Qui rido io

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a cura di Roberta Verde

Eduardo Scarpetta è il più autorevole e famoso scrittore di teatro di fine Ottocento, creatore della maschera di Felice Sciosciammocca, figlio diretto di Pulcinella. Ogni sua commedia è un successo, ogni suo spettacolo un trionfo. Se però sul palco tutto sembra perfetto, nella vita privata ci sono non pochi problemi. Le numerose relazioni intrattenute contemporaneamente con diverse parenti della moglie Rosa (la sorella e la nipote) stressano non poco il celeberrimo artista. Soprattutto perché da ogni relazione nascono tanti figli e risulta difficile, se non impossibile, rispondere alle esigenze di tutti. Di conseguenza Scarpetta assume un atteggiamento autoritario, in particolar modo con il figlio Vincenzo, unico erede legittimo (perché unico nato dal matrimonio) dell’artistica eredità paterna. Scarpetta se da una parte deve provvedere alla sua numerosa prole, dall’altra deve riuscire a non deludere mai il suo pubblico. Per questo decide di mettere da parte la maschera di Sciosciammocca concentrandosi sulla realizzazione della parodia dell’ultimo dramma di D’annunzio “La figlia di Iorio”. Il Vate dimostra di apprezzare molto la rielaborazione comica e incoraggia Scarpetta a proseguire pur non concedendogli ufficialmente un’autorizzazione scritta per la messa in scena. Un gesto quest’ultimo che preoccupa non poco il commediografo campano che difatti si troverà di lì a poco a scontrarsi con la prima delusione professionale. D’Annunzio e altri intellettuali del tempo lo querelano per plagio e diffamazione, trascinandolo in tribunale. Grazie anche all’aiuto del filosofo Benedetto Croce, Scarpetta però riesce a vincere la sfida.

