Palato da detective #4 : TENENTE COLOMBO: VINO D’ANNATA

TENENTE COLOMBO: VINO D’ANNATA

 

di Enrico Luceri

Il tenente Colombo è ormai evaso, ammesso che questo termine sia adatto a un detective della Squadra Omicidi di Los Angeles, dall’empireo degli assi del giallo per entrare a buon diritto fra le icone dell’immaginario collettivo.

I capelli arruffati, il viso gonfio come se fosse appena sveglio, l’occhio vitreo (nel vero senso del termine, all’attore è stata impiantata una protesi oculare fin dall’infanzia), l’impermeabile stazzonato, le scarpe scalcagnate, il vestito di un colore indefinibile, la macchina scambiata per rottame da sfasciacarrozze, il cane talmente apatico da rasentare la catatonia, il mozzicone di sigaro appeso alle labbra: quanto di più improbabile come investigatore.

Una personalità modesta fino all’umiltà che manifesta (o simula abilmente) ammirazione e rispetto per i suoi antagonisti, sempre per contrasto raffinati, eleganti e intelligenti. O meglio, convinti di esserlo. Perché costoro sono sempre dei primaroli, come si dice a Roma, cioè dei novellini del delitto, esponenti dell’alta società o della ricca imprenditoria, artisti o intellettuali, sicuri di aver ideato il crimine perfetto (e che tale appare anche agli spettatori, da principio) che Colombo dimostrerà invece essere viziato da un dettaglio trascurato.

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