Oggi parliamo con… Antonio Gerardo D’Errico

Intervista a cura di Dario Brunetti

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina al poeta e scrittore Antonio Gerardo D’Errico, in libreria col suo ultimo romanzo Intrighi e morte sull’Addauscito per la Fratelli Frilli Editori. Partiamo subito con la prima domanda, spesso il noir diventa il giusto e concreto pretesto per imbattersi in tematiche sociali di grande rilievo, nell’ultimo periodo il mondo della scuola è stato al centro dell’attenzione dal punto di vista mediatico attraverso un caso di cronaca nera realmente accaduto, Intrighi e morte sull’Adda ti ha dato lo spunto per affrontare dinamiche che ben conosci grazie alla tua esperienza e che hai nel corso del tempo potuto approfondire?

La scuola è nel momento migliore della sua storia. Basti pensare al completo analfabetismo che fino alla fine degli anni Sessanta vigeva nelle famiglie italiane, da Sud a Nord. Non in tutte, naturalmente. L’immagine di tanta verità ci viene fornita da letteratura e cinema, a partire dal Verismo e Neorealismo fino a Pasolini e Ermanno Olmi. Oggi la cultura è entrata nella scuola, finalmente questo luogo esercita il ruolo che la connota. Ma la sapienza non è mai tanta per prevenire altri comportamenti devianti; pertanto dentro a tanta evoluzione si creano spazi per iniziare processi che negano la cultura, che la fagocitano, dando corso all’inizio della follia, dove l’ignoranza si impone nelle menti di persone fragili, forse in quelle fin troppo evolute per accettare di sopravvivere a lezioni che non lasciano spazio a nessuna possibilità di partecipazione attiva e, quindi, di sopravvivenza. Non si impara niente nel tempo, in realtà, ogni cosa è nei desideri sani o perversi di chi sente di dover dare inizio alla sua emancipazione, nel senso di dover passare dalla schiavitù alla libertà.

In intrighi e morte sull’Adda vede esordire il commissario Albani che deve indagare sull’omicidio di un custode, ma ci sono tanti personaggi che diventa un romanzo corale, emerge il rapporto sfuggente tra il professor Bonfanti e sua figlia Caterina, studentessa del liceo e a tal proposito ti chiedo quanto è diventato complesso costruire un dialogo tra genitori e figli, si rischia di perdere di mano il controllo sulle nuove generazioni che si sottopongono meno al confronto e si avverte di più soprattutto in tempi così difficili la mancanza di sapersi relazionare?

Un libro è sempre una giostra, in cui tutto ruota intorno a nuclei di follia. Il commissario Albani e il professore Bonfanti sono l’esito delle loro azioni, della loro vita definita da scelte personali o da sciagure: il professore è vedovo della moglie, una donna morta giovanissima che ha amato il tempo necessario perché le lasciasse in eredità sua figlia, Caterina. Dopodiché Emma Bonfanti, mamma di Caterina, lascia il nostro mondo. Non lascia la vita, in realtà, non lascia casa sua o il bar dei genitori. Come capita a tutti i morti, Emma rivive nelle azioni degli altri, nella bellezza che custodiscono di lei sua mamma e suo papà, nella paura che la sua morte suscita nel professore, nei ricordi del sindaco del suo paese a ridosso dell’Adda, Cassano d’Adda. Emma Bonfanti è più viva di molti dei personaggi che trascinano le loro debolezze in un mondo che possono solo devastare con le loro azioni senza bellezza. Il professor Bonfanti non ha rimesso piede nella sua stanza dopo la morte di Emma, chi ha sentito la necessità di assumere quella stanza come la propria è stata Caterina. Questa ragazza che viene descritta identica in tutto e per tutto a sua mamma non ha paura di cercare un’intimità con quella mamma morta, come se tra loro esistesse un richiamo intimo, segreto che agli altri è negato comprendere in tutta la sua complessità. Intrighi e morte sull’Adda descrive la vita e la morte attraverso le parole dei vivi e la presenza dei morti.

In un lontano 2008 sempre con la casa editrice Fratelli Frilli fu pubblicato un altro noir dal titolo Il discepolo che ti ha visto approdare allo Scerbanenco, il romanzo affronta la tematica delle sette sataniche, come nasce questa opera letteraria?

Anche il Discepolo narra la follia di chi non sa resistere ai richiami di ciò che non comprende. Capita in tempi colti di non comprendere molto il senso della vita: si cerca di andare verso la morte che dà più certezze in chi ha smarrito gli orizzonti vitali. Anche il Discepolo ha per protagonisti un gruppo di studenti, che non hanno molto da fare a scuola. Meglio la strada, la notte, i boschi delle colline sopra Bergamo, in cui inventarsi un orizzonte macabro, inscenare rituali folli che non hanno nessuna evidenza di conoscenza, ma evidenziano le mancanze gravi di chi incapace di comprendere se stesso e il mondo compie atti folli in cui la vita è negata.

Nel corso degli anni sei diventato un autore di grande versatilità oltre che una firma pregevole non solo di opere di narrativa, ma anche di testi teatrali per citarne qualcuna la commedia comica brillante Gli occhi degli altri e in collaborazione con Donato Placido, fratello di Michele. il monologo Colloqui di una sera coi muri, ci racconteresti queste due esperienze?

