Oggi parliamo con…Alberto Minnella

 

Intervista a cura di Gino Campaner (ginodeilibri)

 

Oggi nello spazio interviste abbiamo il piacere di ospitare l’autore Alberto Minnella. Grazie per averci dedicato un po’ del tuo tempo.

Sono molto contento di poter fare quattro chiacchiere con te. Preparati perchè sarà un’intervista lunga, io sono un tipo molto curioso. Soprattutto perché mi sono perdutamente innamorato del tuo ultimo romanzo, L’amore è tutto qui. Già il titolo mi ha folgorato, leggendolo poi sono stato definitivamente conquistato. Prima però, di parlare più approfonditamente dei tuoi romanzi, ti faccio qualche domanda di carattere generale. Qualcuna forse un po’ banale ma “necessaria” per conoscere meglio le tue abitudini ed i tuoi gusti libreschi. Allora Alberto raccontaci un po’ di te, dove nasci e vivi, la tua formazione, qual è il tuo lavoro e poi dicci come nasce l’idea di scrivere romanzi.

Nasco nella terra del Caos, quella di Pirandello, per intenderci. Ho vissuto in diverse città, girando buona parte della Sicilia. Adesso sono cittadino catanese. Lo sono da otto anni. La mia grande passione è sempre stata quella della musica, accompagnata dalla lettura. Ho studiato musica moderna a Parigi (nello specifico, studiavo batteria) e Lettere Moderne a Catania. Oltre alla mia attività di musicista, ho lavorato per diversi giornali di cronaca e di approfondimento musicale. Poi l’ultimo giornale per cui lavoravo ha chiuso e purtroppo per tutti voi mi sono cimentato nella narrativa di genere. 

 

Oltre a scrivere sei anche un lettore? Hai un genere preferito? Preferisci gli ebook o il libro cartaceo? 

Sono principalmente un lettore e non mi pongo limiti di genere. Gli unici libri che non leggo sono quelli che dopo trenta pagine mi stanno solo facendo perdere tempo. Adoro il cartaceo, ma leggo anche gli ebook.

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Oggi parliamo con… Enrico Luceri

 

Intervista a cura di Dario Brunetti e Massimo Ghigi

 

1-DB, MG- Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Enrico Luceri, col suo ultimo romanzo Il vizio del diavolo e partiamo subito con la prima domanda. MG- Il libro è un dichiarato omaggio al cinema gotico di Pupi Avati; personalmente ho ritrovato effettivamente le atmosfere inquietanti di film come, per esempio, ‘Il nascondiglio’; com’è nato il desiderio di realizzare questo omaggio e perché proprio Pupi Avati?

Ho visto e rivisto il dvd del film “Il nascondiglio”, che avete citato opportunamente. Il film è in due versioni. La seconda è quella commentata sequenza per sequenza dal regista Pupi Avati. Mi ha colpito la sua testimonianza e in particolare la deliberata sua intenzione di costruire la tensione della storia attraverso l’ambientazione, l’atmosfera, il clima, le ombre, l’ambiguità e i colpi di scena. Quindi la suspense, quella vera, che spaventa, priva di effetti speciali. Ho voluto scrivere la mia storia con i medesimi elementi, con l’obiettivo di coinvolgere i lettori, catturare la loro attenzione, spingerli a condividere le emozioni dei personaggi. In altre parole, sentirsi trasportati dalla confortevole, rassicurante casa propria nel freddo e labirintico collegio, sperduto nel buio di una tetra e desolata campagna. Lo spunto iniziale è stato il desiderio di descrivere le contraddizioni, le lacerazioni interiori, le carenze affettive della giovane Corinna, e di capire da dove nascessero la sua rabbia, la ribellione, l’istinto di ferire il prossimo. È lei il personaggio attorno al quale ho realizzato la storia, un mattone dopo l’altro. Questo romanzo è una delle mie storie che amo di più. Perché quando scrivo una storia la “vedo”con gli occhi dell’immaginazione, come se si svolgesse davanti ai miei. Dunque ho bisogno di chi “interpreta” nella mia mente i personaggi. Nel ruolo di Corinna c’è mia figlia, e sono convinto che sia stata molto convincente. La sua presenza rende “Il vizio del diavolo” un romanzo di famiglia, perché ovviamente ci sono pure io, anche se si scopre all’ultima pagina, come in ogni giallo!