Recensione di Roberta Verde

Raccontare la vita di Eduardo Scarpetta non è impresa facile e non solo perché Scarpetta è il capostipite di un albero genealogico estremamente complesso. Scarpetta è un artista la cui vita è spesso stata raccontata “di riflesso”, anche se va segnalata la sua autobiografia “Cinquant’anni di palcoscenico” pubblicata per la prima volta nel 1922. Il grande pubblico, infatti, lo (ri)conosce soprattutto come padre dei tre fratelli De Filippo (Titina, Eduardo e Peppino) o come autore di Miseria e Nobiltà (commedia portata sul grande schermo da Totò nel 1954) ma ignora quasi del tutto la sua vita, le sue emozioni, le sue scelte. Il regista Martone ha dunque voluto e forse dovuto colmare un vuoto che era tale da troppi decenni. La figura di Scarpetta come uomo e commediografo sembrava ormai sbiadita e vinta del tempo: Qui rido io le restituisce una luce e una voce senza precedenti, soprattutto grazie a una magistrale interpretazione di Toni Servillo, cui fa coro un cast di altissimo livello. Nonostante il film tratti della vita di Scarpetta (utilizzando come titolo il suo celebre epitaffio che ancora oggi campeggia sulla villa del Vomero), la trama ha un’impostazione corale, di ampio respiro, estremamente curata nei dettagli che restituiscono con grande efficacia le vivaci atmosfere della Napoli di inizio secolo. Il film inizia in media res, durante la messa in scena dell’opera più celebre di Scarpetta Miseria e Nobiltà: la commedia, scritta nel 1887, è stata da sempre il banco di prova delle giovani leve della famiglia. Ogni figlio doveva misurarsi con il ruolo di Peppiniello e il suo celebre refrain “Vicienz m’è padre a mme!”. Ed è proprio questo binomio famiglia-teatro a essere la struttura portante dell’intero lavoro: la costante alternanza tra dimensione pubblica e privata dell’artista restituisce un’immagine completa e inedita del carattere fortemente autoritario di Scarpetta, signore assoluto delle scene e della casa. Come in un grande harem, Scarpetta viveva circondato dalle sue donne, quasi tutte provenienti dal medesimo ceppo familiare. La moglie ufficiale era Rosa De Filippo (appassionatamente interpretata da Maria Nazionale). Dalla relazione nacque Vincenzo Scarpetta, animo libero, affascinato da un mondo artistico moderno e all’avanguardia, un mondo che lo avrebbe portato in direzioni totalmente opposte al teatro di tradizione paterno. Ma per lui non c’era scampo: nel suo futuro c’era esclusivamente l’eredità di Sciosciammocca. Rosa De Filippo fece accettare a Eduardo anche il figlio Domenico, nato da una relazione extraconiugale con il Re Vittorio Emanuele II, che il commediografo riconobbe come suo; di contraltare Rosa dovette accettare e adottare Maria, figlia che Scarpetta aveva avuto con Francesca Giannetti, un’insegnante di musica. La passione per il gentil sesso spinse Eduardo tra le braccia della giovane Luisa, nipote della moglie Rosa: con lei mise al mondo Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. Parallelamente Scarpetta si unì anche ad Anna De Filippo, sorella della moglie Rosa: con lei ebbe altri due figli Eduardo De Filippo (che assunse il nome d’arte di Eduardo Passarelli) e Pasquale De Filippo, il figlio che, in ambito artistico, ha avuto meno successo. Si dice che anche Ernesto Murolo sia figlio di Scarpetta. Tutto vivevano vicini, nel medesimo palazzo o al massimo nella stessa strada. Scarpetta riusciva così ad avere il pieno controllo di tutto e tutti. L’unico vero “ribelle” è il figlio Peppino, un bambino che sembra non essere desiderato. Nato nello stesso anno del fratellastro Eduardo (figlio di Anna), Peppino viene mandato a balia in campagna. Il bambino non ama “zio Eduardo” (i figli illegittimi così dovevano chiamarlo) ed è insofferente alla vita di città e alle scene. Queste profonde ferite Peppino se le