Baruch Spinoza. Il passo del clandestino – Mimma Leone

Trama

La biografia romanzata di Baruch Spinoza, ebreo olandese proveniente da una famiglia costretta a convertirsi al cristianesimo. Il compito che si assume Spinoza nella filosofia del Seicento è quello di modificare il corso della verità, alla luce della ragione moderna e dell’amore per la libertà. Nel racconto di Mimma Leone il grande filosofo appare in tutta la sua complessa ricerca di legami tra pensieri ed eventi, tra incontri con alchimisti e scienziati, tra bisogno di speculazione filosofica e necessità quotidiane. Un ritratto vivace ed inedito per accostarsi con semplicità ad uno dei personaggi più amati del XVII secolo.

Continua a leggere

Abbandonare un gatto – Murakami Haruki

Trama

Nei suoi romanzi e racconti Murakami ha creato un’infinità di mondi, e ne ha svelato ogni segreto ai lettori. Ma c’è una dimensione in cui la sua penna non si è quasi mai avventurata: la sua vita. Con “Abbandonare un gatto”, Murakami scrive per la prima volta della sua famiglia, e in particolare di suo padre. Ne nasce un ritratto toccante, il racconto sincero del «figlio qualunque di un uomo qualunque». E forse proprio per questo speciale.

Continua a leggere

In serbo – Milica Marinković

in-serbo.jpg

 

Recensione a cura di Alessandra Rinaldi

Il 25 marzo 1999, alle due del mattino, iniziò la guerra del Kosovo. Un’aggressione verso i serbi cristiani da parte degli albanesi musulmani, questi ultimi  appoggiati da tredici nazioni, tra cui l’Italia, che agivano senza nessuna autorizzazione da parte dell’ONU.

Fu una guerra prevalentemente aerea, con la quasi totale mancanza di truppe sul suolo. Gli aerei colpivano soprattutto ponti, stazioni, case, strutture pubbliche  e monumenti.  Vennero sganciate bombe all’uranio impoverito, un materiale di scarto delle centrali nucleari che non può essere smaltito.

E quella sera del 24 marzo Milica era in casa con i genitori e gli zii. Una serata come tante, forse un po’ noiosa per una ragazzina di dodici anni. All’improvviso scompare il segnale della televisione e poco dopo salta anche la corrente: gli adulti sanno, capiscono cosa sta succedendo e si riversano in strada.

I bambini provano a fare domande, che rimangono senza risposte. Si respira tensione e paura.

Molte persone decidono di lasciare la propria abitazione e cercare riparo nelle piccole case che possiedono nel bosco.

E proprio nel cuore della natura, Milica fa la conoscenza della guerra, con le sue terribili armi e con gli orrori che produce.

In Serbo è un romanzo di rassegnazione e coraggio. Rassegnazione perché si è consapevoli che bisogna accettare e convivere con la guerra e la paura; coraggio perché, in quel bosco, si dà inizio a una nuova vita, ci si ritrova uniti nella speranza e nella paura.

Il contatto assiduo e costante con le altre persone spazza via le debolezze umane. Nel bosco l’invidia lascia spazio alla generosità, la cattiveria si trasforma in bontà: un piccolo popolo si unisce cercando sicurezza nella quotidianità, provando a essere sereno festeggiando la Pasqua, costruendo una vita normale dove il canto e il ballo esorcizzano la paura. Perché per esorcizzare la guerra, bisogna sdrammatizzare, per non rendere tutto ancora più difficile.

E Milica si rende conto che, nonostante tutto, nel bosco riesce a essere felice. Ha accanto, oltre ai genitori e al fratello, anche la nonna, che chiama affettuosamente “nana”, una anziana signora che ama raccontare storie di vita. Narrazioni di quando era bambina, di un mondo con tanti pregiudizi e superstizioni, ma di vita vera, storie che solo la vita vissuta davvero può costruire.

In serbo è un romanzo toccante, pieno di descrizioni delicate e terribili, molte volte celate dalla cognizione che il cielo è un nemico, che l’azzurro può nascondere minacce di morte.

