir voglia di leggerlo.

Siamo in un piccolissimo paese del Varesotto (che ho inventato di sana pianta per evitare che qualcuno pensi di riconoscere questo o quello). Qui, dopo quarant’anni d’assenza, torna Mary – un tempo Maria Gabriella, detta Ella. Qui è cresciuta insieme alle sue sorelle Maria Pia e Maria Beatrice (la madre era monarchica e prendeva i nomi dai Savoia), in una famiglia di quella borghesia arricchita con un po’ di puzza sotto il naso. Qui sono arrivate molte famiglie dal Sud, alla ricerca di una vita migliore, trovando ostracismo e disprezzo. Quando Maria Pia si innamora di Michele, un bel ragazzo moro e lavoratore ma con l’imperdonabile colpa di essere calabrese, la vita prende una svolta da cui nessuno potrà tornare indietro. 
Non dico di più per non svelare…

Hai affrontato temi importanti e molto attuali anche se i fatti salienti che racconti appartengono alla metà degli anni sessanta. Purtroppo molti mal costumi dell’epoca non sembrano essere molto migliorati ai giorni nostri. Sono solo cambiati i destinatari di odiosi pregiudizi. Mi azzardo anche a dire che Andremo a mietere il grano è un romanzo in parte autobiografico non fosse per altro perché la protagonista è una fotografa come te. Raccontami la genesi di questa storia. Quando e come è nata?

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Oggi parliamo con… Thomas Melis

Intervista a cura di Dario Brunetti

DB – Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Thomas Melis in libreria con il suo ultimo romanzo Milano il mondo non cambia, uscito per la Fratelli Frilli editori, partiamo subito con la prima domanda: Milano è la città dei due volti per eccellenza, quanto è cambiata, secondo te questa metropoli con il passare del tempo, diventandone il simbolo delle diseguaglianze abitative, la parte più ricca e lussuosa contrapposta alla periferia e al degrado?

Ti ringrazio per questa intervista, Dario, e ne approfitto per fare un grande saluto ai lettori del blog. Milano è cambiata molto nell’ultimo decennio, diventando una metropoli globale grazie anche al successo di Expo 2015 e alla realizzazione dei tanti progetti immobiliari che hanno preceduto e seguito quell’evento di rilevanza planetaria. Il problema è che queste fantastiche trasformazioni e innovazioni sono state accompagnate da un parallelo allargamento della forbice tra coloro che hanno ogni cosa che coloro che, invece, non hanno nulla. Ai grattacieli luccicanti del centro e dei quartieri riqualificati fanno da contraltare i palazzoni dell’ALER che cadono a pezzi in periferia, dove migliaia di appartamenti restano sfitti in una dinamica che favorisce la speculazione sul prezzo delle locazioni, e delle stesse abitazioni, ormai assestato livelli insostenibili, e condanna centinaia di famiglie all’occupazione o a cedere al racket dell’abusivismo. Tale situazione è raffigurata perfettamente da Piazzale Segesta, nel quartiere San Siro, una sorta di limes tra il nord delle ville di lusso e il sud delle case popolari degradate.

DB – A metà degli anni 90, precisamente nel 1994 è stato accertato l’insediamento delle più potenti cosche criminali appartenenti all’Ndrangheta sul territorio lombardo, tu ne fai un’eccellente ricostruzione in questo ottimo volume, che emozioni hai provato e come nasce questa opera letteraria?

Era una realtà impossibile da ignorare. Nonostante sia stata negata fino a tempi recentissimi, e tutt’oggi non riceva la giusta attenzione, era peraltro nota, a coloro che si occupano della criminalità organizzata, da almeno vent’anni prima del ’94. “Milano. Il mondo non cambia” però è un lavoro che cerca di affrontare principalmente un altro tipo di tematica. Quello della zona grigia, dei consulenti, avvocati, banchieri, broker, che permettono ai clan di riciclare e rinvestire il denaro nell’economia lecita. C’è una frase che tra gli addetti ai lavori si ripete spesso quando si parla di criminalità organizzata: la forza della mafia è fuori dalla mafia. Ecco, il mio romanzo vuole esplorare quel “fuori”.

DB – Ci descriveresti i protagonisti di Milano il mondo non cambia, nei loro aspetti, caratteristiche e peculiarità?

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Oggi parliamo con Jo Lancaster Reno e Gianfranco Nerozzi

Intervista a cura di Massimo Ghigi

Non capita spesso di poter intervistare un autore e il suo traduttore italiano! Capirete bene quindi come mi senta un privilegiato. In occasione dell’uscita nelle edicole del volume ‘Il Provocatore. Il nulla è per sempre’, pubblicato nella storica collana ‘Segretissimo’ dedicata alla narrativa di genere spy-action, ho avuto il grande piacere di scambiare due parole con il misterioso scrittore Jo Lancaster Reno e con il suo traduttore ufficiale Gianfranco Nerozzi, autore noto agli amici di GialloeCucina, avendolo già intervistato nel 2019, in occasione dell’uscita del suo romanzo medical-noir ‘Bloodyline’ edito da Ink Edizioni.

GeC: Cominciamo da te Jo e grazie ancora per la tua disponibilità! Per prima cosa ti chiedo di presentarti agli amici che seguono il blog anche se, chi come me, legge da tempo i romanzi della collana Segretissimo di Mondadori, ti conosce e ti apprezza dal lontano 2003, anno di uscita della prima avventura della serie ‘Hydra Crisis’! Quando lessi la tua biografia all’interno del primo libro che mi trovai tra le mani ti confesso che pensai subito: “Cavoli, quest’uomo non poteva fare altro che lo scrittore di romanzi di spionaggio!”

