Oggi parliamo con Lorenzo Cioce

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Intervista a cura di Emanuela Di Matteo

 

 

Buongiorno, oggi avremo il grande piacere di scambiare qualche parola con Lorenzo Cioce, il giovane poeta autore di “Hai Mai Corso tra le Nuvole”? Una bella raccolta di poesie lievi eppure intense, giunta già alla sua quarta ristampa.

Benvenuto Lorenzo e grazie per averci concesso il tuo tempo. A proposito…

 Ti sembra che nella vita contemporanea di tempo ce ne sia a sufficienza per fare tutto quello che desideriamo?

 Appunto sta a noi inventare, muovere, creare il tempo. Come diceva un certo Einstein il tempo è relativo, sta a noi essere autentici e dinamici secondo i nostri desideri e bisogni puri.

 Cosa significa per te correre tra le nuvole?

 Significa costruire bellezza, armonia e amore in empatia. Non è facile ma non impossibile. Restiamo umani.

 Lorenzo, quali sono i poeti che ami di più e soprattutto vorrei chiederti se c’è una poesia che hai sempre nel cuore.

 Ho nel cuore la Ginestra di Leopardi e amo tanto Shakespeare, Merini e Saba. Ma non rinuncio alla poesia contemporanea, diciamo che non mi lascio impressionare dai nomi ma dalle emozioni.

 Essere un poeta oggi. Una scelta difficile, controcorrente per i nostri tempi così materialistici. Sei tu che hai scelto la poesia o è lei che ha scelto te?

 Penso che ci siamo scelti durante gli anni del Liceo Classico. Devo ringraziare la docente di letteratura inglese Lidia Fustolo che mi regalò un libro unico “In difesa della Poesia” di Shelley.

 Riuscire ad essere se stessi rende felici?

 Rende felici condividere, essere empatici ed autentici. Diciamo che oggi esserlo significa rifiutare il profitto a tutti i costi, comporta molte rinunce ma tante contropartite del cuore.  E il cuore pompa molto più ossigeno del cervello. Bisogna saper scegliere il motore giusto.

 Vuoi parlarci dei tuoi progetti artistici presenti o prossimi?

 Attualmente vorrei continuare questo tour dal basso di presentazioni, siamo già a 30. Continuare a formarmi e a sognare ancora. Ma tengo segretamente nella mia scatola speciale dei sogni del Maestro Cancellieri i miei desideri più belli.

 La tua citazione preferita? Eventualmente tratta da un film o un libro…

“Tutto è follia in questo mondo fuorchè il folleggiare” Giacomo Leopardi – Zibaldone.

 Grazie Lorenzo. Come da tradizione di Giallo e Cucina ti vorrei chiedere di salutarci rivelandoci quale è il tuo piatto preferito e magari dandocene anche la ricetta…

 Il mio piatto preferito sono le trofie artigianali con il pesto e i pomodorini freschi ciliegino, ma lascio agli chef creare ricette di alto valore. Io mi concentro sull’Arte della Poesia che richiede tanto amore e tanto tempo come la buona cucina italiana.

 

 

 

Oggi parliamo con Luana Troncanetti

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Intervista a cura di Gino Campaner

 Buongiorno, oggi abbiamo il piacere di incontrare Luana Troncanetti, da poco in libreria col suo noir I silenzi di Roma. Benvenuta Luana e grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo! Parlaci un po’ del tuo libro senza entrare troppo nei dettagli chiaramente ma dandoci le informazioni giuste per farci desiderare di leggerlo. Facci conoscere i suoi personaggi principali e tutto quello che può essere utile a conoscere meglio il tuo romanzo, a te la parola.

Buongiorno a te. Grazie per il tuo, di tempo. Personaggi principali: un ispettore di polizia, Paolo Proietti e un tassista, Ernesto Di Casio. Superstizioso, testardo, dotato di una strabiliante memoria visiva il poliziotto. Vigliacco, dolente, sognatore disilluso il conducente di taxi. La loro amicizia dura da oltre un trentennio.

Il romanzo si apre con un omicidio, il massacro di un artista famoso. I due non indagheranno insieme sul caso; la parte gialla è solo un pretesto per scoperchiare melma dal passato del mio ispettore. Ha un segreto, Paolo. Non può confessarlo a nessuno, neppure al suo amico fraterno. Ernesto fa altrettanto: mente al poliziotto, non gli racconta un fatto che ha sconvolto la sua vita. Silenzi fra i due protagonisti, ma non solo: è per eccesso di amore che un padre mente a suo figlio. Ècon i suoi silenzi che un narcisista patologico uccide di indifferenza la sua vittima, una donna alla quale ha giurato amore prima di scomparire. Sono entrambi impegnati in altre relazioni, ma è lei quella appallottolata nel dolore. Non può gridarlo per proteggere i figli ancora piccoli e il suo matrimonio, seppur traballante. Muore lentamente e senza voce.