Un libro che fa capire quanto poco conti la vita umana per i potenti, una romanzo per comprendere l’inutilità degli scontri e per rendersi conto, ancora una volta, dell’assurdità delle guerre.

 

 

Trama

  1. La NATO bombarda la Jugoslavia. La dodicenne Mila e la sua famiglia cercano scampo preferendo ai rifugi sotterranei il bosco, dove provano a condurre una vita “normale” aggrappandosi alle tradizioni e alle storie che la bisnonna, Shahrazād di questa guerra balcanica, racconta alla piccola comunità di persone che, come loro, hanno scelto di nascondersi nella natura. E così, attraverso le narrazioni della nanasi delineano i nessi fra quello che accade nel Paese e la condizione umana, esistenziale e storica, e si rivelano le vere conseguenze della guerra su chi sopravvive ma si ritrova prostrato dagli smarrimenti mentali e dal vuoto emotivo che derivano dalla perdita delle persone care.

Con un prologo nei primi anni Novanta, al tempo della guerra in Bosnia, e un epilogo nel presente, in un futuro dopoguerra, In serbo fa i conti, nel suo ventesimo anniversario, con quella sanguinosa “missione di pace” della quale non si è parlato abbastanza nonostante la Serbia sia così vicina all’Italia.

 

 

Dettagli

  • Genere: Autobiografico
  • Copertina flessibile: 192 pagine
  • Editore: Les Flâneurs Edizioni (7 maggio 2018)
  • Collana: Bohemien
  • Lingua: Italiano
  • EAN: 9788894990867

 

 

 

I Maestri del giallo : Israel Zangwill

Rubrica a cura di Luigi Guicciardi

Israel_Zangwill_by_Walter_Sickert_Vanity_Fair_25_February_1897.jpg
Dopo tante puntate dei MAESTRI DEL GIALLO, redatte con impegno e disposte in ordine cronologico, mi accorgo d’aver tralasciato un nome tanto rilevante quanto dimenticato oggi dai più, e provvedo dunque a tornare sui miei passi, facendo ammenda.

Si tratta di Israel Zangwill, nato a Londra il 21 gennaio 1864 da una famiglia povera di ebrei russi emigrati e morto a Midhurst il 1° agosto 1826. Ammesso a una scuola gratuita per ebrei (la Jews Free School) di Spitalfields nella zona est di Londra, si dimostrò subito uno studente così eccellente da diventare lui stesso un docente, prima part time poi a pieno titolo, fino alla laurea conseguita all’università di Londra nel 1884 “con tripla lode”. La sua solida cultura gli permise di divenire presto un personaggio di spicco, sia per l’attività letteraria (fu romanziere, saggista e drammaturgo), sia per l’incessante impegno come leader dell’Organizzazione Sionista – intesa come movimento di liberazione nazionale – che lasciò nel 1905 per fondare l’Organizzazione Territorialista, con l’obiettivo di creare uno Stato ebraico al di fuori della Palestina.

La sua straordinaria importanza nella storia del Giallo è dovuta di fatto a un solo romanzo, The Big Bow Mystery (Il grande mistero di Bow) – pubblicato a puntate su rivista nel 1891 e in volume l’anno dopo – in cui si proponeva ai lettori, per la prima volta dopo I delitti della rue Morgue di Poe (1841), il cosiddetto enigma della “camera chiusa”, una particolare varietà di poliziesco in cui l’indagine verte su un crimine compiuto in circostanze apparentemente impossibili dentro una stanza chiusa dall’interno. E se in questo Zangwill fu preceduto da Poe (e secondo altri addirittura dal racconto Passage in the Secret History of an Irish Countess, 1839, di Sheridan Le Fanu, poi ampliato nel romanzo Uncle Silas del 1851), lui a sua volta anticipò Ellery Queen, lanciando tramite la rivista una prima sfida ai lettori, invitati a inviare per posta le proprie soluzioni puntata per puntata.

