Qui rido io

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a cura di Roberta Verde

Eduardo Scarpetta è il più autorevole e famoso scrittore di teatro di fine Ottocento, creatore della maschera di Felice Sciosciammocca, figlio diretto di Pulcinella. Ogni sua commedia è un successo, ogni suo spettacolo un trionfo. Se però sul palco tutto sembra perfetto, nella vita privata ci sono non pochi problemi. Le numerose relazioni intrattenute contemporaneamente con diverse parenti della moglie Rosa (la sorella e la nipote) stressano non poco il celeberrimo artista. Soprattutto perché da ogni relazione nascono tanti figli e risulta difficile, se non impossibile, rispondere alle esigenze di tutti. Di conseguenza Scarpetta assume un atteggiamento autoritario, in particolar modo con il figlio Vincenzo, unico erede legittimo (perché unico nato dal matrimonio) dell’artistica eredità paterna. Scarpetta se da una parte deve provvedere alla sua numerosa prole, dall’altra deve riuscire a non deludere mai il suo pubblico. Per questo decide di mettere da parte la maschera di Sciosciammocca concentrandosi sulla realizzazione della parodia dell’ultimo dramma di D’annunzio “La figlia di Iorio”. Il Vate dimostra di apprezzare molto la rielaborazione comica e incoraggia Scarpetta a proseguire pur non concedendogli ufficialmente un’autorizzazione scritta per la messa in scena. Un gesto quest’ultimo che preoccupa non poco il commediografo campano che difatti si troverà di lì a poco a scontrarsi con la prima delusione professionale. D’Annunzio e altri intellettuali del tempo lo querelano per plagio e diffamazione, trascinandolo in tribunale. Grazie anche all’aiuto del filosofo Benedetto Croce, Scarpetta però riesce a vincere la sfida.

