I MAESTRI DEL GIALLO – WILLIAM BURNETT

a cura di Luigi Guicciardi

Photo of William R. Burnett

Nato a Springfield nell’Ohio il 25 novembre 1899 e morto a Santa Monica in California il 25 aprile 1892, William Riley Burnett cominciò a lavorare come impiegato dell’Ufficio Statistiche Industriali della sua città natale, ma passava le sere leggendo i classici della letteratura dell’Ottocento e del primo Novecento. In sei anni, tra il 1923 e il ’29, aveva scritto ben nove romanzi, varie commedie e un centinaio di racconti, pur senza riuscire a  pubblicare nulla della sua vasta produzione, che spaziava in così vari generi letterari. Finché, alla fine degli anni Venti, alla ricerca di nuove fonti d’ispirazione, si trasferì a Chicago e dall’impatto con questa metropoli – che contava già quasi due milioni di abitanti e dove cominciava a esplodere il gangsterismo e la corruzione nel clima della Grande Depressione – si rinnovò completamente come scrittore.

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I MAESTRI DEL GIALLO

a cura di Luigi Guicciardi

CARROLL JOHN DALY

Il giallista di cui intendiamo parlare questo mese – diciamolo subito – è un’autentica novità per la stragrande maggioranza dei lettori italiani, dal momento che nessuna delle sue opere (romanzi o racconti che siano) ci risulta che sia mai stata  tradotta nella nostra lingua. Memoria corta degli editori? Colpa delle mode narrative che cambiano? Un autore giudicato più importante sul piano dello sviluppo storico del Giallo che su quello della propria qualità letteraria? Tutto è possibile, ma la curiosità rimane.

Daly, nato a Yonkers (New York) il 14 settembre 1889 e morto a Los Angeles il 16 gennaio 1958, giunse alla letteratura dopo un lungo tirocinio nel campo teatrale, e iniziò la sua attività collaborando alla rivista Black Mask, la più leggendaria delle “Pulp Magazines”. Queste, com’è noto, erano pubblicazioni periodiche a basso costo diffuse negli Stati Uniti dalla fine degli anni Dieci, che raccontavano soprattutto avventure di detectives privati (privates eyes era il termine americano) e costituirono il banco di prova per un’intera generazione di scrittori, da Erle Stanley Gardner a Lester Dent, da Raoul Whitfield a Pail Cain a Frederick Nebel, per arrivare agli stessi Hammett e Chandler. Non va taciuto inoltre, tra parentesi, che le “Pulp Magazines” (a partire però dagli anni ’30) lanciarono anche una nuova voga letteraria, che si esaurì in breve ma trovò un più fertile terreno di sviluppo nel campo dei fumetti. Si allude al fenomeno dell’eroe-detective mascherato, i cui esponenti più significativi furono The Shadow, The Black Bat, The Spider, The Phantom Detective, The Masked Detective e altri ancora, ma che, tutti assieme, esulano da un discorso sulla letteratura gialla.

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I MAESTRI DEL GIALLO – ERNEST WILLIAM HORNUNG

a cura di Luigi Guicciardi


Succede a volte – nelle rivisitazioni storiche del Giallo come la nostra – di avvertire la necessità di tornare indietro, per recuperare una linea di scrittori accomunati dall’aver elevato a protagonista, tra gli ultimi anni dell’800 e il primo quarantennio del ‘900, un tipo particolare di “ladro/bandito gentiluomo”. Un personaggio che di rado agisce nell’anonimato o con la violenza, basandosi invece sulle proprie doti di astuzia, fascino, signorilità, cultura  e bella presenza per rubare gli oggetti più difficili da ottenere, a volte per mantenersi, ma anche per l’emozione dell’atto stesso. Capostipite storico di tale figura (ma al di fuori del genere strettamente Giallo) potrebbe apparire oggi il Rocambole di Pierre Alexis Ponson du Terrail, creato nel 1857 come personaggio negativo, ma avviato poi, dal quarto romanzo della serie, a una drastica evoluzione positiva (con l’evasione dal carcere e il pentimento) e a una precoce influenza sui tanti seguaci letterari. Ricordiamo tra questi Il Mago, Maschera bianca, i quattro giusti, Il briccone galantuomo di Edgar Wallace; il Jimmy Valentine di O. Henry, il Blackshirt di Bruce Graeme, l’Hamilton Cleek di Thomas W. Hanshew, fino ai più famosi Arséne Lupin di Maurice Leblanc e Simon Templar (The Saint) di Leslie Charteris, nati narrativamente nel 1907 e nel 1939: epigoni più o meno aggiornati di un archetipo letterario di eroe romantico che ha il suo primo esponente (medievale!) in Robin Hood. A proposito del quale, giova qui ricordarne le nove caratteristiche basilari fissate da uno storico come Eric Hobsbawm, in gran parte comuni agli eroi del poliziesco che abbiamo appena citato:

1. la sua carriera di fuorilegge non comincia con un delitto, ma come vittima di un’ingiustizia o di una persecuzione per un’azione giudicata criminosa dall’autorità (ma non dalla sua gente);

2. rimedia da sé alle ingiustizie;

3. sottrae al ricco per dare al povero;

4. non uccide se non per autodifesa o per giusta vendetta:

5. se sopravvive torna dai suoi come cittadino onorato, membro della comunità (da cui di fatto non si distacca mai);

6. è aiutato, ammirato, appoggiato dai suoi;

7. perisce solo a causa di un tradimento;

8. è (teoricamente) invisibile e invulnerabile;

9. non è nemico delle autorità supreme, fonti di giustizia, ma soltanto dei rappresentanti delle oppressive autorità locali.

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I MAESTRI DEL GIALLO – FRANK PACKARD

a cura di Luigi Guicciardi

La nostra rivisitazione dei Maestri storici del Giallo, ora giunta a quelli dell’inizio del Novecento, s’è orientata in prevalenza su nomi dimenticati o addirittura quasi ignoti ai lettori italiani. E’ questo anche il caso di Frank Packard, nato a Montreal, nel Quebec canadese, il 2 febbraio 1877, ma vissuto in prevalenza negli Stati Uniti, dove prima studiò alla McGill University, poi lavorò come ingegnere civile per la Canadian Pacific Railway. La sua esperienza professionale nel mondo delle ferrovie contribuì a ispirargli molti racconti di viaggi e di avventure, nonché una serie di romanzi gialli – pur non molto numerosi – la maggior parte dei quali, tuttora inediti in Italia, risale al periodo compreso fra il 1917 e il 1935. Packard morì il 17 febbraio 1942 a Lachine, nel suo Quebec, e fu sepolto nel cimitero di Mount Royal a Montreal.

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I MAESTRI DEL GIALLO – MARIE BELLOC LOWNDES

 

a cura di Luigi Guicciardi

 

Marie Adelaide Belloc, pur nata a Londra il 5 agosto 1868, era figlia di un avvocato di origine francese, Louis Belloc, e per questo trascorse molti anni della sua vita in Francia e a Parigi. Nel 1896 sposò l’inglese Frederick Sawrey Lowndes, importante giornalista del “Times” da cui ebbe tre figli, Elizabeth, Charles e Susan. Morì il 14 novembre 1947 a Eversley Cross, nell’Hampshire, ed è sepolta a La Celle Saint-Cloud.

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I MAESTRI DEL GIALLO a cura di Luigi Guicciardi – MIGNON G. EBERHART

Nata a Lincoln nel Nebraska il 6 luglio 1899, la giallista statunitense Mignonette Good Eberhart – che abbreviò le proprie generalità nei futuri romanzi – frequentò la Nebraska Wesleyan University dal 1917 al 1920, senza tuttavia conseguire la laurea. Nel 1923 sposò Alanson C. Eberhart, un ingegnere civile, da cui divorziò nel 1946 per sposare John Hazen Perry (da cui però, per la cronaca, divorziò una seconda volta nel 1948 per risposare il primo marito). Viaggiando moltissimo, a causa del lavoro del coniuge, la Eberhart iniziò a scrivere nel tempo libero, ispirandosi ai popolarissimi romanzi di Mary Roberts Rinehart, su cui rinviamo al nostro ultimo ritratto nei MAESTRI DEL GIALLO del mese scorso.

 

Così, nel 1925, pubblicò il suo primo lavoro, un racconto lungo dal titolo The Dark Corridor (inedito da noi), e nel 1929 il suo primo romanzo giallo, The Patient in the Room 18 (La stanza n. 18, Classici del Giallo Mondadori 222, 1975), mentre con il terzo, The Mystery of Hunting’s End, del 1930, ottenne nel 1931 lo Scotland Yard Prize – primo di una lunga serie di riconoscimenti pubblici – cui seguì quattro anni dopo una laurea honoris causa dalla sua ex università del Nebraska.