Il romanzo (in sintesi e, per ora… senza spoiler) ha inizio in un freddo dicembre di fine Ottocento a Bow, quartiere povero dell’East End di Londra, allora pervasa da gravi turbolenze economiche, in cui le guerre coloniali si mescolavano alle rivendicazioni degli strati sociali più emarginati e in cui convivevano Jack the Ripper e Sherlock Holmes. Qui Arthur Constant, un signore che ha sposato la causa dei proletari, ha raccomandato alla sua padrona di casa, la signora Drabdump, di svegliarlo alle 6.15 del mattino, perché possa fare colazione alle 7 e recarsi poi a parlare a una riunione di ferrotranvieri. La padrona, non ricevendo risposta al suo bussare e ricordando che l’inquilino la sera prima aveva lamentato un forte mal di denti, in un primo tempo suppone che abbia deciso di dormire un po’ di più, poi però comincia a preoccuparsi e alle 8.30 va a chiedere aiuto a George Grodman, un noto investigatore ormai in pensione, che abita dall’altro lato della strada. Giunto davanti alla porta e trovatala chiusa, Grodman decide di forzarla e fa così la macabra scoperta: Constant giace nel suo letto con la gola tagliata. L’ipotesi di un suicidio viene subito scartata (non c’è coltello o rasoio in camera), ma anche quella di un omicidio è inspiegabile: la stanza è chiusa a chiave e sprangata dall’interno, non ci sono porte comunicanti e il camino è troppo piccolo per farvi passare una persona. Un delitto, insomma, all’apparenza impossibile, che sconvolge l’intera città…

The Big Bow Mystery costituisce, a ben vedere, il primo Giallo effettivamente imperniato sul mistero della camera chiusa, anche se esisterebbero almeno due precedenti misconosciuti (oltre al citato Le Fanu) dovuti al francese Eugene Chavette e all’americano Thomas Bailey Aldrich. A dire il vero il critico inglese Julian Symons, nel suo saggio Bloody Murder che abbiamo avuto già occasione di citare, aggiunge un ulteriore romanzo anteriore a quello di Zangwill, cioè Nena Sahib di John Ratcliffe. Per quel che riguarda poi il capolavoro di Poe, “che è il legittimo antesignano storico di questo genere di racconto-enigma, occorre tenere presente che esso, pur offrendo da par suo un mistero di camera chiusa, non vi fa realmente perno, né la soluzione finale è incentrata primariamente sulla spiegazione di quel problema” (Di Vanni-Fossati, Guida al Giallo).

Sull’ingegnoso tema della camera chiusa, nel corso degli anni, si sono cimentati numerosissimi scrittori, alcuni sicuramente influenzati (e fors’anche condizionati) da The Big Bow Mystery: senza pretese di completezza, mi piace ricordare almeno Conan Doyle (con i racconti La banda maculata e L’avventura del piede del diavolo), Chesterton (La forma errata), Wallace (L’enigma dello spillo, Maschera bianca, II mistero della camera gialla), e via via Van Dine, Ellery Queen, John Dickson Carr, Charles Daly King,, Clayton Rawson, Anthony Berkeley (Delitto a porte chiuse), Hake Talbot (L’orlo dell’abisso), Edmund Crispin, Edward Hoch, i francesi Pierre Boileau e Paul Halter. Ma la bibliografia della camera chiusa è sterminata: il saggio Locked Room Murders and Other Impossible Crimes, compilato dallo studioso Robert Adey (Ferret Fantasy, 1979), raccoglie oltre duemila titoli – tra romanzi e racconti – che hanno affrontato questo tema, molti dei quali con risultati straordinari.