Recensione di Roberta Verde

Raccontare la vita di Eduardo Scarpetta non è impresa facile e non solo perché Scarpetta è il capostipite di un albero genealogico estremamente complesso. Scarpetta è un artista la cui vita è spesso stata raccontata “di riflesso”, anche se va segnalata la sua autobiografia “Cinquant’anni di palcoscenico” pubblicata per la prima volta nel 1922. Il grande pubblico, infatti, lo (ri)conosce soprattutto come padre dei tre fratelli De Filippo (Titina, Eduardo e Peppino) o come autore di Miseria e Nobiltà (commedia portata sul grande schermo da Totò nel 1954) ma ignora quasi del tutto la sua vita, le sue emozioni, le sue scelte. Il regista Martone ha dunque voluto e forse dovuto colmare un vuoto che era tale da troppi decenni. La figura di Scarpetta come uomo e commediografo sembrava ormai sbiadita e vinta del tempo: Qui rido io le restituisce una luce e una voce senza precedenti, soprattutto grazie a una magistrale interpretazione di Toni Servillo, cui fa coro un cast di altissimo livello. Nonostante il film tratti della vita di Scarpetta (utilizzando come titolo il suo celebre epitaffio che ancora oggi campeggia sulla villa del Vomero), la trama ha un’impostazione corale, di ampio respiro, estremamente curata nei dettagli che restituiscono con grande efficacia le vivaci atmosfere della Napoli di inizio secolo. Il film inizia in media res, durante la messa in scena dell’opera più celebre di Scarpetta Miseria e Nobiltà: la commedia, scritta nel 1887, è stata da sempre il banco di prova delle giovani leve della famiglia. Ogni figlio doveva misurarsi con il ruolo di Peppiniello e il suo celebre refrain “Vicienz m’è padre a mme!”. Ed è proprio questo binomio famiglia-teatro a essere la struttura portante dell’intero lavoro: la costante alternanza tra dimensione pubblica e privata dell’artista restituisce un’immagine completa e inedita del carattere fortemente autoritario di Scarpetta, signore assoluto delle scene e della casa. Come in un grande harem, Scarpetta viveva circondato dalle sue donne, quasi tutte provenienti dal medesimo ceppo familiare. La moglie ufficiale era Rosa De Filippo (appassionatamente interpretata da Maria Nazionale). Dalla relazione nacque Vincenzo Scarpetta, animo libero, affascinato da un mondo artistico moderno e all’avanguardia, un mondo che lo avrebbe portato in direzioni totalmente opposte al teatro di tradizione paterno. Ma per lui non c’era scampo: nel suo futuro c’era esclusivamente l’eredità di Sciosciammocca. Rosa De Filippo fece accettare a Eduardo anche il figlio Domenico, nato da una relazione extraconiugale con il Re Vittorio Emanuele II, che il commediografo riconobbe come suo; di contraltare Rosa dovette accettare e adottare Maria, figlia che Scarpetta aveva avuto con Francesca Giannetti, un’insegnante di musica. La passione per il gentil sesso spinse Eduardo tra le braccia della giovane Luisa, nipote della moglie Rosa: con lei mise al mondo Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. Parallelamente Scarpetta si unì anche ad Anna De Filippo, sorella della moglie Rosa: con lei ebbe altri due figli Eduardo De Filippo (che assunse il nome d’arte di Eduardo Passarelli) e Pasquale De Filippo, il figlio che, in ambito artistico, ha avuto meno successo. Si dice che anche Ernesto Murolo sia figlio di Scarpetta. Tutto vivevano vicini, nel medesimo palazzo o al massimo nella stessa strada. Scarpetta riusciva così ad avere il pieno controllo di tutto e tutti. L’unico vero “ribelle” è il figlio Peppino, un bambino che sembra non essere desiderato. Nato nello stesso anno del fratellastro Eduardo (figlio di Anna), Peppino viene mandato a balia in campagna. Il bambino non ama “zio Eduardo” (i figli illegittimi così dovevano chiamarlo) ed è insofferente alla vita di città e alle scene. Queste profonde ferite Peppino se le porterà dietro tutta la vita e sfoceranno nell’ autobiografia “Una famiglia difficile” pubblicata dall’artista nel 1976. Se Peppino è il figlio insofferente, il fratello Eduardo è il figlio introverso: partecipe del dolore della madre, che sarà sempre un’amante e mai la legittima compagna di Scarpetta, esterna la sua sensibilità nella stesura di piccole commedie. Rispetto al fratello, che sarà anch’egli autore teatrale, Eduardo proseguirà questo percorso di introspezione mettendo sempre al centro delle sue opere la famiglia con tutte le sue contraddizioni. Titina, la sorella maggiore, è un po’ la mamma dei fratelli e tale resterà per tutto il corso della vita. I caratteri dei piccoli De Filippo, cui viene dedicato ampio spazio, vengono ben illustrati da Martone che invece tralascia i figli avuti con Anna, Eduardo e Pasquale: è pur vero che questi due fratelli non hanno mai affrontato il discorso circa le loro origini, contrariamente ai De Filippo. Spazio importante è riservato al rapporto di Scarpetta con Maria, Domenico e Vincenzo. Rispetto a questi ultimi, resta evidente la predilezione per Maria, figlia adoratissima e legatissima al padre, così come le divergenze di vedute con Vincenzo, l’erede assoluto. Piccola nota, Vincenzo è intrepretato dall’unico vero erede della famiglia Scarpetta, il giovane e promettente Eduardo Scarpetta, figlio dell’attore Mario nipote diretto di Vincenzo Scarpetta. Martone cerca anche di indagare le emozioni delle madri dei figli di Scarpetta, tutte donne amate in società. Una delle battute più belle e incisive del film è pronunciata proprio da Rosa “La vergogna int’a sta casa nun sapimme che d’è. Non l’abbiamo mai saputo e non lo sapremo mai. Gloria ai nostri figli, e a faccia ‘e chi ce vo’ male”. Molto apprezzata la scelta dell’utilizzo della lingua napoletana, finalmente svincolata dal fenomeno Gomorra. Il film si divide idealmente in due momenti: quello prima e quello dopo l’incontro con D’Annunzio. Un incontro dal forte valore simbolico, che evidenzia gli animi contrapposti dei due personaggi: D’Annunzio con le sue atmosfere dense di un erotismo lascivo e soffocante, e Scarpetta che reca una nota di colore e leggerezza nelle altere stanze del Vate. Se nella prima parte emerge l’Eduardo più agguerrito e passionale, la parentesi dannunziana sembra rappresentare l’inizio della fine del fenomeno Scarpetta. La querela, unita ad altri drammi personali (un aborto di Luisa) getta nella disperazione Eduardo Scarpetta, costretto a fare i conti con le sue fragilità. Martone riprende Servillo/Scarpetta spesso di spalle, mentre cammina in una città deserta di notte o mentre ammira il panorama vicino Castel dell’Ovo; ma anche se il dolore della sconfitta brucia, bisogna risollevare la testa, trovare una soluzione ed andare avanti arrivando finalmente al non luogo a procedere dichiarato dal tribunale di Napoli nel 1908 (creando tra l’altro anche un precedente storico: la parodia di Scarpetta, non configurandosi come reato, andava a legittimare tutte le successive parodie che sarebbero state realizzate nella storia dello spettacolo). Il film è perfettamente confezionato: sublime la fotografia di Renato Berta, singolare la scelta delle musiche, canzoni classiche del repertorio partenopeo ma non coeve a Scarpetta. Presentato in concorso alla 78° edizione della Mostra Internazionale del cinema di Venezia, il film si aggiudica il Premio Pasinetti per il miglior attore attribuito a Toni Servillo. Benché in alcune parti risulti impreciso (fra tutte la trovata degli spaghetti conservati in tasca nel primo atto di Miseria e Nobiltà, gag non pensata da Scarpetta ma creata da Totò per la versione cinematografica) il film, come ha evidenziato recentemente il critico Giulio Baffi, è un documento eccezionale su una Napoli, culturalmente parlando, in stato di grazia.