I MAESTRI DEL GIALLO – NICHOLAS BLAKE

a cura di Luigi Guicciardi

Personalità fra le più complesse della narrativa poliziesca del Novecento, Nicholas Blake in realtà è lo pseudonimo di Cecil Day-Lewis: giallista, sì, ma anche poeta, romanziere, critico letterario e d’arte. Nato in Irlanda , a Ballintubber, il 27 aprile 1904, e rimasto orfano di madre all’età di due anni, quando il padre – il reverendo Frank Cecil Day-Lewis – decise di trasferire la famiglia a Londra, compì i suoi studi alla Sherbon School nel Dorset e al Wadham College di Oxford, dove si laureò nel 1927. Lavorò quindi per diversi anni come insegnante, incontrando in varie occasioni forti ostilità a causa dei suoi orientamenti politici, che lo portarono ad abbracciare il comunismo all’inizio degli anni Trenta. Questa sua adesione, che investiva non solo il campo politico ma anche quello artistico, fu però progressivamente ritrattata, in seguito soprattutto alle delusioni ricevute dagli esiti della guerra civile spagnola e dalla brusca sterzata compiuta dalla Russia staliniana. Dopo esser stato funzionario del ministero dell’Informazione britannico durante il secondo conflitto mondiale, quando nel 1948 fu dichiarata la repubblica d’Irlanda, scelse la cittadinanza inglese, pur rimanendo fortemente legato alla sua terra natale. Negli anni Cinquanta Day-Lewis si occupò principalmente di letteratura antica, traducendo dal latino alcune opere di Virgilio (le Ecloghe, l’Eneide). Inoltre assunse il ruolo di direttore editoriale della casa editrice Chatto&Windus, oltre a guadagnarsi diversi incarichi universitari come conferenziere e docente di poesia a Oxford, Cambridge e alla Harvard.

Sì, di poesia, perché Day-Lewis fu uno dei poeti che gravitò intorno alla cerchia di Wystan Hugh Auden (insieme a nomi come Stephen Spender e Louis MacNiece), che prese appunto il nome di Auden Group e si sviluppò negli ambienti universitari di Oxford. Si trattò di un gruppo di poeti accomunati da medesimi intenti e idee, che verso la fine degli anni ’30 sentirono l’esigenza di dar voce al senso di disagio e vuoto intellettuale, da loro percepito come conseguenza della fine dell’età vittoriana, dando così vita a una poesia di reazione fortemente improntata a tematiche sociali e politicamente influenzata da orientamenti di sinistra.

Come intellettuale Cecil Day-Lewis ottenne diversi riconoscimenti accademici: fu presidente dell’Art Council Literature Panel, vicepresidente della Royal Society of Literature, membro della Irish Academy of Letters, membro onorario dell’American Academy of Arts and Letters, fino all’ambito titolo di Poet Laureate conferitogli nel 1968 dalla regina

Elisabetta.

Nella vita privata si sposò due volte – la prima nel 1928 con Mary King, la seconda nel 1951 con l’attrice Jill Balcon – ed ebbe cinque figli, tra cui il famoso attore Daniel Day-Lewis, nato nel 1957, atletico e memorabile interprete di film come Camera con vista di Ivory, Il mio piede sinistro di Sheridan, L’ultimo dei Mohicani di Mann, L’età dell’innocenza e Gangs of New York di Scorsese, e Il petroliere di Anderson.

Morì a County Laois il 22 maggio 1972, per un tumore al pancreas, ospite dell’amico scrittore Kingsley Amis.

Contrariamente a quello che si potrebbe facilmente pensare, considerata la sua severa formazione intellettuale, Blake fu un lucido sostenitore del romanzo poliziesco anche da un punto di vista teorico, e alcune sue riflessioni di carattere sociologico sulla materia sono ancora oggi degne di interesse. Non va neanche dimenticata, al riguardo, la probabile influenza esercitata su di lui dalla passione per i polizieschi dell’amico Auden, autore di un interessante saggio breve, La parrocchia del delitto, in cui ammetteva di esser un “drogato di gialli”, pur relegandoli al ruolo di intrattenimento e non di “arte”.