Ammiriamo ancor oggi, infatti, Il mistero della camera gialla di Gaston Leroux, così come il romanzo Le tre bare del citato Dickson Carr, che contiene anche, in un suo lungo capitolo, quella che ancora oggi rappresenta forse la più approfondita trattazione teorica sull’argomento, ripresa e ampliata da Clayton Rawson nel suo Death from a Top Hat (1938) e dal misconosciuto ma geniale Derek Smith in L’enigma della stanza impenetrabile (1953). E non mancano neppure, nella narrativa gialla, esempi di enigmi della camera chiusa che si svolgono all’aperto, dai celeberrimi Dieci piccoli indiani di Agatha Christie ai più recenti Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson, dove la stanza chiusa, in entrambi i casi, è una piccola isola. Un’altra variante può essere data da Sangue al priorato del Maestro, già citato, Dickson Carr, in cui il delitto impossibile avviene in un padiglione circondato dalla neve e le uniche orme sono di chi è entrato, non essendoci impronte di chi è uscito. Sull’estrema attualità del tema, infine, mi permetto di ricordare i miei recenti contributi Morte di una studentessa, in AA.VV., GialloModena, Modena, Damster, 2016 e Il caso della camera chiusa, e-book, Oakmond Publishing, Augsburg, Germany, 2019.

Va ricordato infine un altro singolare “primato” di Zangwill. Nato probabilmente con intenti vagamente parodistici, The Big Bow Mystery prende le mosse (e qui… va detto) dal proposito di un poliziotto in pensione – l’ex ispettore Grodman, appunto – di compiere il delitto perfetto, Sebbene esista anche qui un precedente, quello del già ricordato Aldrich, abbiamo col Giallo di Zangwill il primo esempio evidente in cui il detective, o comunque il protagonista, è anche l’assassino. Motivo che, nonostante le evidenti difficoltà di manipolazione, verrà ripreso molte altre volte, come ha ricordato l’esperto nostrano Franco Fossati: da Robert e Marie Connor Leighton in Michael Dred Detective (1898); in The Mysterious Death in Percy Street (protagonista il “Vecchio nell’Angolo”) della Baronessa Orczy; nel Mistero della camera gialla del grande Leroux; in Cala la tela (Drury Lane’s Last Case, 1933) di Ellery Queen; mentre vere e proprie variazioni sul tema si possono considerare il celebre Dalle nove alle dieci di Agatha Christie, Delitto premeditato e Before the Fact di Francis Iles, Il pugnale del destino di Kenneth Fearing, e anche alcuni romanzi di Cornell Woolrich.

A lungo irreperibile in edizione italiana, Il grande mistero di Bow apparve per la prima volta da noi nel 1990 nei Classici del Giallo Mondadori, n. 606, nella traduzione di Leda Armstrong, a cui seguirono un’edizione Sellerio (1994, collana La Memoria, traduttore Ettore Franzi) e una Polillo (2008, collana I Bassotti, trad. G. Viganò). Quanto al cinema, The Big Bow Mystery ha dato lo spunto a tre pellicole. La prima risale al 1928 e fu firmata da Bert Glennon col titolo The Perfect Crime, mentre la seconda fu diretta nel 1934 da John S. Robertson e intitolata The Crime Doctor. La terza, infine, fu diretta da Don Siegel nel 1946, con un cast comprendente Sidney Greenstreet, Peter Lorre e Joan Lorring. Il film, The Verdict, uscito da noi col titolo La morte viene da Scotland Yard, nonostante lo scarso budget, rappresentò un esordio notevole per il regista americano, il quale, ricostruita in studio un Londra nebbiosa e inquietante (esaltata dal bianconero di Ernest Haller) governò con competenza la strana coppia Greenstreet-Lorre e impresse al film un’originale atmosfera onirica.

I MAESTRI DEL GIALLO: EDMUND CLERIHEW BENTLEY

A cura di Luigi Guicciardi

download.jpg
E.C. Bentley nacque a Londra il 10 luglio 1875. Educato alla St. Paul’s School e al Merton College di Oxford, scrisse come giornalista su svariate testate, incluso il “Daily Telegraph”, tutte della capitale inglese, da cui non si allontanò mai e dove morì il 30 marzo 1956, all’età di 80 anni.

Per gli amanti delle curiosità, fuori però dal genere giallo, va detto che il suo primo libro fu una raccolta di poesie, Biography for Beginners, del 1905, con cui inventò – o comunque rese popolare – il clerihew, un componimento a carattere biografico di 4 versi, di lunghezza irregolare e di tono umoristico, con schema AABB.