porterà dietro tutta la vita e sfoceranno nell’ autobiografia “Una famiglia difficile” pubblicata dall’artista nel 1976. Se Peppino è il figlio insofferente, il fratello Eduardo è il figlio introverso: partecipe del dolore della madre, che sarà sempre un’amante e mai la legittima compagna di Scarpetta, esterna la sua sensibilità nella stesura di piccole commedie. Rispetto al fratello, che sarà anch’egli autore teatrale, Eduardo proseguirà questo percorso di introspezione mettendo sempre al centro delle sue opere la famiglia con tutte le sue contraddizioni. Titina, la sorella maggiore, è un po’ la mamma dei fratelli e tale resterà per tutto il corso della vita. I caratteri dei piccoli De Filippo, cui viene dedicato ampio spazio, vengono ben illustrati da Martone che invece tralascia i figli avuti con Anna, Eduardo e Pasquale: è pur vero che questi due fratelli non hanno mai affrontato il discorso circa le loro origini, contrariamente ai De Filippo. Spazio importante è riservato al rapporto di Scarpetta con Maria, Domenico e Vincenzo. Rispetto a questi ultimi, resta evidente la predilezione per Maria, figlia adoratissima e legatissima al padre, così come le divergenze di vedute con Vincenzo, l’erede assoluto. Piccola nota, Vincenzo è intrepretato dall’unico vero erede della famiglia Scarpetta, il giovane e promettente Eduardo Scarpetta, figlio dell’attore Mario nipote diretto di Vincenzo Scarpetta. Martone cerca anche di indagare le emozioni delle madri dei figli di Scarpetta, tutte donne amate in società. Una delle battute più belle e incisive del film è pronunciata proprio da Rosa “La vergogna int’a sta casa nun sapimme che d’è. Non l’abbiamo mai saputo e non lo sapremo mai. Gloria ai nostri figli, e a faccia ‘e chi ce vo’ male”. Molto apprezzata la scelta dell’utilizzo della lingua napoletana, finalmente svincolata dal fenomeno Gomorra. Il film si divide idealmente in due momenti: quello prima e quello dopo l’incontro con D’Annunzio. Un incontro dal forte valore simbolico, che evidenzia gli animi contrapposti dei due personaggi: D’Annunzio con le sue atmosfere dense di un erotismo lascivo e soffocante, e Scarpetta che reca una nota di colore e leggerezza nelle altere stanze del Vate. Se nella prima parte emerge l’Eduardo più agguerrito e passionale, la parentesi dannunziana sembra rappresentare l’inizio della fine del fenomeno Scarpetta. La querela, unita ad altri drammi personali (un aborto di Luisa) getta nella disperazione Eduardo Scarpetta, costretto a fare i conti con le sue fragilità. Martone riprende Servillo/Scarpetta spesso di spalle, mentre cammina in una città deserta di notte o mentre ammira il panorama vicino Castel dell’Ovo; ma anche se il dolore della sconfitta brucia, bisogna risollevare la testa, trovare una soluzione ed andare avanti arrivando finalmente al non luogo a procedere dichiarato dal tribunale di Napoli nel 1908 (creando tra l’altro anche un precedente storico: la parodia di Scarpetta, non configurandosi come reato, andava a legittimare tutte le successive parodie che sarebbero state realizzate nella storia dello spettacolo). Il film è perfettamente confezionato: sublime la fotografia di Renato Berta, singolare la scelta delle musiche, canzoni classiche del repertorio partenopeo ma non coeve a Scarpetta. Presentato in concorso alla 78° edizione della Mostra Internazionale del cinema di Venezia, il film si aggiudica il Premio Pasinetti per il miglior attore attribuito a Toni Servillo. Benché in alcune parti risulti impreciso (fra tutte la trovata degli spaghetti conservati in tasca nel primo atto di Miseria e Nobiltà, gag non pensata da Scarpetta ma creata da Totò per la versione cinematografica) il film, come ha evidenziato recentemente il critico Giulio Baffi, è un documento eccezionale su una Napoli, culturalmente parlando, in stato di grazia.

