Oggi parliamo con… Enrico Luceri

 

Intervista a cura di Dario Brunetti e Massimo Ghigi

 

1-DB, MG- Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Enrico Luceri, col suo ultimo romanzo Il vizio del diavolo e partiamo subito con la prima domanda. MG- Il libro è un dichiarato omaggio al cinema gotico di Pupi Avati; personalmente ho ritrovato effettivamente le atmosfere inquietanti di film come, per esempio, ‘Il nascondiglio’; com’è nato il desiderio di realizzare questo omaggio e perché proprio Pupi Avati?

Ho visto e rivisto il dvd del film “Il nascondiglio”, che avete citato opportunamente. Il film è in due versioni. La seconda è quella commentata sequenza per sequenza dal regista Pupi Avati. Mi ha colpito la sua testimonianza e in particolare la deliberata sua intenzione di costruire la tensione della storia attraverso l’ambientazione, l’atmosfera, il clima, le ombre, l’ambiguità e i colpi di scena. Quindi la suspense, quella vera, che spaventa, priva di effetti speciali. Ho voluto scrivere la mia storia con i medesimi elementi, con l’obiettivo di coinvolgere i lettori, catturare la loro attenzione, spingerli a condividere le emozioni dei personaggi. In altre parole, sentirsi trasportati dalla confortevole, rassicurante casa propria nel freddo e labirintico collegio, sperduto nel buio di una tetra e desolata campagna. Lo spunto iniziale è stato il desiderio di descrivere le contraddizioni, le lacerazioni interiori, le carenze affettive della giovane Corinna, e di capire da dove nascessero la sua rabbia, la ribellione, l’istinto di ferire il prossimo. È lei il personaggio attorno al quale ho realizzato la storia, un mattone dopo l’altro. Questo romanzo è una delle mie storie che amo di più. Perché quando scrivo una storia la “vedo”con gli occhi dell’immaginazione, come se si svolgesse davanti ai miei. Dunque ho bisogno di chi “interpreta” nella mia mente i personaggi. Nel ruolo di Corinna c’è mia figlia, e sono convinto che sia stata molto convincente. La sua presenza rende “Il vizio del diavolo” un romanzo di famiglia, perché ovviamente ci sono pure io, anche se si scopre all’ultima pagina, come in ogni giallo!

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Il vizio del diavolo – Enrico Luceri

Trama

Antivigilia di Natale 2018. È stata annunciata un’allerta meteo: è previsto un nubifragio che provocherà allagamenti e mancanza di collegamenti. In un collegio sperduto nella campagna dell’Italia settentrionale, sono rimasti un prete, due suore e una giovane orfana. Dopo il crepuscolo, un frate chiede ospitalità al collegio per un incidente d’auto. E a tarda sera, il malore di una suora costringe un medico a raggiungere la scuola con mezzi di fortuna. Da quel momento, comincia una notte di terrore. Un assassino colpisce spietato, freddo e inafferrabile. Un intruso penetrato nel collegio, o uno degli insospettabili ospiti? O è davvero il diavolo a nascondersi negli angoli bui dei corridoi e a sghignazzare divertito? La realtà sembra sempre più un’illusione, una magia, una messa in scena. Perché forse è davvero il diavolo ad aggirarsi per il collegio. E il suo vizio è ingannare.

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“Palato da detective”, n° 6 – FORCHETTA E BISTURI – A tavola con Kay Scarpetta

Articolo di Enrico Luceri

 

Figura 1

L’americana Patricia Daniels, conosciuta dai lettori come Patricia Cornwell (il cognome dell’ex-marito, conservato come un marchio, un brand, secondo l’esempio di Agatha Christie) è la creatrice dell’anatomopatologa e detective di chiare ascendenze italiane Kay Scarpetta (Fig.1). Una donna, quest’ultima, tosta e intelligente come la sua autrice. Studia medicina legale e giurisprudenza prima di diventare la più prolifica dispensatrice di autopsie della narrativa thriller contemporanea.

Elegante (indossa con naturalezza abiti di buon taglio), raffinata ma non altezzosa, sensibile e sicura di sé, ovviamente coraggiosa (a volte fino all’imprudenza) e ostinata, la dottoressa Scarpetta interpreta in maniera molto elastica il suo ruolo di medico legale, non esitando a indagare sui misteri nascosti nei cadaveri che disseziona sul tavolo del proprio laboratorio. Da sola, o in compagnia del rude poliziotto Pete Marino o dell’intellettuale profiler dell’FBI Benton Wesley, questa signora delle autopsie affronta i più spietati e paranoici assassini del Nord America, e non solo.

