Palato da detective #18 – I CANEDERLI DEL COMMISSARIO GRAUNER (i profumi altoatesini di Lenz Koppelstätter)

Articolo di Giusy Giulianini

Non è un Alto Adige da cartolina quello che erompe dai polizieschi di Lenz Koppelstätter, ma piuttosto l’immagine sofferta di una terra di contrasti, di identità incerte, «un confine doloroso e nostalgico, una macchia di confusione europea” come lui stesso scrive.

La sua annessione all’Italia, che pur data da oltre un secolo, ha lasciato cicatrici indelebili in un popolo che continua a percepirsi diverso, la cui lingua madre è un’altra, la cui storia affonda altrove le sue radici.

Eppure oggi quei luoghi, che furono teatro di conflitti e sanguinose contese, proprio nella diversità possono trovare un terreno di fattivo confronto, di contaminazione costruttiva, di armonizzazione delle difformità. Come dire che, anche dagli opposti, dall’orgoglio di tradizioni diverse, può scaturire un insieme più interessante di ciascun elemento preso singolarmente.

Su quelle differenze, all’inizio ostinatamente inconciliabili, Lenz Koppelstätter ha plasmato la sua coppia investigativa, il commissario Johann Grauner (Fig.1 – I romanzi del commissario Grauner), altoatesino fino al midollo, e l’ispettore Claudio Saltapepe, che napoletano lo è altrettanto. Un nordico felice solo nel ritrovarsi nei suoi luoghi, nel suo maso in primis, e un meridionale che lì proprio non vorrebbe starci e rimpiange ogni giorno il colore e il calore della sua terra.

Fig.1

Grauner si sente troppo inurbato perfino a Bolzano, il traffico, i clacson, la ressa, non fanno per lui. Le sue tre mucche da latte sì, le chiama addirittura per nome (Mara, Mitzi e Olga) e passa nella stalla momenti di pura beatitudine, al suono delle amate sinfonie di Mahler. Alpeggi da idillio, quelli di Grauner, ed elegia degli affetti famigliari: un matrimonio solido e una figlia adolescente, problematica come i suoi coetanei ma amatissima.

Per lui quelle montagne sono luogo dell’anima, «dove le rocce calcaree delle Dolomiti s’infuocano di un rosa più intenso al tramonto, dove la Schiava mette sempre di buon umore e lo speck sazia gli appetiti abbondanti».

Saltapepe invece è un single perennemente in caccia, un poliziotto moderno che non disdegna la tecnologia. Un pesce fuor d’acqua però tra quei monti, lontano dal prediletto caos della sua Napoli, dal clamore delle sue strade, dal fascino azzurro del suo golfo.

Eppure, da un’indagine all’altra, la loro diversità finisce per confluire in qualcosa di creativo, in un’efficienza armoniosa di squadra, in una compenetrazione di istinto e metodo.

Fig. 2

Certo “quando sorbiva il brodo dei canederli, Saltapepe non mancava di rimpiangere gli spaghetti al dente con il pomodoro (Fig.2 – I gusti di Saltapepe), se sorseggiava una Schiava altoatesina diceva di gran lunga di preferire un Negroamaro». Difficile che un giorno arrivi a dimenticare la sua pizza, continuerà anzi a cercare un angolo di confortante meridionalità pure a Bolzano e finirà per trovarlo, pugliese e non napoletano, ma pur sempre ricco dei profumi del sud. Anche se lui e il pizzaiolo, tra un Limoncello e l’altro, non smetteranno mai di discutere «sul perché diavolo la pizza in Alto Adige – benché ottima come lì – non fosse mai perfetta» e per convenire che era il sale del mare a fare la differenza, quel sale «di cui era intrisa l’aria di Napoli”.  

Grauner invece di canederli ne va matto (Fig.3 – I gusti di Grauner) e perfino l’aria dei suoi luoghi gli pare densa di profumi, tanto da poterla «prendere con le mani e impastarla per farne canederli».

Fig. 3

I piatti della tradizione lo accompagnano nelle sue indagini, serviti spesso in osterie che non sono unicamente luoghi di aggregazione, ma piuttosto crocevia di pettegolezzi e dicerie. Dove, infatti, «a mezzogiorno, davanti ai canederli allo speck o allo spezzatino piccante, si fanno già le prime congetture su chi possa essere il colpevole».

Perfino a tarda notte, quando rientra dopo giorni estenuanti di lavoro, Grauner trova conforto nell’aria ancora satura dell’aroma di burro fuso e spinaci. E, se trova un avanzo di Spinatspatzlen con dadini di prosciutto e parmigiano, se li mangia anche freddi. Buoni, comunque, e confortanti con il loro gusto di casa.

Proprio vero che la vivida espressione della propria territorialità, soprattutto così ben contestualizzata come nei romanzi di Lenz Koppelstätter, arricchisce il crime italiano – non importa se del sud, del centro o del nord – e ne fa un suo punto di forza a livello internazionale.

L’autore

LENZ KOPPELSTÄTTER (Bolzano 1982) è cresciuto in Alto Adige. Dopo gli studi di scienze politiche a Bologna e di scienze sociali a Berlino ha frequentato la scuola di giornalismo a Monaco. Collabora con testate come Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, Geo e Salon. Omicidio sul ghiacciaio (Corbaccio, 2018) è il suo romanzo d’esordio, ma le indagini del commissario Grauner e dell’ispettore Saltapepe continuano ne Il silenzio dei larici (Corbaccio, 2019) e Notte al Brennero (Corbaccio, 2021).

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