Oggi parliamo con… Alessio Piras

Copyright Laura Torre

Intervista a cura di Edoardo Todaro

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina ad Alessio Piras, col suo ultimo romanzo Gente sbagliata e partiamo subito con la prima domanda:

In “ Gente sbagliata “ oltre al commissario Jacopo Ravecca, troviamo anche l’ispettore Rapisarda. E’ sbagliato ritenerlo un coprotagonista?

Non è del tutto sbagliato. Ha una rilevanza molto maggiore di quella che avrebbe un semplice comprimario. Inoltre, non ho mai amato gli uomini soli al comando, né tanto meno sarei capace di far girare un’intera serie intorno a un solo personaggio. Cerco una dimensione più corale, se vogliamo.

Per il personaggio di Jacopo Ravecca ti sei ispirato a qualcuno in particolare ?

Per Ravecca non ho preso spunto da qualcuno in particolare. È una somma di caratteristiche che provengono da molti stimoli. Ha molto di me, ma ha molto di tanti amici genovesi, ciascuno dei quali, a mio avviso, rappresenta a modo suo la genovesità. Perché poi è questa la caratteristica fondamentale di Ravecca.

Rivedremo presto Jacopo Ravecca in una nuova indagine? Ci sono novità in merito?

Lo rivedremo, ma sulle tempistiche non sono io che decido. Sto scrivendo e, sì, ci saranno alcune novità che spero siano gradite.

Ovviamente essendo nel blog di “ giallo e cucina “ corre l’obbligo di chiederti quale è il piatto preferito da Ravecca.

Ti passo il menù che farebbe impazzire il commissario: trofie al pesto di primo; stoccafisso accomodato alla genovese di secondo. Possiamo metterci un antipasto leggero a base di focaccette e formaggio. Come dolce: una crostata di frutta di Tagliafico, la pasticceria del cuore di Ravecca. Vino: una bianchetta genovese.

Visto che spesso e volentieri il noir fa emergere il contesto nel quale si svolge quanto scritto,cosa ci puoi dire di Francesco Ricciardi, un uomo in crisi/nella crisi.

Ti ringrazio per questa domanda, perché credo che mai nessuno mi abbia chiesto conto della vittima. Francesco Ricciardi è uno che è finito in un doppio tritacarne: quello della crisi del 2008 e quello di una città come Milano, che sa essere crudele. Questo doppio girone infernale lo fa precipitare in un abisso dal quale, con grande fatica, riesce più o meno a mettersi nelle condizioni di uscire. E proprio in quel momento, ha incontrato la morte a tagliare ogni possibilità di riscatto personale.

In “ Gente sbagliata “ scrivi anche di periferie, puoi fare un raffronto con quanto vedi a Barcellona la tua attuale città.

Le periferie delle grandi città non sono dissimili tra loro. Casermoni, densità abitative da capogiro, strade non troppo tirate a lucido. Spesso i negozi non sono all’ultimo grido e gli unici punti di ritrovo sono il bar, il campetto e la parrocchia, quando ci sono. Ciononostante, sono luoghi intrisi di una grande umanità. Chi vive in periferia spesso viene da lontano, a volte parla lingue diverse da quella ufficiale e crede in un Dio diverso da quello che va per la maggiore. Si incontrano, quindi, realtà culturali diverse che, se ben incanalate, possono portare a un arricchimento straordinario. Le periferie sono fondamentali per il funzionamento della grande città: Barcellona non esisterebbe senza quartieri come il Carmelo (che è come dire il Giambellino) o città satellite come L’Hospitalet (una Sesto con oltre duecento mila abitanti), che per decenni l’hanno nutrita di manodopera per far funzionare fabbriche, porto, grandi magazzini, ristoranti, e tutta l’attività produttiva. Per non parlare della cultura: uno dei generi più iconici della Catalogna è la Rumba, che è un flamenco (andaluso e gitano) ibridato con la tradizione locale, nato proprio nelle periferie.

In Gente sbagliata delle periferie parlo abbastanza tangenzialmente, ma il quartiere in cui vive Ravecca, la parte di Porta Venezia che un tempo era il Lazzaretto di manzoniana memoria, è, a tutti gli effetti, una periferia in centro. E il commissario ama vivere in una strada dove quando esci di casa non sei sicuro della lingua in cui ti diranno “buongiorno”.

Ti ringrazio per lo spazio dedicato  e ti pongo un ultimo quesito per salutarci: Quali sono i tre libri a cui sei particolarmente legato e che consiglieresti.

Grazie a te, Edoardo. Ecco i tre titoli che consiglio:

Cent’anni di solitudine, di Gabriel García Márquez, perché ha dato una scossa alla mia adolescenza
Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia, per avermi spiegato cos’è l’Italia
Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi, perché non dovremmo mai dimenticarci della tenerezza

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