Protagonista di una saga editoriale iniziata nel 1990 e tuttora molto apprezzata dai lettori, la Scarpetta è una dottoressa affascinante e intuitiva, esperta delle tecniche mediche e scientifiche più moderne e allo stesso tempo una donna che custodisce tenacemente le tradizioni di una tipica famiglia italoamericana, privata degli aspetti più folkloristici e attaccata ai valori e ai principi morali. Fra queste tradizioni non manca l’arte culinaria, perché Kay Scarpetta si disimpegna ai fornelli con la stessa disinvoltura che mostra nel suo laboratorio di medicina legale.

Una dimostrazione pratica del talento culinario della dottoressa è rappresentata dal racconto lungo La cena di Natale (opportunamente sottotitolato A tavola con Kay Scarpetta), pubblicato in Italia da Mondadori nel 1999 (Fig. 2).

Figura 2 – La cena di Natale

Il filo conduttore della trama è l’itinerario gastronomico dell’anatomopatologa, della sua intraprendente nipote Lucy, agente dell’FBI, e dell’amico e collega Pete Marino. L’ambientazione prevalente è la confortevole abitazione di Kay a Richmond, con saltuari sconfinamenti in casa di Marino e della famiglia Scarpetta a Miami. Con i prevedibili salti climatici, dalla neve della Virginia al sole della Florida.

Malgrado il titolo, si cucina e si mangia tutti i giorni festivi meno che il 25 dicembre. La vicenda comincia infatti la sera di Santo Stefano e si conclude i primi giorni dell’anno nuovo.

Kay Scarpetta prepara una pizza talmente farcita da sopportare a stento il peso di ingredienti stravaganti come le cozze affumicate; il detective Marino si esibisce nel ruolo di alchimista e artificiere con uno zabaione detto Eggnog, che le quantità industriali di uova, zucchero e whisky rendono più micidiale di una bomba Molotov; Lucy impasta e sforna biscotti criminosi di nome e di fatto, dove le vittime designate sono glicemia e colesterolo. Le esibizioni culinarie della dottoressa Scarpetta prevedono anche zuppe e stufati annegati in litri di vino generoso, mentre Lucy e alcune sue giovani colleghe dell’FBI bivaccano nella villetta di Richmond. Accanto al camino scoppiettante, alternando spuntini e cocktail.

La cena di Natale è una breve vacanza, visto il periodo natalizio, nella lunga saga dell’anatomopatologa della Cornwell, che ne svela l’umanità, l’altruismo e in fondo alcune fragilità, conservate più che nascoste dietro l’algida apparenza di medico dall’indole razionale, equilibrata e prudente. Un carattere in fondo simile a quello di Marino, che per lunga consuetudine professionale si mostra spigoloso e sbrigativo, ma in realtà soffre evidenti carenze affettive, come dimostra l’asciutto altruismo con il quale si prende cura di una giovane madre e del figliolo, dapprima teppistello e poi timido e introverso.

Figura 3

Una vacanza meritata, se vogliamo, con il sottile piacere di concedersi una trasgressione gastronomica. Una vacanza per svelare qualche contraddizione di carattere. Di svelarsi, infine, personaggi letterari e comunque di umanità disarmante. Alle prese con una realtà diversamente impegnativa e affascinante rispetto alla nostra. La realtà della narrativa che noi lettori cerchiamo nelle storie di fantasia: un’evasione innocente e artificiale, come quella cucinata da Patricia Cornwell secondo le ricette di Kay Scarpetta.

Patricia Cornwell ha scritto anche un ricettario dal titolo quanto mai esplicito Food to die for, più o meno cibo per uccidere (Fig. 3 , che rappresenta uno sguardo indiscreto fra i Secrets from Kay Scarpetta kitchen.

Un prontuario singolare con le informazioni per cucinare le pietanze citate nei romanzi dell’anatomopatologa con l’hobby della buona cucina.

E delle indagini pericolose.

 

Palato da detective #4 : TENENTE COLOMBO: VINO D’ANNATA

TENENTE COLOMBO: VINO D’ANNATA

 

di Enrico Luceri

Il tenente Colombo è ormai evaso, ammesso che questo termine sia adatto a un detective della Squadra Omicidi di Los Angeles, dall’empireo degli assi del giallo per entrare a buon diritto fra le icone dell’immaginario collettivo.

I capelli arruffati, il viso gonfio come se fosse appena sveglio, l’occhio vitreo (nel vero senso del termine, all’attore è stata impiantata una protesi oculare fin dall’infanzia), l’impermeabile stazzonato, le scarpe scalcagnate, il vestito di un colore indefinibile, la macchina scambiata per rottame da sfasciacarrozze, il cane talmente apatico da rasentare la catatonia, il mozzicone di sigaro appeso alle labbra: quanto di più improbabile come investigatore.

