Oggi parliamo con… Diego Collaveri

A cura di Gino Campaner

Diamo il bentornato a Diego Collaveri, come va? Ormai qui tu sei quasi di casa. Oggi parliamo soprattutto del tuo ultimo libro Nel silenzio della notte, ma l’occasione è troppo golosa e allora ne approfitto per chiederti anche delle piccole curiosità del mondo “libresco” nel quale ti muovi. Allora, sei ormai arrivato al tuo decimo romanzo (mi sembra, ma forse sono di più). Hai iniziato con la serie di Anime Assassine con l’ispettore Quetti, poi hai proseguito con le indagini del commissario Botteghi, le une e le altre ti hanno tenuto impegnato per molto tempo. Nel 2020 è arrivato Fango (che a me è piaciuto moltissimo) ed ora Nel silenzio della notte. Ci puoi riassumere un po’ la tua storia di scrittore. Come è perché hai cominciato?

Grazie a Voi di Giallo&Cucina, è sempre un piacere chiacchierare con Voi di libri. Nel Silenzio della Notte è il mio undicesimo libro di genere crime, ma in realtà ho scritto anche un fantasy, un sci-fi e un umoristico. Diciamo che questa varietà riassume un po’ il mio sentimento verso la scrittura, un evolvere, una ricerca continua dettata dalla curiosità che mi spinge anche verso generi a me non usuali, un po’ per misurarmi con qualcosa di diverso, un po’ per sperimentare altri colori nelle storie da raccontare. Credo che questo dipenda dal percorso che ho fatto nel corso di questi quasi 30 anni di carriera. Ho avuto la fortuna di cominciare giovanissimo con la musica, ho lavorato diversi anni come chitarrista e arrangiatore, quindi il pentagramma e i testi delle canzoni sono stati la mia prima forma di espressione. La vita mi ha costretto poi a cercare dentro di me una forma di espressione alternativa e attraverso la prosa e il racconto ho cominciato con la scrittura vera e propria, anche se sono stato sbalzato subito dopo nel mondo del cinema (altra mia grandissima passione). Mi sono ritrovato a lavorare come sceneggiatore e quindi ho deciso di intraprendere un percorso formativo studiando cinematografia mentre lavoravo sui set. Ad oggi ritengo ancora che la sceneggiatura sia una palestra enorme per la scrittura, perché ti fornisce sia un metodo nello sviluppare un testo da un’idea alla prima stesura, sia la dosatura nel ritmo, oltre alla scelta lessicale che è essenziale per chi vuole raccontare una storia. L’attenzione alla parola, alle mille sfumature e sensazioni che questa può trasmettere a livello oggettivo e soggettivo è ciò che mi ha da sempre affascinato. Parallelamente alla sceneggiatura ho continuato a coltivare l’attenzione per il racconto e testavo ciò che scrivevo in tantissimi concorsi, da cui ricevevo continui riscontri. Ho cercato una sicurezza di ciò che producevo prima di anche solo pensare a un libro, perché sia la scrittura che l’editoria meritano rispetto, senza contare quello dovuto ai lettori. Amo raccontare storie, ma ho preferito ricercare una maturità nel modo di farlo per potermi approcciare al romanzo. Da lì è cominciato il mio percorso editoriale. Non ho mai avuto la pretesa di fare niente che non fosse più che intrattenimento, ma con il commissario Botteghi ho capito che potevo spingermi in profondità e tingere ciò che raccontavo non solo di uno spaccato sociale che fosse specchio della nostra realtà quotidiana, ma anche andare alla ricerca di un qualcosa di nuovo e particolare che valeva la pena raccontare.

Hai avuto modo di collaborare con tante case editrici. Con quale ti sei trovato meglio? Tutte funzionali ai tuoi progetti o hai avuto dei…contrattempi?

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