Ed è ancora il silenzio protagonista di una (o più?) storia di abuso che le vittime non hanno mai denunciato, un non dettoche protegge i mostri e offende gli innocenti. Lo stesso silenzio viaggia nel mondo degli artisti affetti da egocentrismo, viziati e viziosi in un concetto di “malattia dell’arte” che rappresenta il fil rouge del romanzo. Il nero predomina, il giallo fa da complemento, qualche sprazzo d’ironia alleggerisce un po’ la narrazione.

Il romanzo è ambientato nella Capitale ma non l’ho resa personaggio. Le ho dedicato appena tre pagine su oltre duecento. Non aveva bisogno che le concedessi spazio, se l’è preso e basta. Senza far rumore, in silenzio (o quasi) anche lei. Splendida e prepotente com’è, a Roma non serviva il rinforzo delle mie parole.

Quali sono state le maggiori difficoltà nella stesura del romanzo?

L’inesperienza, la mancanza di tempo e tranquillità, la sensazione di non riuscire a “tenere botta” per oltre duecento pagine.

Tre buoni motivi per leggerlo?

Per risponderti rubo alcune considerazioni di Manuel Figliolini, è stato il mio fantastico relatore nel corso di una recente presentazione al Covo della Ladra di Milano: la freschezza, non ricalca scrittori già noti. La struttura insolita, a puzzle. I colori della scrittura, ho cercato di usare tutti quelli che ho.

Toglici una curiositàdove scrivi? Hai un posto preferito dove trovi ispirazione?

Posto preferito? Concetto utopistico per me; è cambiato ben poco dai tempi di Virginia Woolf. Scrivo dove posso, spesso quando ho altro da fare e anche con urgenza. L’ora di cena, per esempio. Dio solo ne conosce i motivi, quando sarebbe ora di cucinarea me scappa sempre da scrivere. L’ispirazione può arrivare in qualsiasi momento, spesso quello sbagliato, in modo bizzarro il più delle volte. Ti faccio un esempio: ho in casa una vecchissima copia de Una storia semplice di Leonardo Sciascia, conuno sbaffo di biro blu sulla copertina. Un giorno, ispirata da quello scarabocchio, ho scritto un racconto breve. Ne trascrivo uno stralcio:

Nando fa scorrere l’indice sul titolo del romanzo, ripassa sottovoce un passo straordinario che conosce a memoria. Copertina arancio, ruvida, un’orecchia sull’aletta della sovraccoperta. Edizioni Adelphi, stampato nel 1990.  L’ha preso in prestito, soffre per l’onta di uno sbaffo d’inchiostro su quella storia semplice. Vorrebbe cancellare il segno di biro che taglia a metà il cognome dello scrittore, rimproverare il bibliotecario che dovrebbe far pagare multe a chi maltratta i libri. 

Scia/scia –  il blu dell’inchiostro proprio nel mezzo.

Scia/scia –  continua a coccolarne le sillabe sulle labbra, ossessivo.

Scia/scia –  gli ricorda il rumore delle onde, gli manca troppo il mare. È dai tempi della colonia estiva che non ci va più e nessuno ha mai capito il perché.

Preferisci il silenzio o ami musica di sottofondo?

Scrivo spesso nel caos più totale, non posso concedermi il lusso di scegliere. Rosicchio ore di sonno prezioso per scrivere in relativa tranquillità. In genere, quando butto giù i primi pensieri di pancia, cerco di farlo nel silenzio. Quando ripulisco il testo, trovo utile farlo accompagnata dalla musica. Un brano perfetto, fra i tanti, è “Human” di Rag’n’Bone Man. “Chain”, ritmo cadenzato, lo stesso prodotto dai reclusi nelle carceri di massima sicurezza durante gli spostamenti,legati con una catena ai piedi. Aiuta il tempo armonico della scrittura, sgrassa il superfluo.

Quando scrivi hai solitamente una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?

Per quanto riguarda i romanzi, ho assoluto bisogno di punti fermi. Per gli scritti brevi no: non so mai dove andrò a parare, è una sorpresa anche per me. Ciò accade in parte anche nelle narrazioni di respiro più ampio ma senza scaletta, soprattutto quando intreccio storie e avvenimenti, mi perdo.