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Oggi parliamo… con Luana Troncanetti

 

Intervista a cura di Marika Mendolia e Dario Brunetti

 

MM, DB- Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Luana Troncanetti, col suo ultimo romanzo La cuoca – Storia di un terremoto e partiamo subito con la prima domanda. La pregnante tematica da te affrontata ripercorre intensamente un tragico evento distruttivo: il terremoto del 1997 sull’Appennino umbro-marchigiano; cosa ha spinto profondamente a trattare tale argomento?

Bentrovati, grazie per l’invito a parlarvi di un romanzo che nasce dall’essere una terremotata per vie traverse. Il mio dolore è imparagonabile a quello di chi ha perso la sua unica casa, il lavoro, ogni punto di riferimento. Ho cercato di raccontare la pena di chi vive in certi territori in una storia breve che si legge in un soffio, l’ho scritta con la stessa furia dell’evento che mi ha spinta a concepirla.

Sono nata a Roma come mio padre ma i suoi genitori erano originari di due paesini in provincia di Macerata. I luoghi che nomino nel romanzo, Camerino in particolar modo, rappresentano la mia seconda terra. Ho passatotutte le mie estati in quei territori vivendo, nel 1979, il primo terremoto sulla mia pelle: quello che devastò l’Umbria, Norcia in particolar modo. In linea d’aria, la zona nel maceratese dove trascorrevo le vacanze era vicinissima. L’esperienza mi ha traumatizzata per decenni.

Nelle Marche ci sono le mie radici, i parenti, gli amici d’infanzia. C’erano anche due case che mio padre aveva ristrutturato con amore e fatica, recuperando materiali antichi come le greppie delle vacche; riuscì a trasformarle in mobili rustici pur non essendo un falegname, solo per raccontartene una. Lui chiedeva a chi di mestiere come si facesse, osservavae replicava alcune arti. Aveva una manualità incredibile.

Vedere tutti i nostri ricordi e il suo lavoro seppellito dai calcinacci, appena ci hanno autorizzati a entrare in quelle abitazioni per recuperare il poco possibile, visitare i territori feriti a pochi mesi dal disastro, ascoltare successivamente i racconti di chi è rimasto lì a combattere una guerra ancora irrisolta: la somma di tutto ciò mi ha spinta a concepire una storia in cui i terremoti sono soprattutto quelli dell’anima.

DB- Nunzia 77 anni la cuoca e Clara 50 anni cardiologa ci parli di queste due straordinarie protagoniste?

Ti ringrazio di cuore, Dario, ma non sono poi così straordinarie. Credo che la loro forza consista invece nell’incarnare il consueto. Sono costrette a ricostruirsi in mezzo alle macerie nonostante tutto e tutti, il mondo è pieno di Clara e Nunzia. Ciò che mi ha inorgoglito dei tanti riscontri di lettura sono stati i messaggi privati di donne che si sono riconosciute in alcune loro esperienze. Sembrano vive, queste mie due donne di carta, non personaggi di un romanzo. Così mi è stato detto, e non ti nascondo che questa suggestione di incontro tangibile con i lettori (fra i quali diversi uomini) mi commuove molto.

MM- Potresti descriverci come si è evoluto man mano empaticamente il rapporto che ha instaurato in prima persona con la protagonista principale della sua opera?

È stata un’empatia fulminea, Marika. Nunzia non mi ha concesso il tempo di conoscerla, aveva “prescia” di confessarmi i suoi peccati. D’altronde (sorrido) lei sta per morire, no? “Nun c’ho tempo da perde, cocca!”, ha strillato e questo, credimi, dipinge bene il pragmatismo marchigiano. Ha una voce forte, è quella che mi ha raccontato ogni avvenimento, suggerito un finale insolitomentre stavo ancora scrivendo l’incipit, detto tutto di Clara e delle altre donne del romanzo. Non ho avuto modo o bisogno di inventare, progettare, pensare. Ho scritto sotto dettatura, di solito mi succede soltanto nei racconti di poche cartelle.

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Oggi parliamo con… Corrado Pelagotti

 

Intervista a cura di Dario Brunetti e Gino Campaner

 

DB – Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Corrado Pelagotti , in libreria col suo ultimo romanzo  Travolti da un insolito delitto per la Fanucci editore collana Nero Italiano. Dopo un interessante esordio con il thriller Tempo da lupi, questa volta ci proponi uno splendido noir, complimenti innanzitutto, ti chiedo: da dove nasce questa scelta e l’idea di un romanzo ambientato nel mondo del lavoro ?