“A Napoli Non Piove mai” di Sergio Assisi

A Napoli non piove mai è questo il titolo che l’attore e regista Sergio Assisi ha scelto per il suo primo lungometraggio. Il film vede la regia di Sergio Assisi. Il ruolo di protagonista di questa pellicola è stato ricoperto dallo stesso Assisi, che nel cast ha scelto Valentina Corti, Ernesto Lama, Nunzia Schiano e Giuseppe Cantore.

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Cena con delitto – Knives Out

Cena con delitto - Knives Out - Film (2019) - MYmovies.it

Il ricchissimo scrittore di gialli Harlan Thrombey (Christopher Plummer) viene trovato morto nel suo studio. L’uomo giace sul divano, con un profondo taglio alla gola. Immediatamente la governante Fran chiama la polizia e le indagini hanno inizio, anche se pare ci sia poco da indagare. Per il medico legale si tratta di un suicidio. Lo confermerebbe la stessa scena del crimine, invasa da schizzi di sangue che hanno un andamento continuo, ininterrotto, come se, al momento del ferimento mortale, non vi fosse un altro ostacolo umano a deviarne la traiettoria. Inoltre, l’uomo si è suicidato la sera stessa del suo compleanno, creando così un’uscita di scena a effetto, degna di uno dei suoi più noti romanzi. Ma se per la polizia tutto sembra chiaro, per l’investigatore privato Benoît Blanc (Daniel Craig), assoldato anonimamente, ci sono molti interrogativi irrisolti. Innanzitutto, risulta evidente che la grande famiglia di Thrombey è atipica e disfunzionale: oltretutto, proprio il fatto che il suicidio sia avvenuto la sera stessa della festa di compleanno del patriarca rende tutti dei possibili colpevoli. Anche se i singoli parenti non lo confessano apertamente alla polizia, ognuno di loro ha un motivo valido per volere la morte del facoltoso scrittore. Il figlio Walter “Walt” (Michael Shannon), che è a capo della casa editrice che pubblica i gialli, ha scoperto proprio dal padre di essere stato licenziato; Richard Drysdale (Don Johnson) marito della primogenita Linda viene minacciato dal suocero che ha scoperto il suo tradimento coniugale; Joni Thrombley (Toni Collette), vedova di un altro figlio di Harlan, viene diseredata dal suocero che scopre i suoi tranelli per lucrare sulla retta universitaria della nipote Meg. Infine, l’uomo aveva litigato anche con lo scapestrato nipote Ransom, dopo che questi aveva scoperto di essere stato escluso dal testamento. L’unica vera amica del signor Harlan è la giovane e buona infermiera Marta Cabrera (Ana de Armas) che lo accudisce senza secondi fini. Dotato di grande fiuto e intuito, il detective decide di andare a fondo: oltretutto, se qualcuno lo ha pagato anonimamente vuol dire che si sospetta un omicidio. Nella ricerca del possibile colpevole si fa affiancare da Marta perché la ragazza ha una caratteristica che gli può essere di grande aiuto; non sopporta le bugie e quando le dice il suo corpo risponde vomitando. In realtà Marta sa tutto, e sa che l’uomo si è veramente suicidato, ma per salvare lei. La sera del compleanno, infatti, dopo essere saliti nello studio, Harlan e Marta decidono di fare una partita a Go. Come al solito l’uomo perde e, per punire giocosamente la giovane alza il tavolo facendo rovesciare tutto il contenuto: scacchiera, pedine e la borsa con i farmaci che ogni sera la ragazza gli somministra. Recuperati alla rinfusa, la ragazza da i farmaci all’uomo, ma solo in un secondo momento si rende conto di averli scambiati: invece di somministragli il medicinale giusto, gli ha iniettato una dose letale di morfina che uccide in pochi minuti. Presa dalla disperazione, tenta di trovare l’antidoto (il naloxone) che inspiegabilmente non trova. Marta vorrebbe chiamare i soccorsi, ma entrambi sanno che non arriverebbero in tempo. Harlan, consapevole dei rischi che corre la giovane, decide di aiutarla, uccidendosi in extremis. Prima però le illustra il piano: lei dovrà farsi vedere dagli altri mentre esce, poi rientrare nella proprietà da una finestra nascosta, indossare la sua vestaglia e farsi vedere dal figlio Walt da lontano (che così la scambierebbe per il padre, credendolo dunque in vita dopo l’uscita della ragazza) e scappare nuovamente dalla finestra segreta. Alla polizia dovrà confessare mezze verità, in modo da non farsi scoprire a causa della sua meccanica reazione alle bugie. Uscita dallo studio, la ragazza ha un ripensamento e fa per rientrare dentro, quando assiste al suicidio dell’amico scrittore. Tutto è dunque compiuto, l’uomo è morto e la ragazza non può fare altro che seguire i suoi ordini. La messinscena pare funzionare e Marta riesce a sostenere lo stress anche se con molta difficoltà. Tutto cambia quando si scopre che Harlan ha lasciato il suo intero patrimonio proprio all’infermiera, escludendo di fatto tutta la famiglia. Allibiti, i familiari, forti anche dei sospetti portati avanti dall’investigatore sempre più convinto che si sia trattato di omicidio, cercano in ogni modo di far cadere i sospetti sulla giovane. E le prove iniziano a mostrarsi realmente: prima viene rivenuto un pezzo di cornicione staccatosi mentre Marta si arrampicava, poi le registrazioni delle telecamere della villa, le tracce di fango trovate lungo il corridoio che porta allo studio e infine una minaccia, una fotocopia di un referto tossicologico effettuato sul cadavere dell’uomo che reca la frase “so cosa hai fatto”. Tutto sembra mettersi contro Marta, che trova un inaspettato conforto e appoggio nello scapestrato Ransom… ma sopraffatta e messa con le spalle al muro, la ragazza confessa. Il giallo, dunque, sembra risolto… oppure no?

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Rubrica Ti consiglio un film tra un libro e un altro – La bambina che non voleva cantare

La bambina che non voleva cantare (2021) | FilmTV.it

A cura di Maria Grazia Talarico

Data di uscita: 10 marzo 2021 ispirato a “Il mio cuore umano” di Nada Malanima.