Del rapporto con il tuo Editore cosa puoi dirci?

Carlo Frilli è limpido e diretto. Disponibile fino all’inverosimile, instancabile. All’atto della firma, ha chiarito i miei dubbi – generati da pregressi grotteschi con altri editori- punto per punto. È un uomo che cura ogni sua penna con attenzione e rispetto, che gioisce con noi per un risultato ottenuto, che si sbatte moltissimo insieme a tutti i collaboratori e soci, uno che non fa gravare il lavoro di promozione sugli autori. Ci supporta e crea occasioni di visibilità. Cosa ci sarebbe di strano? Nulla, in teoria: è così che qualsiasi editore dovrebbe comportarsi. In pratica, pochissimi adottano questa linea di condotta. Potrei stilare un mini saggio distopico su alcune mie precedenti esperienze, teoricamente divertente. Teoricamente, però.

In tempi passati, ho faticato per ottenere una cosa basica tipo la condivisione degli eventi sul sito della casa editrice o – in un’occasione – di un premio letterario importantissimo che avevo appena vinto, e sì che la faccenda avrebbe fatto gioco in primis all’editore. Anni fa mi è stata persino preclusa la possibilità di presiedere allo stand durante una fiera, “non era consentito”. Già, per carità, non sia mai ciò fosse utile a vendere qualche copia in più… Al Salone di Torino lo stand della Frilli era visitatissimo, con una consistente rappresentanza di autori presenti e felici di incontrare lettori già consolidati o futuri. Ecco. Frilli, ad esempio, ci “consente” di fare questo. Che uomo illuminato, vero? Al di là dell’ovvio sarcasmo di quest’ultima frase, ti assicuro che molte case editrici nuotano in diversi modi contro i loro autori. È il non plus ultra del controsenso.

Un autore che ami particolarmente e perché?

Luigi Pirandello e i siciliani in genere, da sempre. Trasmettono calore e colore, carattere. Ho amato molto la Deledda, la Morante, fra le straniere la Allende (anche se non tutta la sua produzione). Mi piacciono le scritture carnali, un po’ fuori dagli schemi, l’atipicità, la sperimentazione coraggiosa. Amo chi lascia andare storie, non chi vuole impressionare.

Mi piace la furia bella del vernacolo, quella che spolvera via il gesso dell’italiano puro. Adoro quelli che “fanno risentire alla scrittura il callo del proprio dialetto d’origine”(Erri De Luca). Oltre a lui, Wanda Marasco, Donatella Di Pietrantonio, Patrizia Rinaldi, Luigi Romolo Carrino, Sacha Naspini. Fra le penne che scrivono noir duro e puro con un’atipicità difficile da eguagliare: Alessandro Berselli, Alessandro Morbidelli e Simona Vinci, sublime. Per l’originalità delle trame, oltre che per la scrittura, Marilù Oliva.

Altri/prossimi progetti letterari in divenire/in via di sviluppo?

Il sequel de I silenzi di Roma, è sorprendente che me lo stiano chiedendo a poco più di un mese dall’uscita, e la revisione di un romanzo inedito che ho scritto un paio di anni fa. Tratto un argomento – il terremoto – che mi sta particolarmente a cuore tentando, nei limiti delle mie capacità, di riprodurre la suggestione di un linguaggio contaminato dal vernacolo. È un esperimento difficile e molto affascinante, spero di riuscire nell’intento.

Ti piace presentare i tuoi romanzi in pubblico? Quale è la domanda che ti ha messo in difficoltà e quale quella che più ti è piaciuta?

Mi piace moltissimoe amo anche presentare romanzi non miei. Cerco di mantenere la conversazione su un livello informale, di non annoiare i presenti: un ingrediente salvifico per la buona riuscita di un incontro. Raramente una domanda mi mette in difficoltà e – quando succede – me la cavo con quella tattica che abbiamo usato tutti alle medie, durante l’interrogazione a sorpresa di geografia: “produce patate, barbabietole da zucchero, è attiva nel settore terziario.”Quella roba lì.

Una domanda che mi è piaciuta, me l’hanno posta durante una diretta Facebook, è stata la differenza fra personalità e personaggio. Mi ha consentito di raccontare come il mio ispettore Paolo Proietti, nel corso della revisione per Frilli, ha perso la connotazione bidimensionale del “questi sono i suoi tratti somatici, è testardo, ha una memoria visiva strabiliante, è scaramantico” acquisendo personalità, dolore e respiro autentici.