Grazie Dario, anche per l’opportunità di poter parlare del mio ultimo romanzo.

L’idea di ambientare una storia noir all’interno di una multinazionale milanese nasce indubbiamente da un’esperienza personale. Ho lavorato nel brokeraggio assicurativo per più di vent’anni e abbinare la mia passione per le storie nere ad un contesto che conoscevo nelle sue più piccole sfumature è stato qualcosa di naturale. Volevo inoltre trovare un diverso punto di vista del solito commissario e filtrare la storia attraverso gli occhi di un non addetto ai lavori, un protagonista che viene travolto dagli eventi mentre vive la sua normale e insoddisfacente attività lavorativa.

Così, appena ho trovato il tempo di dedicarmi allo sviluppo e allo svolgimento della trama, è nato Travolti da un insolito delitto.

 

GC  – Le schermaglie iniziali tra Umberto  e Margherita sono divertenti, quanto sono importanti ironia e umorismo anche in un noir/thriller?

Molto importanti. Non c’è un modo predefinito per raccontare le storie. Credo che la cosa fondamentale sia suscitare nel lettore emozioni. E più emozioni si evocano, meglio è. Si può raggiungere un grande livello di tensione, si può trasmettere paura, ansia, sconcerto e al tempo stesso far sorridere, divertire. Il momento di ironia, oltretutto, può servire a sdrammatizzare, a far respirare il lettore, prima di catapultarlo ancora nella spirale dell’intreccio criminoso.

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Oggi parliamo con… Gaudenzio Schillaci

 

Intervista di Rosario Russo

 

Ciao Gaudenzio, presentati agli amici di Giallo e Cucina con una tua breve biografia.

Buonasera a tutti i lettori di Giallo e Cucina, sono Gaudenzio Schillaci e sono sobrio da tre settimane (ma la mia concezione di sobrietà ha ben poco di sobrio).

“La felicità si racconta sempre male” (Dialoghi Edizioni, 2020) è il tuo romanzo d’esordio, cosa potresti anticiparci a proposito della trama?

L’idea iniziale era quella di raccontare la storia di due famiglie russe durante le guerre napoleoniche ma pare che Tolstoj l’avesse già scritta una trama così (una roba sulla guerra e sulla pace, non so se ne avete sentito parlare) e pare pure che i suoi eredi siano gente dalla querela facile, allora avevo pensato di raccontare di un tale Gregor che una mattina, svegliandosi, si ritrova senza apparente ragione ad essere uno scarafaggio, ma anche in quel caso pare che gli eredi di Kafka siano facili all’incazzatura e persino maneschi, così alla fine ho optato per raccontare la storia di Gerri, un uomo ombroso piombato a Catania dopo venticinque anni e freddato, sin dalla prima pagina, da tredici revolverate, di Cristina, la giovane cameriera innamorata di lui, e del Commissario Bovio, un uomo accartocciato che si innamora a sua volta di Cristina e si ritrova ad indagare sulla morte di Gerri. Fino ad oggi non mi sono arrivate denunce per plagio né per turbamento della pubblica morale, che di questi tempi non è mica un risultato di poco conto.

Il tuo romanzo è davvero particolare in quanto, nonostante sia un poliziesco, presenta davvero pochissimi cliché tipici del genere letterario.  A mio avviso, siamo davanti ad un opera che abbraccia più generi.  Cosa ne pensi al riguardo?

Le uniche etichette che mi interessano, nella vita, sono quelle dove stanno scritti i prezzi. Rivendico la mia irresponsabilità, non nutro interesse verso l’adesione coatta alle regole di un genere o a dei canoni: prendo i pezzi che mi piacciono di più dai generi che mi piacciono di più e scrivo quello che mi pare. La libertà è spesso una dimensione stancante per l’essere umano (ci basta guardare agli ultimi dieci anni di vita politica nazionale per notare come da una ampia fetta di popolazione la libertà viene rinnegata) ma nella letteratura è l’unica condizione necessaria. Non mi piacerebbe essere il nuovo Camilleri, il nuovo Scerbanenco o il nuovo chissà chi, al massimo delle mie ambizioni mi andrebbe bene essere il nuovo Rocco Siffredi.