Nell’ambito del Giallo, invece, la sua fama è praticamente legata a un unico romanzo del 1912, peraltro importantissimo, che doveva intitolarsi in origine Philip Gasket’s Last Case. I primi editori di New York, però, proposero a Bentley di modificare il cognome del protagonista in Trent e il titolo in The Woman in Black. Fu solo nell’edizione inglese dell’anno successivo (1913) che il titolo divenne quello definitivo, e cioè Philip Trent’s Last Case (e nel tempo solo Trent’s Last Case).

Tradotto in italiano come La vedova del miliardario (a lungo in catalogo da Mondadori, negli Oscar del Giallo, con una bella prefazione e postfazione di Giuliano Gramigna), il romanzo fu molto apprezzato, annoverando anche Dorothy L. Sayers tra i suoi ammiratori, e fu considerato da alcuni critici come il primo vero libro di mistero moderno per la sua labirintica e mistificante trama. Giudizio, questo, obiettivamente incauto, così come altrettanto fuorviante fu il fatto che Bentley dedicò il romanzo al suo grande amico Gilbert Chesterton, creatore di Padre Brown, cosa che indusse altri critici a considerare il primo un epigono del secondo, un po’ negli stessi termini in cui Wilkie Collins viene fatto risalire a Dickens. In realtà – secondo i puntuali Franco Fossati e Roberto Di Vanni, spesso da noi consultati – “la distanza tra Chesterton e Bentley è enorme e si traduce sul piano letterario nel percorso di un tragitto per così dire inverso; nel primo il rigoroso impianto moralistico si frantuma in una geniale fantasmagoria umoristica, mentre Bentley prende le mosse da un iniziale distacco emotivo per approdare a un moralismo forse sommario ma intenzionalmente acido.”

All’inizio (si dice) fan delle avventure di Sherlock Holmes, Bentley si allontanò però da quel modello nel creare la figura piuttosto originale di Philip Trent, giovane pittore e stimato giornalista, colto e intellettuale senza essere eccessivamente sofisticato. Pur meno caratterizzato, nei suoi tratti distintivi, dei vari Dupin, Holmes e del futuro Poirot, questo personaggio ha tuttavia una propria mobilità psicologica e una peculiare coerenza comportamentale, che alcuni critici hanno ritrovato nel colonnello Gehtryn di Philip MacDonald e, in parte, nell’Ellery Queen del “ciclo di Wrightsville”.

La vedova del miliardario è incentrato su un delitto clamoroso: Sigsbee Manderson, eccentrico magnate dell’alta finanza di New York, è trovato ucciso nel suo giardino, e la vicenda poliziesca è volta principalmente a svelare le circostanze e le modalità del crimine, tendendo quasi a lasciare in disparte il problema dell’identità del colpevole e offrendo di conseguenza ai personaggi l’opportunità di esprimere un’esuberanza e un’autonomia di caratteri molto accentuata (a partire dallo splendido ritratto della vedova, di cui lo stesso Trent – solutore del caso da criminologo dilettante – finisce per innamorarsi). “Ma l’elemento giallo non si muove per questo in un’area di deliberata finzione o di plateale messa in scena enigmistica: attraverso il ricorso finale a una soluzione esatta nella ricostruzione dei fatti, ma non applicata al personaggio responsabile, Bentley da un lato fa quasi implicita ammissione di impotenza, mentre dall’altro muove un’accusa di sterile congestione e di immobilismo nei confronti del genere poliziesco” (ancora Di Vanni-Fossati).

Il proposito di Bentley di non scrivere più Gialli fu mantenuto fino al 1936, anno in cui fece ricomparire il suo personaggio nel sequel Trent’s Own Case, scritto in collaborazione con Herbert Warner Allen. Questo libro, oggi ingiustamente dimenticato, presenta una struttura meno ortodossa de La vedova del miliardario, ma ne conserva intatte le doti stilistiche e vede Trent nell’inconsueto ruolo di principale indiziato dell’omicidio di un vecchio filantropo. Il canto del cigno di Trent è invece rappresentato da una notevole raccolta di racconti brevi, Trent Intervenes (1938), mentre del 1950 è Elephant’s Work, l’unico romanzo poliziesco di Bentley in cui non compare Trent. Tutta quest’ultima produzione non ci risulta tradotta in italiano, mentre in Inghilterra molti dei suoi scritti furono ristampati nei primi anni Duemila dalla House of Stratus.

