I maestri del giallo – PHILIP MacDONALD

Foto di Philip MacDonald

A cura di Luigi Guicciardi

Philip MacDonald (da non confondere col più giovane, e americano, Ross MacDonald, padre narrativo del detective privato Lew Archer), nipote del teologo e poeta George MacDonald e figlio dello scrittore Ronald MacDonald e dell’attrice Constance Robertson, è stato uno scrittore di gialli e di SF, noto anche con lo pseudonimo di Martin Porlock. Nato a Londra il 5 novembre 1900 e morto a Woodland Hills, negli Stati Uniti, il  10 dicembre 1980, risulta oggi, a ben vedere, uno dei primi scrittori in cui si avverte la compresenza – e spesso già il trapasso – dall’uno all’altro indirizzo, della tradizione inglese del mystery a fianco di quello americano del thriller allora nascente.

I suoi primi romanzi, composti nel terzo e quarto decennio del Novecento, nascono infatti sotto il pari influsso della scuola inglese del romanzo di indagine e di pura detection, e di quella del romanzo-suspense che proprio negli anni ’30 cominciava a evolversi negli Stati Uniti in filone letterario autonomo (con gli scrittori hard-boiled e la nota rivista “Black Mask”). Del resto lo stesso MacDonald nel 1931 si trasferì negli U.S.A. insieme alla moglie, la scrittrice F. Ruth Howard, divenendo negli anni seguenti anche un fecondo sceneggiatore a Hollywood.

Preliminarmente a una valutazione del valore e dell’originalità di MacDonald, va detto che molti suoi romanzi polizieschi risultano disponibili in italiano, editi soprattutto nelle collane Il Giallo Mondadori [GM] o I Classici del Giallo Mondadori [CGM], secondo l’elenco che qui presentiamo:

Continua a leggere

Ai morti si dice arrivederci. La nuova indagine del commissario Cataldo – Luigi Guicciardi

Trama

Che Guido Reni sia stato uno dei più grandi pittori del Seicento italiano, lo sanno in molti. Che però due suoi dipinti, a lungo creduti scomparsi, siano stati ritrovati, restaurati e donati a un convento di suore a Modena, lo sanno in pochi. Invitato a presenziare in rappresentanza della questura, il commissario capo Giovanni Cataldo non immagina affatto di imbattersi in poche ore prima in una donna strana e affascinante, poi in un misterioso omicidio, quello dell’anziana suor Alda, depositaria della storia e dei segreti del convento. E quando un nuovo omicidio, stavolta di una giovane novizia, e poi un terzo, assolutamente imprevedibile, arrivano a complicare un rebus insanguinato di difficilissima soluzione, tra pressioni dall’alto e diffusa omertà, Cataldo non smetterà di scavare dentro e fuori il monastero, finché, sul filo di una tensione continua, concluderà la sua indagine, verificando con amarezza che “i delitti del presente hanno le ombre lunghe” – affondando le radici in un passato cupo e inquietante – e ai morti si dice arrivederci e non addio, perché ogni vittima che chiede giustizia non può essere dimenticata.

Continua a leggere

I MAESTRI DEL GIALLO – ERNEST WILLIAM HORNUNG

a cura di Luigi Guicciardi


Succede a volte – nelle rivisitazioni storiche del Giallo come la nostra – di avvertire la necessità di tornare indietro, per recuperare una linea di scrittori accomunati dall’aver elevato a protagonista, tra gli ultimi anni dell’800 e il primo quarantennio del ‘900, un tipo particolare di “ladro/bandito gentiluomo”. Un personaggio che di rado agisce nell’anonimato o con la violenza, basandosi invece sulle proprie doti di astuzia, fascino, signorilità, cultura  e bella presenza per rubare gli oggetti più difficili da ottenere, a volte per mantenersi, ma anche per l’emozione dell’atto stesso. Capostipite storico di tale figura (ma al di fuori del genere strettamente Giallo) potrebbe apparire oggi il Rocambole di Pierre Alexis Ponson du Terrail, creato nel 1857 come personaggio negativo, ma avviato poi, dal quarto romanzo della serie, a una drastica evoluzione positiva (con l’evasione dal carcere e il pentimento) e a una precoce influenza sui tanti seguaci letterari. Ricordiamo tra questi Il Mago, Maschera bianca, i quattro giusti, Il briccone galantuomo di Edgar Wallace; il Jimmy Valentine di O. Henry, il Blackshirt di Bruce Graeme, l’Hamilton Cleek di Thomas W. Hanshew, fino ai più famosi Arséne Lupin di Maurice Leblanc e Simon Templar (The Saint) di Leslie Charteris, nati narrativamente nel 1907 e nel 1939: epigoni più o meno aggiornati di un archetipo letterario di eroe romantico che ha il suo primo esponente (medievale!) in Robin Hood. A proposito del quale, giova qui ricordarne le nove caratteristiche basilari fissate da uno storico come Eric Hobsbawm, in gran parte comuni agli eroi del poliziesco che abbiamo appena citato:

1. la sua carriera di fuorilegge non comincia con un delitto, ma come vittima di un’ingiustizia o di una persecuzione per un’azione giudicata criminosa dall’autorità (ma non dalla sua gente);

2. rimedia da sé alle ingiustizie;

3. sottrae al ricco per dare al povero;

4. non uccide se non per autodifesa o per giusta vendetta:

5. se sopravvive torna dai suoi come cittadino onorato, membro della comunità (da cui di fatto non si distacca mai);

6. è aiutato, ammirato, appoggiato dai suoi;

7. perisce solo a causa di un tradimento;

8. è (teoricamente) invisibile e invulnerabile;

9. non è nemico delle autorità supreme, fonti di giustizia, ma soltanto dei rappresentanti delle oppressive autorità locali.

Continua a leggere

I MAESTRI DEL GIALLO a cura di Luigi Guicciardi – ALAN A. MILNE

Visualizza immagine di origine

Dopo l’ultima serie di giallisti, estremamente prolifici, che abbiamo presentato (Berkeley e Wade, la Rinehart e la Eberhart), riesumiamo ora uno scrittore inglese, autore – incredibile, ma vero – di un unico romanzo giallo, sufficiente però ad assicurargli un posto di primo piano nel panorama della letteratura poliziesca di tutti i tempi. Parliamo di Alan Alexander Milne, nato a Kilburn il 18 gennaio 1882 e morto ad Hartfield il 31 gennaio 1956, autore di un numero assai elevato di poesie, articoli di giornale, saggi storici, commedie teatrali, sceneggiature cinematografiche, ma noto soprattutto per la serie di libri per bambini con protagonista l’orsacchiotto Winnie the Pooh.

 

Il solo romanzo giallo che scrisse – come detto – fu The Red House Mystery (Il dramma di Corte Rossa) del 1922, tradotto in Italia già ai tempi gloriosi dei primi Gialli Mondadori (n. 26, 1930) e più volte ristampato in nuove versioni dal medesimo editore, tra cui segnaliamo l’Oscar Giallo 1976 (con notevole prefazione e postfazione di Claudio Savonuzzi), i Classici del Giallo n. 634, 1991, fino ai benemeriti Bassotti dell’editore Polillo nel 2003.

Continua a leggere

Un conto aperto con il passato. La nuova indagine del commissario Cataldo – Luigi Guicciardi

Trama

Durante i lavori di demolizione di un vecchio edificio a Modena, si rinviene uno scheletro, che l’antropologo forense attribuisce a una ragazza tra i diciotto e i ventidue anni. Le indagini per identificarla vengono affidate al commissario Cataldo, che, scavando nel passato, apprende di una compagnia di bikers che si riunivano in quel luogo, ma deve interrompere le ricerche pochi giorni dopo, quando viene assassinato il proprietario della Delta, l’azienda farmaceutica più nota in città. La nuova inchiesta proietta ora Cataldo nel mondo della ricca borghesia, in una doppia direzione professionale e privata: se la concorrenza industriale, il licenziamento di un sindacalista e le minacce degli animalisti sono piste da seguire, non va trascurata neppure quella di una relazione segreta dell’uomo con una donna a tutti ignota. E mentre nuovi colpi di scena si susseguono, e altro sangue viene versato, alla fine lo scheletro è identificato in quello di una liceale scomparsa nel nulla nove anni prima, subito dopo l’esame di maturità. Cataldo allora capisce che la soluzione è da ricercare in un drammatico intreccio tra passato e presente…

Continua a leggere

I MAESTRI DEL GIALLO a cura di Luigi Guicciardi – MIGNON G. EBERHART

Nata a Lincoln nel Nebraska il 6 luglio 1899, la giallista statunitense Mignonette Good Eberhart – che abbreviò le proprie generalità nei futuri romanzi – frequentò la Nebraska Wesleyan University dal 1917 al 1920, senza tuttavia conseguire la laurea. Nel 1923 sposò Alanson C. Eberhart, un ingegnere civile, da cui divorziò nel 1946 per sposare John Hazen Perry (da cui però, per la cronaca, divorziò una seconda volta nel 1948 per risposare il primo marito). Viaggiando moltissimo, a causa del lavoro del coniuge, la Eberhart iniziò a scrivere nel tempo libero, ispirandosi ai popolarissimi romanzi di Mary Roberts Rinehart, su cui rinviamo al nostro ultimo ritratto nei MAESTRI DEL GIALLO del mese scorso.