Regista: Costanza Quatriglio

Attori : Tecla Insolia, Carola Crescentini, Massimo Poggio, Sergio Albelli, Giulietta Rebeggiani, Nunzia Schiano, Paola Minaccioni, Daria Pascal Attolini, Paolo Calabresi, Raffaella Panichi

Casa di produzione: Rai Fiction

Genere : Biografico

Musiche: Luca D’Alberto

Costumi: Francesca Vecchi, Roberta Vecchi

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“Non ci resta che il crimine” (2019) di Massimiliano Bruno

a cura di Domenico Livigni

Tre amici romani, Sebastiano (Alessandro Gassman), Moreno (Marco Giallini) e Giuseppe (Gianmarco Tognazzi), tentano di sbarcare il loro lunario proponendosi come guide turistiche di uno strano e “strepitoso” tour, alla scoperta dei luoghi legati alla famigerata banda della Magliana, un’associazione criminale sviluppatasi a Roma negli anni ‘80. I tre sono pronti per lanciarsi in questa impresa e a trasformare il tour in una macchina da soldi. Durante una pausa caffè, i tre amici, per sfuggire alle critiche del loro amico Gianfranco (Massimiliano Bruno), si infilano in un cunicolo spaziotemporale che li catapulta all’epoca in cui erano bambini: giugno 1982. L’anno dei Mondiali di calcio e il periodo più acceso e temibile della vera Banda della Magliana, che all’epoca gestiva le scommesse clandestine sulle partite di calcio.

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10 giorni con Babbo Natale di Alessandro Genovesi

10 Giorni con Babbo Natale? Per Diego Abatantuono saranno molti di più! Il nostro incontro con il cast

Trama

I coniugi Rovelli (Fabio De Luigi e Valentina Lodovini) sono in crisi; mentre lui ha perso da tempo il lavoro, lei, dopo anni trascorsi a fare la mamma, ha trovato una soddisfacente dimensione professionale. Ormai è Carlo a occuparsi a tempo pieno della famiglia: cucina, pulisce, accompagna i bambini a scuola, va alle recite scolastiche e cerca di confrontarsi, con esiti non sempre felici, con i tre figli. Sono soprattutto i difficili caratteri e le crisi esistenziali dei ragazzi a rendergli la vita difficile: mentre, da una parte, l’adolescente Camilla è in piena fase ecologista, il più giovane Tito è affascinato dall’ideologia neonazista. Solo la piccola e simpatica Bianca riesce a strappare un sorriso al frustrato papà. La situazione precipita quando Giulia riceve un’inaspettata e allettante proposta di avanzamento professionale che la allontanerebbe però dalla famiglia. L’incarico infatti è a Stoccolma; per riuscire a ottenerlo deve superare un colloquio che si svolgerà proprio lì il giorno prima di Natale. Nonostante la rabbia iniziale, Carlo decide di sostenere la moglie e le propone di andare a Stoccolma tutti insieme, sperando così di farle capire quanto la famiglia sente la sua mancanza. Nel tentativo di ricucire i rapporti ormai incrinati tra i membri della famiglia, Carlo per il viaggio riesuma il loro vecchio camper, mezzo con cui in passato hanno trascorso tante vacanze spensierate. Fin dal primo momento però le buone intenzioni si scontrano con la realtà: la vetustà del camper, unita al freddo, al nervosismo della moglie e ai bisogni dei ragazzi, sembrano compromettere il viaggio. Lungo la strada la famiglia fa un incontro particolare: involontariamente Carlo investe uno strampalato personaggio in strane vesti (Diego Abatantuono) che afferma di essere Babbo Natale. L’uomo sostiene di essersi perso e chiede insistentemente alla famiglia di dargli un “passaggio” visto che stanno andando verso i paesi nordici. Agli occhi dei Rovelli l’individuo appare fuori di testa e anche un po’ rimbambito ma sotto insistenza dei ragazzi decidono di portarlo con loro per accompagnarlo a casa. Il viaggio con questo ospite buffo e surreale diventata un viaggio alla scoperta del senso della famiglia: Babbo Natale (tale si rivelerà essere veramente) riesce tra mille peripezie a tornare dai suoi elfi e, una volta a casa, spiega ai coniugi che il suo era stato un incidente volontario messo in scena per esaudire il desiderio espresso da Tito nella letterina di Natale in cui chiedeva, come regalo, di far riappacificare i genitori. La capacità dimostrata dai Rovelli di credere ancora nei sogni consentirà alla famiglia di tornare a essere felici e uniti.