Discorso a parte merita invece la partecipazione di Bentley al DETECTION CLUB, di cui fu presidente dal 1936 al 1949. Tale Club, probabilmente fondato nel 1928 e (si dice) tuttora esistente, era un’associazione privata di cui fecero parte alcuni dei migliori giallisti inglesi e alla cui presidenza si alternarono nomi quali, per esempio, Chesterton, Sayers e Agatha Christie. Scopo del Club – sanamente goliardico e dedito a banchetti e riti di iniziazione – era quello di favorire lo scambio culturale tra i giallisti così da tenere alto il livello del poliziesco britannico, e per finanziare tale attività i suoi membri scrissero a più mani alcuni libri, valutabili oggi come irrilevanti sul piano letterario, ma pur sempre interessanti come documenti di un’epoca e di un gusto. Tra il 1930 e il ’31 Bentley cooperò dunque a The Scoop, in compagnia della Sayers, della Christie, di Clemence Dane, Anthony Berkeley e Freeman Wills Crofts (ognuno dei quali scrisse due dei dodici capitoli che compongono il libro), e a Behind The Screen, scritto stavolta – un capitolo a testa – dalla medesima formazione, con l’eccezione di Dane e Wills Croft sostituiti da Hugh Walpole e Ronald Knox. Entrambi questi testi, oltre a essere pubblicati, furono trasmessi all’interno del settimanale radiofonico della BBC The Listener e li si può trovare editi anche in italiano, coi titoli Lo scoop e Il paravento, raccolti in un unico volume intitolato (comprensibilmente) Le sei mani. Quanto alla trama, Lo scoop si apre con un omicidio su cui indaga un cronista di Nera di un quotidiano londinese, a sua volta ucciso dentro una cabina telefonica di Victoria Station. Il paravento, invece, racconta un omicidio tipico del giallo classico: dopo che, dietro un paravento, viene rinvenuto cadavere il pensionante di una famiglia-bene, gli unici sospettati risultano coloro che al momento del delitto si trovavano in casa, cioè i membri della famiglia, la servitù e il fidanzato della figlia.

Poche, e poco rilevanti, le versioni cinematografiche americane di Trent’s Last Case. La prima, diretta da Richard Garrick nel 1920, ebbe scarso successo, così come la seconda, intitolata L’affare Manderson e diretta nel 1929 da un Howard Hawks agli inizi della sua straordinaria carriera. Ultimo film muto del regista, L’affare Manderson a dire il vero fu concepito in edizione sonora, ma fu girato muto perché i produttori ritenevano dannosa la voce rauca del protagonista Raymond Griffith. Ormai, però, i talkies imperversavano: fu destinato al mercato europeo, e negli USA fu ripescato in una retrospettiva del 1974, con grande stizza di Hawks, che lo considerava il suo film peggiore. Ne fu fatto infine un remake inglese nel 1952, diretto da Herbert Wilcox, interpretato da Michael Wilding (Trent), Margaret Lockwood (la vedova Manderson) e Orson Welles (Sigsbee Manderson) e proposto in Italia col titolo assolutamente incongruo Ritorna il terzo uomo, che alludeva alla presenza nel cast di Welles, recente star, appunto, ne Il terzo uomo di Carol Reed
(1949). Un mezzo pasticcio, insomma, in linea col valore di un film verboso e piuttosto noioso, che non rende giustizia alla sua fonte letteraria.