 

Come s’è detto, l’attività letteraria della Eberhart iniziò nel 1929, proprio alla vigilia della Grande Crisi americana, e analogamente a quanto era accaduto ventisei anni prima all’amata Rinehart, la scelta di scrivere si rivelò provvidenziale per la famiglia della scrittrice, che il tracollo del ’29 aveva ridotto in condizioni economiche precarie.

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I MAESTRI DEL GIALLO – MARY ROBERTS RINEHART

a cura di Luigi Guicciardi

Stavolta è quanto mai d’obbligo una premessa. Pur scrittrice di romanzi polizieschi, Mary Roberts Rinehart in realtà non lo è mai stata completamente, come precisano giustamente Franco Fossati e Roberto Di Vanni nella loro utilissima Guida al “giallo” del 1980. Infatti, a prescindere dalle dichiarazioni programmatiche rilasciate dalla stessa autrice (che in un’intervista confessò di riservare la maggiore attenzione, nei suoi gialli, “ai personaggi e alle loro motivazioni ad agire”), con lei ci muoviamo in un territorio di prepotente contaminazione.

 

Benché scritte in un periodo in cui le linee discriminanti fra un tipo di letteratura poliziesca “colto” e uno “popolare” erano praticamente scomparse, le opere della Rinehart continuano a muoversi in un’orbita quasi ottocentesca, perlomeno dal punto di vista dei meccanismi narrativi e della trama, anche se l’ambientazione e in parte lo stile hanno perso quel sapore un po’ vittoriano proprio di molta parte della produzione di fine Ottocento. Occorre inoltre ricordare che la Rinehart fu anche prolifica scrittrice di romanzi western, rosa, umoristici, di viaggio e di guerra, e fu addirittura corrispondente di guerra in Europa, oltre che autrice di lavori teatrali e di un’autobiografia (My Story, 1931; nuova edizione, 1948): tutto questo a testimonianza di una vena letteraria assai poliedrica, anche se per molti versi un po’ approssimativa.

 

Ma andiamo con ordine. Mary Ella Roberts, nata ad Allegheny City in Pennsylvania il 12 agosto 1876, a soli quindici anni cominciò a scrivere racconti, pubblicandone tre su un periodico locale. Terminate le scuole superiori, si iscrisse alla scuola per infermiere (Training School for Nurses) presso l’Homeopathic Hospital di Pittsburgh, dove si diplomò nel 1896, un anno dopo aver sposato Stanley Marshall Rinehart, un giovane medico conosciuto alla Training School, con cui ebbe tre figli: Stanley Jr (1897), Alan (1900) e Frederick, detto Ted (1902). La raggiunta serenità dovette consolare per un breve periodo la Rinehart dai dolori della sua vita famigliare precedente: il padre infatti, Thomas B. Roberts, un inventore geniale ma privo di senso pratico, si era suicidato, e la madre Cornelia, rimasta paralizzata in seguito allo shock, era morta a causa di gravi ustioni provocate da acqua bollente.

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I MAESTRI DEL GIALLO – HENRY WADE

a cura di Luigi Guicciardi

 

 

Il desiderio di riscoprire i grandi giallisti inglesi della Golden Age – e in particolare quelli raccolti intorno al mitico Detection Club di Londra (su cui si veda il nostro ultimo ritratto dedicato ad Anthony Berkeley) – non può esimerci adesso dal considerare Henry Wade, padre narrativo dell’ispettore John Poole di Scotland Yard e autore, seppur dimenticato, di altri romanzi meritevoli di un riesame.

 

Appartenente all’antica nobiltà britannica, Wade – il cui vero nome era Henry Lancelot Aubrey-Fletcher – nacque nel Surrey il 10 settembre 1887, figlio unico di sir Lancelot Aubrey-Fletcher, quinto baronetto di Clea Hall, contea di Cumberland, e di Emily Harriet Wade. Da principio studiò all’Eton College e alla Oxford University, poi seguì la carriera militare e svolse servizio attivo come ufficiale dei Granatieri in entrambi i conflitti mondiali, nel primo dei quali rimase ferito e ottenne la decorazione della Croix de Guerre. Nel secondo dopoguerra rivestì altre cariche pubbliche, in prevalenza di carattere onorifico, ma fu anche giudice di pace della contea del Buckinghamshire. Nella vita privata si sposò due volte, con Mary Augusta Chilton nel 1911 e con Nancy Cecil Reynolds nel 1965, quattro anni prima di morire, il 30 maggio 1969.