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Oggi parliamo con… Giuseppe Petrarca

Intrevista a cura di Dario Brunetti

 

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Giuseppe Petrarca, in libreria col suo ultimo romanzo edito Homo Scrivens, Notte Nera. Prima di farti delle domande sul nuovo romanzo, cosa ti ha lasciatoL’avvoltoio(a parte i premi di tutto prestigioGarfagnana e Festival di Spoleto) dove si è trattata una vicenda cosi scottante come il traffico di organi, non credi che nel nostro paese sia poco approfondita la tematica, soprattutto in tv?Ho scelto questi argomenti perché sono temi, purtroppo, di stringente attualità, in qualche modo trattati, fino ad ora, solo come denuncia o solo per interesse di parte.  La mia è una riflessione più ampia su una società dolente, una società che ha perso la voglia di sperare e di amare, una società che fa della paura il male principale, che toglie ogni respiro, toglie il futuro a ognuno di noi. Una paura che ci rende morti a metà. In particolare il traffico clandestino di organi è un argomento tabù, di cui nessuno parla, e invece rappresenta una piaga vergognosa anche nel nostro paese, nella nostra società. Un carosello dell’orrore dove le vittime sacrificali sono i diseredati, perché lo straniero diventa il nemico da combattere. I poveri hanno avuto sempre il triste ruolo di Caprio espiatorio

 

Hai creato un personaggio come il commissario Lombardo, in questo quarto romanzo si trova a dover lottare tra la vita e la morte, ma la sua forza e la determinazione prevale su tutto, ostinato a cercare fino in fondo la verità, mai arrendevole dove trova questa energia? Non pensi che il personaggio di Lombardo dovrebbe essere un esempio per tutti noi e vuole mandare dei messaggi chiari al lettore?All’inizio il commissario Cosimo Lombardo doveva essere funzionale alle mie storie, ai drammi sociali che racconto con la tecnica narrativa del “noir”. Poi, pian piano, è diventato protagonista perché, la storia prendi pieghe impreviste. Chi scrive attinge da mondi lontani, arcaici e così avviene una straordinaria scoperta: i personaggi e le vicende prenderanno strade diverse e misteriose. Con il commissario Lombardo ho in comune la sete di verità che va conquistata a qualsiasi costo. Sento vicino Cosimoanche per la sua innata predisposizione verso le fasce sociale più deboli e indifese. Non ultimo anche le sue tumultuose vicende umane hanno diverse analogie con le mie esperienze di vita

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Oggi parliamo con… Riccardo Landini

Intervista a cura di  Gino Campaner

 

Oggi nello spazio interviste abbiamo il piacere di ospitare l’autore Riccardo Landini. Grazie per averci dedicato un po’ del tuo tempo.

Se non ricordo male avevi già concesso una intervista a giallo e cucina. Poco male anzi, chi volesse andarla a recuperare conoscerà in maniera specifica notizie molto interessanti su di te e sulle tue abitudini “scrittorie”, allora noi oggi, in questo nuovo incontro, parleremo più specificatamente dei tuoi romanzi e del tuo percorso nel mondo della scrittura e dell’editoria. In quella intervista parlasti del primo romanzo della trilogia dell’inganno che uscì l’anno prima (2016) ovvero Primo inganno al quale sono seguiti poi Non si ingannano i morti e Ingannando si impara. Parlaci un po’ se vuoi dell’idea di creare quella trilogia perché, come e quando….riprenderai un giorno il personaggio di Brenno Sandrelli?

Ciao Gino e grazie dell’opportunità. In effetti ti ricordi bene! Però è passato un po’ di tempo da quell’intervista e Brenno Sandrelli è andato avanti con la sua vita. La trilogia quest’anno diventerà quadrilogia, in quanto uscirà “Senza trucco, senza inganno” sempre per Cento Autori. Il personaggio originariamente era nato per un romanzo solo, ma poi ha tanto insistito a raccontarmi ciò che gli succedeva che non potevo esimermi dal proseguire la sua serie. In particolare, nel nuovo episodio, si dovrà occupare della fuga da casa di un ragazzo problematico che la madre vuole rintracciare a tutti i costi. E quando si tratta di soldi, come sai, Brenno è particolarmente sensibile. Purtroppo la sua ricerca lo porterà a incrociare la strada di un assassino che diventerà (in futuro) la sua nemesi. Se vuoi uno scoop – modesto – ti posso anticipare che, nel quinto episodio, dal titolo “Il fascino ingannevole del passato” che dovrebbe uscire nel 2021, Brenno rincontrerà dopo tanti anni suo fratello. E saranno scintille…

Scusa la piccola digressione, ma un paio di curiosità però me le voglio togliere. Siccome io leggo in prevalenza ebook vorrei sapere da te come ti rapporti con le nuove metodologie di pubblicazione del libro sia per quel che riguarda la sua versione elettronica (ebook) che per quanto riguarda gli audio book.