Il teatro è il senso stesso della comunità, dove la rappresentazione dei fatti personali diventano celebrazione ed evento comune. Il dialogo dà forma alla vita che fuori dalla rappresentazione perde di ogni senso. A teatro anche la solitudine diventa celebrazione collettiva. Io e Donato Placido abbiamo saputo creare momenti di umanità che tra le tavole del palcoscenico hanno acquistato sacralità. I colloqui di una sera coi muri sono meditazione profonda sul senso della comunità, in cui il tempo da forma pura delle apparenze si fa nostalgia e distanza: in cui le verità sono declamate, inascoltate. La bellezza è puro delirio di chi invoca un Dio che non dà risposte e neanche promette bene, bellezza, magnificenza. I colloqui di una sera coi muri sono immane tragedia e nostalgia di un tempo che passa, che non torna: rimane il silenzio a colmare le gravi mancanze.

Con Donato Placido nel corso degli anni vi è una proficua collaborazione in ambito teatrale, cinematografico e letterario, come nasce questo sodalizio?

Nella vita tutto è incontro, distanza e sintesi. Ci sono persone che sentono con ogni parte del corpo, mentre altre non hanno organi in grado di percepire la minima sensibilità di ciò che è vivo, si muove, agisce. Le persone autentiche si scoprono perché sono esseri senzienti, in grado di percepire vicinanze e distanze.  I rapporti che hanno una valenza oltre la volontà, il desiderio, la tanto decantata bellezza hanno una necessità che li rende eterni. Tra bellezza e bruttezza non sempre prevale la necessità della bellezza, nella realtà quotidiana si determina quasi sempre la bruttezza, rendendo insopportabili i giorni, eppure è su una determinazione di questo tipo che si concretizzano quasi tutti gli incontri di nessun valore che si fanno. Un incontro diventa verità irrinunciabile quando non si esercita la volontà.  Tra persone d’animo aperto – che non significano necessariamente artisti, poeti e cantanti – una sensazione di libertà rimarrà in eterno a rendere memorabile la vita e le sue possibilità.

Tanti romanzi che hanno abbracciato diversi generi letterari, ma anche tante biografie: Pannella, Eugenio Finardi e Pino Daniele, quest’ultima scritta in collaborazione con Nello Daniele, ci parli di queste opere che riguardano tre personaggi di grande rilievo, un politico che ha rappresentato la storia della politica italiana e due artisti di spessore che si sono contraddistinti con successo nella musica italiana. Che emozioni hai provato nel raccontare la vita e la carriera di questi tre personaggi?

Come dicevo, non sempre accade che le emozioni siano il bello di un incontro e non per forza c’è emozione nell’incontro con un cantante. Lo scrittore vive in maniera totalizzante le sensazioni che derivano dalla percezione del mondo che si rappresenta in maniera mai uguale a se stesso. Per lo scrittore, scrivere è la sua stessa essenza. Per un cantante scrivere un libro non sempre è un esercizio di piacere, come gli capita quando dà invece melodia alle sue canzoni. La scrittura di un libro è un esercizio di umiltà, lo stesso non si può dire per una canzone, che può significare anche solo un piacere, una gioia. Avere incontrato Eugenio, Marco e Nello per me è stato il punto di confluenza di interessi comuni, di volontà comuni, di incontro. Abbiamo condiviso un progetto, fino alla fine. E se con un progetto si esaurisce l’incontro, il suo valore si è fermato in quell’istante.  Le emozioni sono ricordi, come per tutte le cose che hanno un inizio e una fine. La morte di Marco Pannella ha lasciato in me un grande dispiacere, perché è stato un uomo politico che ha lottato tutta la vita per rendere il nostro Paese più libero da strutture mentali antiquate, rendendo valore alla vita e non all’idea di vita che ogni Stato arretrato fa normalmente con la sua propaganda. Non dimenticherò le giovani vittime della protesta in atto in questo momento in Iran. Sarebbero da leggere i loro nomi ogni giorno al telegiornale: da Mahsa Amini ad Hadis Najafi, a Ghazale Chelavi.

Un’altra entusiasmante esperienza avvenuta nel 2015, anno in cui esce per Arcana editore, Per rabbia e per amore. Neapolitan power e dintorni, un volume che raccoglie il tuo incontro con 11 grandi artisti dell’onda musicale napoletan-mediterranea: Peppe Barra, Eugenio Bennato, Pietra Montecorvino, Nello Daniele, Tony Esposito, Antonio Onorato, James Senese, Mimmo Maglionico ed Enzo Gragnagniello, ci parleresti di questa raccolta?

Per rabbia e per Amore rappresenta il mio primo incontro Napoli, una città unica al mondo per il fascino che si prova camminando tra le sue strade del centro, salendo sui suoi promontori esposti tra sole e mare. E poi la gente, capace di risolvere con un gesto la più difficile delle situazioni. A Napoli ho incontrato la bellezza, la musica, la poesia. Con James Senese, Enzo Gragnaniello, Tony Esposito ho incontrato faccia a faccia il cuore di Napoli, la sua anima profonda.  

Ringraziamo Antonio Gerardo D’Errico per essere stato ospite del nostro blog Giallo e Cucina e ci congediamo con due ultime domande: se stai lavorando a qualche interessante progetto per il futuro e quali sono i tre romanzi a cui sei particolarmente legato?

Sì, Dario, ho appena consegnato un mio nuovo romanzo dal titolo al-Rihla, il viaggio. Una storia di vita di giovani che tra Oriente e Occidente hanno viaggiato alla ricerca di una dimensione di esistenza possibile. Poi ho da poco terminato la stesura della sceneggiatura di una storia napoletana, rivista e completata con il produttore e sceneggiatore Lampo Calenda.

Mi chiedi i titoli di tre romanzi, secondo me più belli o più importanti?  Tenendo conto che in Italia nell’ultimo anno sono stati pubblicati circa 100.000 volumi, io suggerirei tre classici della letteratura mondiale: Il grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald, L’amico ritrovato, di Fred Ulman, e L’uomo senza qualità, di Robert Musil.  

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