 

Con lo pseudonimo di Henry Wade, preso dal cognome della madre, ci risulta che abbia firmato ventun romanzi tra il 1926 e il 1957, in parte apparsi in Italia presso Crimen (sotto il fascismo), Casini e l’immancabile Mondadori, più un certo numero di racconti e romanzi brevi, mai tradotti da noi, di cui diremo. Fu anche uno dei membri fondatori del Detection Club, esperienza che gli permise di conoscere da vicino astri già nati o nascenti del Giallo inglese, quali Chesterton, la Sayers, Agatha Christie, Wills Crofts o John Rhode.

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I MAESTRI DEL GIALLO – ANTHONY BERKELEY

a cura di Luigi Guicciardi

Anthony Berkeley Cox, nato a Watford il 5 luglio 1893 e morto il 9 marzo 1971, scrittore britannico tra i più noti del suo tempo (gli anni ’20 e ’30, la cosiddetta golden age del Giallo), fu autore – sotto i nomi di Anthony Berkeley, A.B. Cox, Francis Iles e A. Monmouth Platts – di romanzi polizieschi non numerosi, ma fondamentali per la storia del genere.

 

Personalità piuttosto enigmatica, cominciò a scrivere sulle pagine del “Punch” elzeviri umoristici, parte dei quali raccolse poi in volume nel 1925 col titolo di Jugged Journalism. A questa prima esperienza fecero seguito altre opere di carattere comico o umoristico, come Brenda Entertains e The Family Witch (sempre del 1925), The Professor On Paws (dell’anno seguente), nonché, più tardi, O England (1934), uno studio di carattere quasi sociologico su alcuni aspetti della vita e del costume inglesi.

 

Nel 1925 uscì anche il suo primo Giallo, The Layton Court Mystery (Delitto a porte chiuse, Mondadori, I Classici del Giallo 950, 2003), che, pubblicato anonimamente, fu scritto quasi per gioco, in una sorta di omaggio al padre, che era un accanito sostenitore della narrativa poliziesca. Il buon successo del libro, però, indusse lo scrittore a scrivere altri gialli e ad occuparsi di di questo genere letterario, anche nei nuovi ruoli di organizzatore culturale e di critico. Nel 1928, infatti, fondò a Londra il celebre DETECTION CLUB – cui aderirono giallisti del calibro di Chesterton, Dorothy Sayers, Agatha Christie, Wills Crofts o John Rhode (tutti esaminati, fin qui, nei ritratti critici di questa nostra serie), e negli anni Trenta lavorò come recensore sulle pagine del “Daily Telegraph”. Attività, quest’ultima, destinata a protrarsi anche nel secondo dopoguerra, anche se già dal 1939 lo scrittore aveva interrotto definitivamente  la sua produzione letteraria, per motivi che tuttora non risultano ben chiari (un’ingente eredità?).

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I MAESTRI DEL GIALLO – JOHN RHODE

a cura di Luigi Guicciardi

 

Giallista tra i più prolifici di tutti i tempi, ma oggi quasi dimenticato, l’inglese Cecil John Charles Street (questo il suo vero nome), nato a Gibilterra nel 1884 e morto nel gennaio 1965, pare abbia firmato 140 mystery, oltre a volumi di argomento politico e storico e ad alcune biografie. Dapprima iniziò la carriera militare come ufficiale d’artiglieria nell’esercito britannico, diventando poi, durante la prima guerra mondiale, un propagandista dell’MI7 e raggiungendo il grado di Maggiore. Dopo l’armistizio di Compiègne del 1918, si occupò da vicino della guerra d’indipendenza irlandese, muovendosi tra Dublino e Londra come addetto all’informazione del governo inglese in Irlanda. Da tale esperienza derivò appunto il suo primo libro, The Administration of Ireland, del 1921.

Finalmente, sotto lo pseudonimo di John Rhode, esordì piuttosto tardi nella narrativa poliziesca, precisamente nel 1924 con A.S.F. The Story of a Great Conspiracy (poi The White Menace, nell’edizione americana). Sia questo romanzo, sia i due successivi (The Double Florin, 1924 e The Alarm, 1925) si distaccano sensibilmente dalla produzione successiva dello scrittore, in quanto larvatamente collegabili al genere allora embrionale del thriller (destinato a crescere nel più fertile suolo americano), e possono ricordare, anche se su un piano più anonimo e dilettantesco, alcune prove letterarie coeve del connazionale Philip Macdonald. Un mutamento di rotta decisivo avviene invece col quarto romanzo firmato da Rhode, il celebre The Paddington Mystery (1925), in cui compare per la prima volta il dottor Lancelot Priestley, che sarà il protagonista di  decine di Gialli a venire.

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