Una personalità modesta fino all’umiltà che manifesta (o simula abilmente) ammirazione e rispetto per i suoi antagonisti, sempre per contrasto raffinati, eleganti e intelligenti. O meglio, convinti di esserlo. Perché costoro sono sempre dei primaroli, come si dice a Roma, cioè dei novellini del delitto, esponenti dell’alta società o della ricca imprenditoria, artisti o intellettuali, sicuri di aver ideato il crimine perfetto (e che tale appare anche agli spettatori, da principio) che Colombo dimostrerà invece essere viziato da un dettaglio trascurato.

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Le notti della luna rossa – Enrico Luceri

Trama

La donna sembra addormentata. Giace abbandonata sulla poltrona, la testa reclinata sulla spalla e i gomiti posati sui braccioli. Sotto i capelli ricaduti sul viso, gli occhi fissano il vuoto. È il medico legale a chiuderglieli. Perché Maria Letizia Romano, quarantun anni compiuti da poco, dorme il sonno della morte, nel suo appartamento con vista sul golfo di Napoli, apparentemente dopo aver ingerito una dose letale di un potente ansiolitico. Tre ipotesi: suicidio, disgrazia, omicidio. Ritenute improbabili le prime due, le indagini si concentrano sugli inquilini dello stabile, situato in una via residenziale di Posillipo. Tutti negano di essere usciti o di aver notato qualcosa di strano nelle ore in cui si presume sia stato commesso il delitto. Nessuno ha aperto il portone a chicchessia o ha ricevuto visite. I loro alibi si reggono a vicenda, ma qualcuno può aver mentito. E tuttavia, sebbene ognuno possa aver avuto modo e occasione, l’unico ad avere un movente è il marito della vittima. Soluzione forse troppo facile per il commissario Tonio Buonocore che, nell’affrontare un caso reso ancora più inquietante dall’incombente presenza della luna, si lascerà guidare da una certezza: nell’intimità della casa avvengono cose terribili.

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Lo sguardo dell’abisso–Enrico Luceri

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Trama

Una villa sperduta in una campagna tetra e desolata custodisce un segreto. Un trauma infantile addormentato in un posto buio e freddo in fondo alla memoria si sveglia e rinnova una lontana sofferenza. Una donna di mezza età nasconde dietro un aspetto anonimo la personalità enigmatica della più famosa scrittrice italiana di horror. Una giovane tormentata dagli incubi ha l’ambizione di diventare a sua volta l’autrice di storie horror di successo. La fantasia delle due donne ispira storie con negromanti spietati che attirano vittime ignare e un’accolita di anziani esoteristi dediti a sacrifici umani per garantire loro l’immortalità. Presenze inquietanti e minacciose si aggirano dopo l’imbrunire per le strade di una tranquilla cittadina, dove nessuno sospetterebbe l’esistenza del male. Come accade spesso, la realtà supera l’immaginazione, e le ipotesi sul destino di tre ragazze scomparse negli ultimi mesi diventano sempre più morbose. L’ambiguo legame di attrazione e timore reciproco fra le due scrittrici è destinato a risolversi in una serie di colpi di scena, dove ogni mistero sarà svelato.

Voce di Massimo Ghigi

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Oggi parliamo con… Enrico Luceri e Marzia Musneci

Intervista a cura di Massimo Ghigi

 

È per me un grande piacere poter scambiare due chiacchiere con due autori che, personalmente, considero tra i principali esponenti del ”giallo italiano” e che hanno unito le loro forze per scrivere un bellissimo romanzo quale è La donna di cenere edito da Damster; vi ringrazio per essere qui con gli amici del blog “Gialloecucina” e comincio subito con il chiedervi com’è nata l’idea di questa collaborazione?

EL: Marzia e io apprezziamo reciprocamente le nostre storie. Abbiamo deciso di scriverne una insieme solo dopo aver verificato che un mio soggetto originale poteva essere condiviso, modificato e fatto proprio anche da lei. E naturalmente che il risultato fosse convincente per entrambi. Lo abbiamo ambientato in una piccola località su un lago, a poca distanza da Roma, familiare a Marzia, che infatti è riuscita a descrivere molto bene l’atmosfera della zona e le caratteristiche della popolazione locale.

MM: Ciao, Massimo, salve Giallo e Cucina. Piacere mio, seguo il blog dal suo primo giorno, perciò grazie per l’invito. Come è venuta fuori l’dea? Avevamo bevuto. Okay, d’accordo, faccio la seria. Alla base di tutto c’è sicuramente la stima reciproca (Enrico e io ci leggiamo e ci apprezziamo), ma anche un aperitivo in riva al lago. C’è la curiosa coincidenza che entrambi, senza conoscerci, abbiamo ambientato molte delle nostre storie sulle rive di un lago. La comune passione per il cinema “dallo schermo che sanguina”, come direbbe Enrico che è un esperto. Un pistacchio tira l’altro, una chiacchiera tira l’altra e lui mi dice che ha in mente una storia che vedrebbe bene ambientata proprio lì, dove stiamo trascorrendo una sera d’estate, perché non scriverla insieme? Il giorno dopo mi invia il soggetto, lo leggo, mi piace perché ci sono alcune sfide irresistibili per un giallista. E partiamo per l’avventura.