JLR: Beh… non  posso dire molto di quello che sono nella mia vita privata. Perché se lo facessi, perdonami questa battuta fin troppo abusata, dopo dovrei ucciderti! Pensandoci: dopo dovrei anche fare fuori tutti coloro che avranno letto l’intervista. Insomma, ne verrebbe fuori una bella strage! A parte gli scherzi: ci tengo alla mia riservatezza.  Solo da poco ho accettato di mostrare la mia faccia e già questo mi crea un certo disagio.  Ma per il resto: nella  mia biografia ufficiale si parla di una figura avvolta nel mistero e così dovrà rimanere. Per quanto riguarda invece quello che sento di essere come scrittore, potrei definirmi un  mescolatore e allo stesso tempo un agitatore, con buona pace dei cocktail Martini del buon James Bond. Un autore che ama  inserire  ed amalgamare nelle proprie ricette narrative  disparati ingredienti. Trame  di spy story e di action insaporite da  sapori e aromi  sorprendenti.  Un  pizzico di horror, tanto glamour, un buona dose di fantascienza (riferita più che altro a trovate tecnologiche non ancora esistenti o in procinto di esserlo…), sano e sfrenato erotismo. Ma anche  profonda introspezione e  meditazione filosofica. Iniezioni di adrenalina  allo stato puro e  carezze sul cuore (per non dire di peggio).  Tutto per coinvolgere il lettore al massimo. Agitarlo.

GeC: Esce proprio in questi giorni nelle edicole italiane il terzo volume della serie de ‘Il Provocatore’ alias Julian Bruce, agente dell’agenzia di sicurezza Homerus Security. La nuova avventura dal titolo ‘Il nulla è per sempre’ fa seguito ai precedenti due capitoli ‘Come il mondo vuole’ e ‘La morte non basta’. Vuoi presentarci tu Julian Bruce e parlarci della Homerus Security?

 JLR:  Figlio di un eroe di guerra, Julian Bruce, ha passato i primi vent’anni della sua vita a cercare  con fatica la sua personale strada del guerriero, per omaggiare il padre morto, ma non solo. Spinto da un retaggio genetico impossibile da ignorare, ha frequentato l’accademia  militare di West Point, lasciandola all’ultimo anno a causa di un incidente di percorso dovuto al suo carattere ribelle.  Indottrinato da un maestro di arti  marziali di razza Seminole, brother in arms di suo padre,  affina  profondamente la sua capacità di combattimento a mani nude, imparando tecniche  che pescano nella cultura guerriera dei pellerossa oltre che nelle discipline orientali. Una sorta di mix assolutamente letale di  art fighting che lo  plasma  profondamente nel corpo e nello spirito. Dopo aver fatto il mercenario per  diversi anni ,  durante una missione in Siria, perde la donna amata durante una sparatoria. Allora  decide di lasciare la strada delle armi. Si trasferisce in Francia  e, sfruttando la sue notevoli capacità amatorie, si mette a fare il gigolo d’alto bordo.  Frequenta il jet set, guida auto di lusso.  Fa una bella vita, vestendosi con abiti firmati, allenandosi in palestra,  giocando al casino. Ma il destino bussa alla sua porta e il passato che si era lasciato alle spalle torna a farsi sentire con voce da incubo.  Gli viene proposto di arruolarsi nell’Homerus security, una agenzia privata che fornisce agenti provocatori per  conto  dei servizi di intelligence della NATO.  E naturalmente, lui accetta.

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Oggi parliamo con… Luigi Calisi

Ho conosciuto Luigi Calisi di persona al Terracina Book Festival, abbiamo condiviso il palco del bellissimo teatro romano, e una chiacchiera tira laltra ne è nata un’intervista intorno al suo romanzo Il mondo finisce allorizzonte” per il blog Giallo e Cucina.

A cura di Marika Campeti

Il tuo romanzo è ambientato ai Caraibi, in unepoca lontana e spietata. Pirati, velieri, tesori e spargimenti di sangue. Come ti sei documentato per ricostruire luoghi e ambientazione storica?

Ho letto alcuni saggi che approfondivano il periodo storico di riferimento, in particolare l’epoca d’oro della pirateria e i conflitti coloniali del diciottesimo secolo.  Mi hanno aiutato anche alcuni dipinti d’epoca: mi è sempre utile avere dei riferimenti iconografici cui ispirarmi. Per i luoghi, invece, ho fatto ricorso persino a degli opuscoli turistici! Una curiosità: quando ho scritto il libro non ero ancora mai stato nei Caraibi, quindi ho ricostruito tutto a distanza. Un po’ come Salgari oltre un secolo fa, ma con l’aiuto fondamentale di Internet! In ogni caso, per i più curiosi, ho inserito un’appendice storico-geografica alla fine del libro per orientarsi tra ciò che è vero e ciò che è inventato.

Leggendo il tuo romanzo ho avuto limpressione di tornare indietro nel tempo, alle letture che facevo da ragazzina. Lisola misteriosa, I figli del capitano Grant, Lisola del tesoro, Il corsaro nero…Tutti romanzi che mi avevano appassionata tanti anni fa e che ho poi dimenticato in uno scaffale della libreria. Il tuo intento con Il mondo finisce allorizzonte” è farci tornare i sognatori che eravamo da bambini?

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