Dal punto di vista di scrittore non posso che apprezzare tutto ciò che può contribuire a diffondere la lettura, compresi quindi ebook e audio book. Il Giallo di via San Giorgio in ebook ha venduto davvero un mare di copie e adesso uscirà pure con Audible in versione sonora. Quindi vanno benissimo! Se invece vuoi il mio parere di lettore, per me non esiste altro che il libro di carta. Non ho mai cercato altri sistemi; devo sentire l’odore delle pagine, il loro fruscio, devo toccare la copertina, voglio che nella mia libreria ci siano e si vedano tutti i colori della letteratura. Non nego che strumenti come il kindle siano utili per chi viaggia, per chi non ha spazio in casa, anche per chi vuole risparmiare, tuttavia almeno per quanto mi riguarda non c’è gara.

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Oggi parliamo con… Ferdinando Salamino

 

Intervista a cura di Gino Campaner

 

Oggi nello spazio interviste abbiamo il piacere di ospitare l’autore Ferdinando Salamino. Grazie per averci dedicato un po’ del tuo tempo.

Prima se posso ti faccio volentieri qualche domanda di carattere generale per conoscerti un po’ meglio… Allora Ferdinando raccontaci un po’ di te dove nasci e vivi, la tua formazione, qual è il tuo lavoro e poi dicci come nasce l’idea di scrivere romanzi.

Ciao, Gino, sempre un piacere chiacchierare con te. Nasco a Milano, da genitori del Sud Italia (ti ricorda qualcuno?). Ho fatto studi classici, sì, proprio in “quel liceo” Carducci di Milano, teatro delle vicende de “Il Kamikaze di Cellophane”. Mi sono laureato in Psicologia, ho un dottorato in Psicologia Clinica e un Master in Psicoterapia Sistemica. Esatto, proprio come il dottor Erminio Fleni, personaggio cruciale nelle vicende del “nostro” Michele Sabella. Attualmente vivo a Kingsthorpe, un piccolo villaggio delle Midlands Inglesi, e insegno all’Università di Northampton. Come vedi, molta della mia storia personale è finita dentro i romanzi. Credo fosse per me una necessità intraprendere il mio percorso di “cantastorie” a partire da luoghi e atmosfere conosciuti, vissuti sulla pelle. Questo non significa che siano racconti autobiografici, tutt’altro, ma che ho avuto a disposizione immagini vivide, percezioni intense, per cominciare a costruire il mondo in cui si muove Michele.

 

Oltre a scrivere sei anche un lettore? Hai un genere preferito? Preferisci gli ebook o il libro cartaceo?

Sono un lettore da vasca da bagno. Il bagno caldo a fine giornata è spesso il momento che posso ritagliare per questa meravigliosa passione. Per questo, mi trovo più a mio agio coi cartacei. Sai che tragedia, dovesse finirmi lo smartphone nell’acqua? I miei generi preferiti sono il noir, il thriller, la fantascienza – con una predilezione per il cyberpunk – le atmosfere slipstream. Ma ho letto anche molta narrativa generale, fantasy e pure qualche romance. Non sopporto il chick-lit. Limite mio, non superabile.

 

Da dove nascono le tue storie. Elabori notizie che leggi o sono esclusivamente di fantasia?

La mia fantasia germoglia e fiorisce su un terreno di quotidianità. Storie catturate in un bar, lette su un giornale, ascoltate sul lavoro.

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Oggi parliamo con… Emanuela Esposito Amato

Intervista a cura di Marika Mendolia

  • Buongiorno carissima, come prima cosa parlaci un po’ di te.

Certo, con piacere! Sono nata a Napoli sotto il segno della Vergine. Per lunghi periodi, durante e dopo gli studi universitari, ho vissuto e lavorato a Parigi. Ho condotto ricerche sul periodo letterario medievale in lingua romanza presso l’Université de la Sorbonne-Paris e la Bibliothèque Nationale de France . Considero la Francia la mia patria di “adozione intermittente”.