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Ti consiglio un film (tra un libro e l’altro): Pinocchio (2019) di Matteo Garrone.

PINOCCHIO | Cinema Teatro Cesare Caporali

Pinocchio, diretto da Matteo Garrone, è una nuova trasposizione cinematografica della celebre favola di Carlo Collodi, pubblicata per la prima volta nel lontano 1881. Il film ripercorre le avventure (e disavventure) del celebre burattino dal naso lungo, con tutti i personaggi principali del romanzo di Collodi: Geppetto, la Fata Turchina, Mangiafuoco, il Grillo parlante, Lucignolo, il Gatto e la Volpe, fino all’Omino di burro, il Tonno e la Balena. Una storia, quella del burattino di legno e delle sue peripezie, che ha affascinato intere generazioni di sceneggiatori e registi ed infatti si contano ben oltre 30 film: amata è ancora oggi la versione televisiva diretta da Luigi Comencini e trasmessa per la prima volta dalla televisione italiana nell’aprile del 1972.

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Stasera al cinema…J’accuse – L’ufficiale e la spia di Roman Polanski

Trama

Francia, 1894. Il capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus (Louis Garrell) viene pubblicamente degradato e condannato a un durissimo esilio sull’Isola del Diavolo perché ritenuto colpevole di alto tradimento. Alcuni documenti sembrano dimostrare una sua particolare vicinanza all’esercito tedesco, a cui l’uomo avrebbe passato segreti militari.  L’evento ha una risonanza importante, non solo perché ritenuto una spia, ma anche perché il capitano è di religione ebraica. L’ufficiale Georges Picquart (Jean Dujardin), ex superiore di Dreyfus, dopo un anno dalla condanna del suo sottoposto viene nominato capo dei servizi segreti militari. Si rende conto subito che il processo è stato condotto sommariamente, anzi sembra essere stato costruito ad arte proprio per far ricadere la colpa su Dreyfus. Infatti il documento che proverebbe la colpevolezza del militare, e quindi il suo legame con l’esercito tedesco, reca la grafia di un’altra persona: il maggiore Ferdinand Walsin Esterhazy. Vincendo i suoi sentimenti antisemiti, Picquart ormai certo che le (deboli) prove siano state falsificate, cerca di far aprire un nuovo processo, in modo da far arrestare e condannare la vera spia; ma i suoi superiori si oppongono. Dichiarare l’errore getterebbe un’onta sull’esercito francese e renderebbe manifesta la corruzione che regna sovrana; inoltre, essendo Dreyfus ebreo, è il perfetto capro espiatorio.  Ma Picquart, nonostante venga destituito dall’incarico e inviato in missione lontano dalla capitale francese, continua nella sua lotta per la giustizia, coinvolgendo il suo amico avvocato Louis Leblois (Vincent Pérez) che lo mette in contatto con personalità di spicco della politica e della cultura francese, fra cui lo scrittore Emile Zola (Andrè Marcon). Per fermare Picquart, i militari decidono di arrestarlo, ma proprio nel momento in cui sta per essere condotto al carcere, l’ufficiale scopre che il quotidiano L’Aurore ha pubblicato un acceso editoriale di Zola, dove si mette veementemente a nudo l’irregolarità e l’illegalità dell’affaire Dreyfus. Una fortissima ondata antisemita investe la Francia, che si divide fra innocentisti e colpevolisti; Zola viene condannato a un anno di carcere. Nel frattempo, Picquart riesce a far dichiarare al principale accusatore di Dreyfus, il capitano Hubert Joseph Henry, che in realtà la sua fu una falsa testimonianza. L’uomo in seguito viene trovato morto, apparentemente suicida. Dopo aver trascorso anni terribili in esilio, Dreyfus viene rimpatriato per un secondo processo, mentre Picquart viene liberato; ma all’udienza decisiva il difensore della presunta “spia” viene assassinato e Dreyfus viene nuovamente condannato, sebbene con un esito più lieve. Dopo poco, il Presidente del Consiglio concede la grazia a Dreyfus; Picquart gli consiglia di continuare a battersi per una piena giustizia, ma l’uomo rifiuta. Dopo altri sette anni, in cassazione, il militare viene riconosciuto innocente e reintegrato nell’esercito. Dreyfus però non è soddisfatto e chiede un colloquio all’uomo che si è battuto per lui, Picquart, diventato ministro della guerra. Il capitano lamenta il non riconoscimento degli anni d’esilio la cui perdita non gli consente di progredire nella carriera militare. Il ministro gli consiglia di lasciar perdere perché il clima politico è nuovamente cambiato. Un freddo saluto dichiara mette la parola fine al loro rapporto: da quel momento non si vedranno mai più.