 

Così, nel 1925, pubblicò il suo primo lavoro, un racconto lungo dal titolo The Dark Corridor (inedito da noi), e nel 1929 il suo primo romanzo giallo, The Patient in the Room 18 (La stanza n. 18, Classici del Giallo Mondadori 222, 1975), mentre con il terzo, The Mystery of Hunting’s End, del 1930, ottenne nel 1931 lo Scotland Yard Prize – primo di una lunga serie di riconoscimenti pubblici – cui seguì quattro anni dopo una laurea honoris causa dalla sua ex università del Nebraska.

 

Come s’è detto, l’attività letteraria della Eberhart iniziò nel 1929, proprio alla vigilia della Grande Crisi americana, e analogamente a quanto era accaduto ventisei anni prima all’amata Rinehart, la scelta di scrivere si rivelò provvidenziale per la famiglia della scrittrice, che il tracollo del ’29 aveva ridotto in condizioni economiche precarie.

Continua a leggere

I MAESTRI DEL GIALLO – MARY ROBERTS RINEHART

a cura di Luigi Guicciardi

Stavolta è quanto mai d’obbligo una premessa. Pur scrittrice di romanzi polizieschi, Mary Roberts Rinehart in realtà non lo è mai stata completamente, come precisano giustamente Franco Fossati e Roberto Di Vanni nella loro utilissima Guida al “giallo” del 1980. Infatti, a prescindere dalle dichiarazioni programmatiche rilasciate dalla stessa autrice (che in un’intervista confessò di riservare la maggiore attenzione, nei suoi gialli, “ai personaggi e alle loro motivazioni ad agire”), con lei ci muoviamo in un territorio di prepotente contaminazione.

 

Benché scritte in un periodo in cui le linee discriminanti fra un tipo di letteratura poliziesca “colto” e uno “popolare” erano praticamente scomparse, le opere della Rinehart continuano a muoversi in un’orbita quasi ottocentesca, perlomeno dal punto di vista dei meccanismi narrativi e della trama, anche se l’ambientazione e in parte lo stile hanno perso quel sapore un po’ vittoriano proprio di molta parte della produzione di fine Ottocento. Occorre inoltre ricordare che la Rinehart fu anche prolifica scrittrice di romanzi western, rosa, umoristici, di viaggio e di guerra, e fu addirittura corrispondente di guerra in Europa, oltre che autrice di lavori teatrali e di un’autobiografia (My Story, 1931; nuova edizione, 1948): tutto questo a testimonianza di una vena letteraria assai poliedrica, anche se per molti versi un po’ approssimativa.

 

Ma andiamo con ordine. Mary Ella Roberts, nata ad Allegheny City in Pennsylvania il 12 agosto 1876, a soli quindici anni cominciò a scrivere racconti, pubblicandone tre su un periodico locale. Terminate le scuole superiori, si iscrisse alla scuola per infermiere (Training School for Nurses) presso l’Homeopathic Hospital di Pittsburgh, dove si diplomò nel 1896, un anno dopo aver sposato Stanley Marshall Rinehart, un giovane medico conosciuto alla Training School, con cui ebbe tre figli: Stanley Jr (1897), Alan (1900) e Frederick, detto Ted (1902). La raggiunta serenità dovette consolare per un breve periodo la Rinehart dai dolori della sua vita famigliare precedente: il padre infatti, Thomas B. Roberts, un inventore geniale ma privo di senso pratico, si era suicidato, e la madre Cornelia, rimasta paralizzata in seguito allo shock, era morta a causa di gravi ustioni provocate da acqua bollente.

Continua a leggere

I MAESTRI DEL GIALLO – ANTHONY BERKELEY

a cura di Luigi Guicciardi

Anthony Berkeley Cox, nato a Watford il 5 luglio 1893 e morto il 9 marzo 1971, scrittore britannico tra i più noti del suo tempo (gli anni ’20 e ’30, la cosiddetta golden age del Giallo), fu autore – sotto i nomi di Anthony Berkeley, A.B. Cox, Francis Iles e A. Monmouth Platts – di romanzi polizieschi non numerosi, ma fondamentali per la storia del genere.

 

Personalità piuttosto enigmatica, cominciò a scrivere sulle pagine del “Punch” elzeviri umoristici, parte dei quali raccolse poi in volume nel 1925 col titolo di Jugged Journalism. A questa prima esperienza fecero seguito altre opere di carattere comico o umoristico, come Brenda Entertains e The Family Witch (sempre del 1925), The Professor On Paws (dell’anno seguente), nonché, più tardi, O England (1934), uno studio di carattere quasi sociologico su alcuni aspetti della vita e del costume inglesi.