Eredità – Lilli Gruber

51FSsGZXcfL.jpg

Trama

È il novembre del 1918, e il mondo di Rosa Tiefenthaler è andato in frantumi. L’Impero austroungarico in cui è nata e vissuta non esiste più: con poche righe su un Trattato di pace la sua terra, il Sudtirolo, è passata all’Italia. “Il nostro cuore e la nostra mente rimarranno tedeschi in eterno”, scrive Rosa sul suo diario. Colta e libera per il suo tempo, lo tiene da quasi vent’anni, dal giorno del suo matrimonio con l’amato Jakob. Mai avrebbe pensato di riversare nelle sue pagine una così brutale lacerazione. Ne seguiranno molte altre. In pochi anni l’avvento del fascismo cambia il suo destino. Cominciano le persecuzioni per lei e per la sua famiglia, colpevoli di voler difendere la loro lingua e la loro identità: saranno arrestati, incarcerati, mandati al confino. E Rosa assiste impotente al naufragio di tutte le sue certezze. Intorno a lei, troppi si lasciano sedurre da un sogno pericoloso che si sta affacciando sulla scena europea: quello della Germania nazista. Non potrà impedire che Hella, la figlia minore, sia presa nel vortice dell’ideologia fatale di Hitler. E presto dovrà affrontare la scelta impossibile tra l’oppressione e l’esilio. Nata austriaca, vissuta sotto l’Italia, morta all’ombra del Reich, Rosa è il simbolo dei tormenti di una terra di confine. Su quella frontiera è cresciuta Lilli Gruber, sua bisnipote, che oggi attinge alle parole del suo diario. E racconta una pagina di storia personale e collettiva in questo libro teso sul filo del ricordo.

Voce di Eleonora Zaffino

Continua a leggere

Il tuo sguardo illumina il mondo – Susanna Tamaro

download.jpg

Trama

«Gli anni della nostra amicizia sono stati per me gli anni della grande libertà. Libertà di essere come sono» scrive Susanna Tamaro a Pierluigi Cappello, il poeta scomparso nel 2017, tenendo fede a una promessa che si erano fatti prima che la malattia li separasse. Quella di scrivere un libro insieme. Il libro è questo. Un libro delicato, profondo e commovente che ripercorre gli anni brevi e intensi della loro amicizia. Un’amicizia speciale, limpida e luminosa, riflessiva e inquieta, capace di analizzare la tormentata complessità di questi tempi, senza lasciarsene mai sopraffare. Un’amicizia suggellata anche da due modi diversi di affrontare la disabilità. Per Pierluigi, l’essere costretto su una sedia a rotelle, a causa di un incidente avvenuto da ragazzo. Per Susanna, una sindrome neurologica che l’ha confinata, fin dai primi anni di vita, in una dimensione di fragilità e solitudine. Un libro capace di affrontare le asprezze dell’adolescenza, la crudeltà che si abbatte sui diversi, sulle persone sensibili, su chi non si arrende alla banalità del male. Un libro che racconta anche l’amore, la capacità di cambiare e la salvezza che passa attraverso la scoperta delle parole. Un libro che non ha paura di parlare dell’anima e del mistero che ci avvolge, della vita e della morte, e del senso profondo del nostro esistere.

Voce di Dario Brunetti

Continua a leggere

Il ragazzo di Auschwitz – Steve Ross

61mjzuuGbFL.jpg

Trama

Il 29 ottobre 1939 la vita di Szmulek Rozental cambia per sempre. I nazisti marciano sul villaggio dove abita, in Polonia, distruggendo le sinagoghe e cacciando i rabbini. Due persone muoiono durante quel primo giorno di saccheggio, ma il peggio deve ancora arrivare. Molto presto tutta la sua famiglia sarà uccisa, e Szmulek, a soli otto anni, è costretto ad affrontare l’incubo dell’Olocausto. Con tenacia e determinazione e grazie all’aiuto di altri prigionieri, sopravvive ad alcuni tra i più letali campi di concentramento, tra cui Dachau, Auschwitz, Bergen Belsen. Stuprato, picchiato, sottoposto per sei anni a ogni genere di privazione, vede la sua famiglia e i suoi amici morire. Ma essere riuscito a sopravvivere a questo inferno lo ha spinto a combattere per raccontare alle generazioni future gli errori che non dovranno mai più essere commessi. Dopo la liberazione da parte degli americani, si è trasferito a Boston dove, sotto il nome di Steve Ross, ha cominciato una nuova vita, lavorando costantemente per tenere viva la memoria degli orrori delle persecuzioni. Questo libro è la sua testimonianza.