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Ti consiglio un film tra un libro e l’altro – Il sindaco pescatore


Rubrica a cura di Mariagrazia Talarico

Data di uscita: 2016

Regista: Maurizio Zaccaro

Attori:  Sergio Castellitto, Anna Ferruzzo, Renato Carpentieri, Teresa Saponangelo, Lavinia Guglielman.

Musiche: Andrea Ridolfi, Vito Abbonato e Raiz

Data: 8 febbraio 2016

Rete televisiva: Rai 1


Ho amato questo film per la poesia al suo interno. Il forte desiderio di cambiare le cose e l’ostilità al cambiamento.

In una terra baciata dal sole e accarezzata dal mare si racconta di un uomo che vuole provare a rendere più bella la sua terra.

Siamo a Pollica Acciaroli. Il protagonista è Angelo Vassallo, un pescatore che inizia a occuparsi di politica per dare maggior lustro al suo paese.

Avrebbe potuto restare sulla sua barca a catturare i pesci invece è sceso nell’arena per creare un ambiente in piena comunicazione con la natura e la legalità. Purtroppo molti potenti non hanno apprezzato i suoi gesti e hanno cosí interrotto la sua missione.

Angelo Vassallo non è vissuto invano perché grazie a lui possiamo decidere di ricordarlo e prenderlo al tempo stesso come esempio. Ognuno di noi ha una missione, certo non tutti politica. Abbiamo peró una missione e decidere di usare tempo, fatica e sacrifici per realizzarla. Questo film da un ottimo insegnamento perche si basa su valori come la legalità, il bene per tutti e non soli per i più potenti, il dialogo, la famiglia, il coraggio, il lavoro. Uno sguardo attento a ció che è giusto e non a quello che conviene solamente in termini economici. Nel 2000 Pollica è il comune più importante del Cilento con un porto attrezzato e meraviglioso e una riserva naturale.

Il sindaco pescatore è un film per chi non si limita a sognare ma agisce, partecipa alla creazione di un mondo onesto.

Forse un sicario mandato dalla camorra ferma il suo operato, ma non il ricordo di un uomo così valido, infatti questo sindaco rivive nel romanzo: “La verità negata, chi ha ucciso Angelo Vassallo, il sindaco pescatore”  di Dario Vassallo, in questo film magistralmente interpretato da Sergio Castellitto.

La paura fa Totò. Le parodie thriller e horror del principe della risata – Giuseppe Cozzolino, Domenico Livigni

Trama

La comicità esorcizza la paura ed in numerose pellicole Totò ha raccontato il sentimento del Terrore a modo suo, in singoli sketch all’interno di film di tutt’altro tipo o in vere e proprie parodie del genere. I risultati sono stati quasi sempre brillanti e spassosi, con punte di assoluta comicità. “La Paura fa Totò” rievoca ed analizza le scene più memorabili evidenziando rimandi e citazioni ai capolavori thriller/horror con le schede tecniche dei film ed apposite sezioni dedicate a singole curiosità sul set e sulla lavorazione di queste produzioni.

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