 

Nel 1925 uscì anche il suo primo Giallo, The Layton Court Mystery (Delitto a porte chiuse, Mondadori, I Classici del Giallo 950, 2003), che, pubblicato anonimamente, fu scritto quasi per gioco, in una sorta di omaggio al padre, che era un accanito sostenitore della narrativa poliziesca. Il buon successo del libro, però, indusse lo scrittore a scrivere altri gialli e ad occuparsi di di questo genere letterario, anche nei nuovi ruoli di organizzatore culturale e di critico. Nel 1928, infatti, fondò a Londra il celebre DETECTION CLUB – cui aderirono giallisti del calibro di Chesterton, Dorothy Sayers, Agatha Christie, Wills Crofts o John Rhode (tutti esaminati, fin qui, nei ritratti critici di questa nostra serie), e negli anni Trenta lavorò come recensore sulle pagine del “Daily Telegraph”. Attività, quest’ultima, destinata a protrarsi anche nel secondo dopoguerra, anche se già dal 1939 lo scrittore aveva interrotto definitivamente  la sua produzione letteraria, per motivi che tuttora non risultano ben chiari (un’ingente eredità?).

Continua a leggere

I MAESTRI DEL GIALLO – JOHN RHODE

a cura di Luigi Guicciardi

 

Giallista tra i più prolifici di tutti i tempi, ma oggi quasi dimenticato, l’inglese Cecil John Charles Street (questo il suo vero nome), nato a Gibilterra nel 1884 e morto nel gennaio 1965, pare abbia firmato 140 mystery, oltre a volumi di argomento politico e storico e ad alcune biografie. Dapprima iniziò la carriera militare come ufficiale d’artiglieria nell’esercito britannico, diventando poi, durante la prima guerra mondiale, un propagandista dell’MI7 e raggiungendo il grado di Maggiore. Dopo l’armistizio di Compiègne del 1918, si occupò da vicino della guerra d’indipendenza irlandese, muovendosi tra Dublino e Londra come addetto all’informazione del governo inglese in Irlanda. Da tale esperienza derivò appunto il suo primo libro, The Administration of Ireland, del 1921.

Finalmente, sotto lo pseudonimo di John Rhode, esordì piuttosto tardi nella narrativa poliziesca, precisamente nel 1924 con A.S.F. The Story of a Great Conspiracy (poi The White Menace, nell’edizione americana). Sia questo romanzo, sia i due successivi (The Double Florin, 1924 e The Alarm, 1925) si distaccano sensibilmente dalla produzione successiva dello scrittore, in quanto larvatamente collegabili al genere allora embrionale del thriller (destinato a crescere nel più fertile suolo americano), e possono ricordare, anche se su un piano più anonimo e dilettantesco, alcune prove letterarie coeve del connazionale Philip Macdonald. Un mutamento di rotta decisivo avviene invece col quarto romanzo firmato da Rhode, il celebre The Paddington Mystery (1925), in cui compare per la prima volta il dottor Lancelot Priestley, che sarà il protagonista di  decine di Gialli a venire.

Continua a leggere

I MAESTRI DEL GIALLO a cura di Luigi Guicciardi – DOROTHY SAYERS

Dopo tanti giallisti, ritratti nei mesi scorsi, in parte dimenticati dai lettori contemporanei, ecco stavolta una firma inglese che non esige particolari sforzi mnemonici, risultando tuttora una delle più popolari scrittrici di romanzi polizieschi dopo Agatha Christie grazie al suo personaggio, a sua volta celeberrimo, di lord Peter Wimsey. La definizione di giallista, tuttavia, appare riduttiva nei confronti delle molteplici attività culturali della Sayers, che fu via via – nei 64 anni della sua vita – insegnante di letteratura, redattrice pubblicitaria, poetessa e drammaturga d’àmbito religioso, traduttrice, saggista e critico letterario. Interessi culturali diversi, quindi, e diverse tipologie di opere, su cui peraltro non ci soffermeremo, non rientrando nei confini del genere Giallo, fatta eccezione solo per la straordinaria opera di traduzione e commento della Divina Commedia del nostro Dante Alighieri, che fin dalla giovinezza aveva affascinato lei, una delle prime donne laureata con lode a Oxford in letteratura medievale nel 1915. Avviata a metà degli anni Trenta, e sentita come una “missione sacra”, la traduzione della Commedia si arrestò agli ultimi canti del Paradiso a causa della morte della Sayers, avvenuta a Witham il 17 dicembre 1957. Per la cronaca, l’Inferno (I: Hell) apparve nel 1949, il Purgatorio (II: Purgatory) nel 1955, e il Paradiso (III: Paradise) – incompiuto e completato da Barbara Reynolds – nel 1962, meritandosi l’apprezzamento di Umberto Eco, che in Mouse or Rat? (London, 2003) attribuì alla versione della Sayers la palma di miglior traduzione in lingua inglese, “nel mantenere almeno gli endecasillabi e la rima.”

Continua a leggere