Voce di Roberto Roganti

Continua a leggere

Il signor Pool Pharma – Giorgio Pizzoni e Alessandro Zaltron

Trama

Molte persone hanno memorizzato lo slogan «Da Pool Pharma in farmacia» e utilizzano ogni giorno prodotti di punta come MG.K Vis o Kilocal, ma pochi conoscono la storia dell’azienda familiare che li ha inventati. Una storia pionieristica e avvincente che prende il via nel piccolo centro di Piadena, sulla sponda destra dell’Oglio, in provincia di Cremona. Perché proprio in quel paesino di neanche quattromila anime, nel 1944, nasce Giorgio Pizzoni, tipico esempio nostrano di self-made man, oggi conosciuto come «il re degli integratori», per averli fatti conoscere per primo in Italia con le telepromozioni e portati al successo con Pool Pharma. Il libro romanza la sua avventura professionale di innovatore nel mondo farmaceutico, tra intuizioni geniali e una profonda umanità ricca di aneddoti e insegnamenti. Ma non è la solita biografia agiografica in cui date e dati affollano le pagine e annoiano i lettori. Al contrario, è un racconto ricco di succosi episodi, aneddoti coloriti e pillole di saggezza con cui il lettore può emozionarsi e ripercorrere le vicende che hanno reso unica la storia di Giorgio e della sua azienda. E chiunque, leggendolo, può rivivere le imprese e le cadute, i momenti di gioia e anche quelli di debolezza che ne restituiscono pienamente il valore. Una storia di successo imprenditoriale tutta italiana che sullo sfondo ricostruisce anche un vivace spaccato del Paese dal dopoguerra a oggi: da Turatello a Mani Pulite, da Mike Bongiorno a Berlusconi.

Voce di Roberto Roganti

Continua a leggere

Eroi quotidiani. Storie eccezionali di gente comune – Giovanni Terzi

Trama

Chi sono gli eroi quotidiani? Quelli che non si arrendono, quelli che ce l’hanno fatta, quelli che hanno speso la propria vita per gli altri. E questo libro raccoglie le loro storie di “testimonianza e riscatto”. Giovanni Terzi racconta un’Italia diversa da quella che di solito campeggia sulle prime pagine dei giornali. Un’Italia lontana dal malaffare, dalla faciloneria e dagli intrallazzi; un’Italia che non si identifica negli scandali e nella corruzione e che ha nel proprio Dna la generosità e l’altruismo. Un Paese che, oltre a santi, poeti e navigatori vanta molti eroi, appunto. Spesso invisibili.

Come Jenni, bellissima ragazza di trent’anni che da otto convive con una terribile malattia degenerativa che non le ha tolto il sorriso. O Stefania, vittima della nube tossica di Seveso, che dopo ben cinque operazioni al volto è tornata a coltivare sogni e progetti. O Felice che, a causa di un’atrofia al nervo ottico, ha perso la vista a soli quattordici anni ma nonostante tutto è diventato un bravissimo scultore. O don Renato, prete piemontese che da quarant’anni si prende cura dei meninos, i bambini di strada che vivono nelle favelas di Rio de Janeiro dediti all’accattonaggio e alla criminalità… Uomini e donne che hanno saputo reagire con forza alle piccole e grandi tragedie della vita e che hanno affrontato con coraggio e caparbietà ogni sorta di sfida che il destino ha posto sul loro cammino. Persone umili e silenziose, sempre consapevoli che nulla avrebbe impedito loro di risalire la china e di tornare a essere una parte viva della comunità. Storie a lieto fine che l’autore ha voluto raccontare, andando oltre la cronaca, come monito di speranza ed esempio della grandezza dell’uomo. Perché, come diceva Giovanni Paolo II, tutti dobbiamo prendere in mano la nostra vita e farne un capolavoro.

Voce di Roberto Roganti

Continua a leggere