Poi sono tornata a Napoli, dove attualmente vivo e lavoro in qualità di docente di francese . Oltre alla passione per la scrittura,adoro la lettura, il cinema, l’arte e viaggiare.

Con qualche fallimento e tanta buona volontà mi piace anche mettermi alla prova ai fornelli! Ma per i dolci, a differenza di alcune delle mie protagoniste di racconti e del romanzo d’esordio Il Diario Segreto Di Madameb. sono proprio negata! Una volta degli amici mi hanno persino chiesto se non avessi sfornato una suola da scarpe al posto di una crostata!!!!

  • Da dove nasce e come si è sviluppata nel tempo la tua passione per la scrittura?

I primi incontri con la narrazione risalgono a quando io non frequentavo ancora la scuola! Mia mamma e mia nonna, ogni pomeriggio, mi insegnavano una lettera dell’alfabeto e me la facevano colorare e poi ripetere. Io adoravo quei pomeriggi e non vedevo l’ora di conoscere altre lettere, anche le più ostiche da pronunciare! Poi il miracolo è accaduto quando ho cominciato a mettere insieme le lettere e a scrivere prima singole, semplici parole, poi frasi con un minimo di senso.

Ricordo ancora, ed è passato un bel po’ di tempo, che, affascinata da quel mondo così vario e ricco di combinazioni , pensai che un giorno avrei scritto una storia…

E la cosa si è avverata. Dal mio amore per le lettere dell’alfabeto sono passata all’amore per la lettura. Sostengo che non si può essere buoni scrittori se non si ha un solido bagaglio costruito con le opere sia di autori classici che moderni. Io spazio tra vari generi, ma sicuramente il genere intimista è quello che più è vicino alle mie corde.

Ho cominciato a scrivere racconti. In apparenza mi sembravano slegati l’uno dall’altro perché, sebbene le tematiche fossero ricorrenti, ognuno di loro aveva un suo quid. Rileggendoli dopo molto tempo, e nel frattempo alcuni avevano anche ottenuto dei premi letterari, mi sono resa conto che avevano una tematica comune, quella femminile intimistica,e che malgrado le loro differenze sembravano essere percorsi da un sottile filo che li teneva insieme.

Poi mi sono voluta cimentare nella stesura di un romanzo. La sfida non è stata per niente semplice. Sono molto pignola e precisa quando scrivo e per il romanzo “Il diario segreto di Madame B.”, edito nel settembre 2018 da Alcheringa Edizioni, ho impiegato circa un anno per la documentazione, recandomi anche sui posti descritti per due volte, e poi due anni per la stesura e l’editing.

Anche in questo caso i personaggi mi sono venuti incontro da soli e quasi mi hanno guidato nelle molteplici stesure del romanzo. Talvolta dovevo tenerli a bada perché parlavano e agivano troppo velocemente e io non riuscivo a stargli dietro!

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Oggi parliamo con… Gianluca Arrighi

  • Buongiorno Dott. Arrighi, ci parli un po’ di lei.

Buongiorno a Te, cara Marika. Parlare di se stessi è sempre un po’ imbarazzante, diciamo che sono un giuriscrittore appassionato di diritto penale e letteratura gialla.

  • Cosa l’ha spinta ad intraprendere la carriera di scrittore?

La passione per la scrittura l’ho sempre avuta, ma l’approccio concreto all’idea di scrivere un romanzo è arrivato quasi per caso. Diversi anni fa conobbi una giornalista della Rai che aveva seguito per il Tg3 alcuni processi di cui mi ero occupato e che curava, sempre per la Rai, una rubrica settimanale di libri. All’epoca ero un giovane penalista, neppure trentenne, squattrinato e pieno di belle speranze. Ma ero anche sommerso da un’infinità di casi giudiziari, devo dire la maggior parte disperati, nei quali gli imputati erano spesso personaggi straordinari e rappresentativi della più varia umanità. Per questa ragione i “miei” processi erano molto seguiti dai media, soprattutto dalla cronaca di Roma. Fu proprio quella giornalista a spingermi perché cominciassi a scrivere romanzi ispirati alla mia esperienza nelle aule di tribunale. L’idea mi piacque e così venne pubblicato “Crimina romana” che, al di là di ogni aspettativa, sui rivelò un successo straordinario.

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