 

Come vi siete suddivisi il lavoro e, in generale, come vi trovate a scrivere romanzi a quattro mani con altri autori?

EL: Abbiamo ricavato una scaletta dettagliata dal soggetto, dividendola in capitoli, studiando con cura la struttura della storia, i personaggi, la trama, la suspense e gli aspetti più consueti di un giallo (indizi, frasi, testimonianze, ecc.). Abbiamo scritto il testo definitivo alternandoci alla tastiera, con una grande e piacevole naturalezza. Le mie collaborazioni sono consuete con autori che condividono non solo la trama di una storia ma anche la mia prospettiva. Sono vicende dove la tensione cresce, e dall’inquietudine si approda al terrore. Marzia ha uno stile più ironico, che alleggerisce la suspense dove necessario. Quindi per me è stata un’esperienza nuova collaborare con lei, mi ha arricchito, oltre che gratificarmi.

MM: Enrico ha più esperienza di me sulla scrittura a quattro mani., a questo risponde meglio lui. La donna di cenere, per me, è stata la prima volta, se si esclude un folle romanzo a dieci mani in un forum di scrittura, che peraltro mi ha divertito moltissimo. Enrico aveva già una scaletta di base, sulla quale abbiamo lavorato e lavorato e lavorato fino a sistemare ogni problema e ogni dubbio. Una cinquantina di pagine, una vera Stairway to heaven, altro che scaletta. Ci abbiamo impiegato tre mesi a discutere i dettagli, occupando manu militari per intere domeniche l’unico bar aperto sul lago in inverno. Nonostante questo, come per ogni scaletta che si rispetti, ci sono state  revisioni e aggiustamenti in corso d’opera. Ma una volta terminata la fase di programmazione, il lavoro di scrittura è andato veloce. Abbiamo scritto a turno (col problema di fermarci, più che di lasciare il lavoro all’altro), revisionando ogni volta il testo per smussare e amalgamare le naturali differenze di stile. Ho sempre scritto in solitaria, e farlo in due per me è stata una novità. Parecchio soddisfacente, direi. Mi ha arricchito.

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La donna di cenere – Enrico Luceri, Marzia Musneci

Trama

Silvia Antonelli cambia vita. Via da Roma, una casa sul lago, un nuovo lavoro. La villetta, che è rimasta disabitata per vent’anni, è più di quanto abbia mai sperato di avere. Lì costruirà una nuova serenità, lì annienterà gli strascichi di un incubo duro a morire. Ma perché gli abitanti del paese diventano evasivi non appena accenna alla sua nuova casa? Perché tutti sembrano evitarla quando scoprono dove è andata ad abitare? Irritata dalle strane reazioni del vicinato, Silvia comincia a indagare. Perché non si può costruire il futuro senza fare i conti col passato. Fruga in vecchie carte e vecchi misteri, risale a fatti di vent’anni prima di cui nessuno ama parlare, mentre l’ossessione che credeva di aver superato torna a tormentarla. È una detective inesperta e maldestra, Silvia, ma alla fine della sua indagine troverà risposte che altri non hanno neanche cercato. A quale prezzo? Perché il passato è un gorgo che risucchia e uccide. Un cerchio di morte si stringe intorno a lei, fino a lasciarla sola sotto lo sguardo dell’abisso.

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Oggi parliamo con… Enrico Luceri

Ciao Enrico! Che piacere intervistarti! Ho tante domande da farti quindi inizio subito con la prima. (a cura di Miriam Salladini)

1) Come scegli le storie dei tuoi libri? 

Ogni mia storia è un cocktail con tre componenti: possono cambiare le dosi, ma restano sempre quelli. Sono l’esperienza personale di avvenimenti vissuti, l’ispirazione da altre opere narrative di genere, e la fantasia che piega le prime due all’esigenza di scrivere una trama gialla. Lo spunto di una storia può essere semplice, quasi banale: uno sguardo, un nome, il ricordo di un istante impresso nella memoria, una canzone o l’immagine di un film. La memoria per me è molto importante: sono abituato a parlare poco, ad ascoltare con attenzione gli altri quando parlano, e soprattutto a ricordare quello che sento e vedo.

2) Esiste un libro che ha avuto una grande influenza nella tua vita?

“Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati. La storia, quasi la cronaca, di una vita trascorsa nell’attesa della grande occasione. Ma quando arriva finalmente quel momento, il protagonista non può più viverlo.

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