Un consiglio a chi ha il suo romanzo nel cassetto?

Pazienza biblica, tenacia, selezione: studiare bene le linee editoriali e spedire il manoscritto soltanto a chi potrebbe essere in qualche modo interessato. Scegliere una decina di case editrici, sperare che ne risponda mezza. Mai sollecitare i riscontri di lettura, mai aspettarsi che altri scrittori facciano da sponda: la decisione non spetta a loro, è inutile stalkerizzare amicizie autentiche o presunte.

Le prime, potreste perderle. Le seconde, neppure spreco tempo a spiegare il perché. Mai avere fretta di pubblicare contribuendo (orrore!) in toto o in parte alle spese. Scegliete, piuttosto, la strada dell’auto pubblicazione gratuita dopo aver tentato vie più canoniche. “I silenzi di Roma”, per esempio, ha seguito questo percorso: due anni abbondanti di NO oppure nì oppure indifferenza da parte delle case editrici/due anni abbondanti di vita su Amazon che mi hanno regalato enormi soddisfazioni/l’approdo a Frilli.

Aspettando eventuali approdi, non smettere mai di scrivere. Per ingannare l’attesa, leggete quelli bravi sul serio senza avvilirvi: godetevi ciò che possono insegnare senza farvi uccidere dal senso di inferiorità. Avvicinarsi anche vagamente a loro è impossibile, facciamocene una serena ragione. Si migliora comunque, leggendo i loro romanzi. A me sembra già un discreto successo.

Ascoltare SEMPRE le impressioni di chi ha la schiettezza di sollevare critiche costruttive. Se lo fa, è perché vede del buono in voi. Prendete appunti, ragionate, ringraziate, benedite chi vi suggerisce di sfrondare: non innamoratevi di ogni vostra virgola, piuttosto fatelo delle forbici. Non lasciatevi proprio sedurre dalla vostra scrittura; il narcisismo colerà da ogni parola e pochi altri se ne innamoreranno. Fidatevi solo di chi vi smonta, non di chi vi liquida con un bravo/bravissimo! Dieci a uno non vi trova bravi per nulla e non ha tempo o voglia di raccontarvi il perché.

Altre passioni oltre ai libri?

La cioccolata e il gelato, il vino bianco/sapido/ghiacciato, la buona tavola ma con moderazione. Il mare e le lunghe passeggiate all’aperto, non posso vivere senza. La danza, inclusa quella scema davanti a Just Dance. Disegnare, non lo faccio più da una vita eppure sarebbe stato il mio sogno. Gli agriturismi e i B & B dove ti senti come a casa, prediligo quelli quando viaggio. Giocare con i bambini, in realtà sono loro che fanno giocare me.

Grazie per la bella chiacchierata. Ora, come tradizione di Giallo e Cucina ti chiediamo di salutarci con una citazione ed una ricetta che ami!

Grazie di cuore a te!

La citazione:

L’anima aiuta il corpo e in certi momenti lo solleva.

È l’unico uccello che sostenga la sua gabbia.

(Victor Hugo)

La ricetta, semplicissima, di un piatto di casa mia: le puntarelle.

Verdura semi sconosciuta al nord Italia: cicoria catalogna, le puntarelle sono i suoi germogli. Non un semplice contorno, sbocciano attorcigliandosi alla doppia elica del DNA di un romano.

Bisogna tuffarle nell’acqua gelida una volta affettate, solo così diventano capricciose come i riccioli di una bella donna, e poi scolate con cura. Vanno poste in una ciotola e quindi ricoperte con una pozione magica a base di acciughe, quelle cicciotte e polpose, ridotte a poltiglia in punta di coltello. Olio buono, possibilmente della Sabina. Aglio, tritato fino fino, e un po’ di aceto bianco. Un pizzico di sale e quindi la pazienza di un’ora di riposo. Devono ammarvire, commistionarsi alla pozione fino a rimpicciolire della metà, ma non troppo: altrimenti perdono croccantezza.

Le dosi? E’ un piatto anarchico, gli ingredienti vanno a criterio personale. Le uniche difficoltà sono la “capatura” (lunga da spiegare in questo contesto, fortuna che esiste Google e potete erudirvi lì. Molto pratico acquistarle già affettate, costano un po’ ma vale senz’altro la pena) e l’eventuale eccesso di sale: lasciate che a fare il lavoro duro siano le acciughe.

 

 

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