Fu l’agente letterario di Day-Lewis, a quanto si narra, a suggerirgli di separare la carriera di poeta da quella di giallista attraverso l’invenzione di uno pseudonimo. Fu così che nacque Nicholas Blake, forse di ispirazione poetica, con riferimento al più noto William. E altre fonti, fra cui il giornale The Indipendent, sostengono che iniziò a scrivere gialli perché aveva bisogno di soldi per riparare il tetto del cottage in cui viveva. Comunque sia, Blake cominciò la sua carriera di giallista nel 1935 con il romanzo A Question of Proof (in Italia Questione di prove), in cui fa il suo esordio il detective Nigel Strangeways, anche lui, pare, ispirato a Auden sia nell’aspetto che nei suoi atteggiamenti quantomeno bizzarri.

In possesso della più classica cultura oxfordiana, esperto di letteratura elisabettiana, detective per hobby e destinato a comparire in altri sedici romanzi, il personaggio di Nigel Strangeways non rientra oggi fra le figure più memorabili del Giallo internazionale. “Niente spessore, pochissime doti reali, un sacco di dubbi, anche se equilibrati da una brillante forza di volontà”: così l’ha definito un critico contemporaneo, forse eccessivamente severo. E’ indubbio però che, se la critica anglosassone ne ha apprezzato l’originalità dei tratti insieme al fair play della sua presenza, Strangeways risulta oggi un personaggio troppo “spiazzato” nell’economia dei Gialli dello scrittore, una pedina troppo discreta nel suo gioco narrativo.

Se abbiamo computato con esattezza, Blake pubblicò venti romanzi polizieschi, di cui undici tradotti in italiano (tutti presso Mondadori), cominciando da quel A Question of Proof del 1935, apparso da noi come Questione di prove (I Classici del Giallo Mondadori [CGM] n. 433, 1983; CGM, n. 1177, 2007). Seguirono cronologicamente:

Thou Shell of Death, 1936 (Quando l’amore uccide, CGM, n. 449, 1983)

There’s Trouble Brewing, 1937 (Le pentole del diavolo, I Libri Gialli, n. 208, 1939; I Capolavori dei Gialli, n. 94, 1958: Il Giallo Mondadori [GM], ebook, 2015)

The Beast Must Die, 1938 (La belva deve morire, GM, n. 1462, 1977; CGM, n. 582, 1989; I Bassotti Polillo, 2002)

The Smiler with the Knife, 1939

Malice in Wonderland, 1940

The Corpse in the Snowman, 1941 (Misteri sotto la neve, CGM, n. 469, 1985); anche col titolo The Case of the Abominable Snowman (Il caso dell’abominevole pupazzo di neve, Firenze, Giunti, 2020

Minute for Murder, 1947

Head of the Traveller, 1949 (La testa di creta, GM, n. 132, 1951; CGM, n. 1063, 2005

The Dreadful Hollow, 1953 (La fossa che inghiotte, GM, n. 3006, 2010)

The Whisper in the Gloom, 1954

A Tangled Web, 1956 (Il dilemma di Daisy Bland, GM, n. 2353, 1994)

End of Chapter, 1957

A Penknife in My Heart, 1958 (La mia morte per la tua, GM, n. 658, 1961; poi col nuovo titolo Una lama nel cuore, CGM, n. 778, 1996)

The Widow’s Cruise, 1959 (Io sono la vittima, GM, n. 601, 1960; CGM, n. 489, 1985)

The Worm of Death, 1961

The Deadly Joker, 1963

The Sad Variety, 1964

The Morning after Death, 1966

The Private Wound, 1968 (L’angelo della morte, GM, n. 2430, 1995).

A giudizio degli esperti Di Vanni-Fossati (Guida al “Giallo”, Milano 1980) “l’opera di Blake può ricordare quella di Margery Allingham, con cui condivide certa scelta degli stereotipi e dei motivi-chiave: parzialmente legato alla tradizione del poliziesco inglese psicologico-scientifico, Blake ottiene risultati buoni ma non eccelsi alle prese con lo schema classico del romanzo-enigma.” Si pensi all’esemplare Misteri sotto la neve (o Il caso dell’abominevole pupazzo di neve), del 1941, in cui – nella tenuta principesca di Easterham Manor nella campagna inglese, isolata dalla neve – viene trovato nella sua stanza il cadavere della giovane Elisabeth, impiccata, truccata e completamente nuda, con la porta chiusa dall’interno e nessun biglietto d’addio…

Ma già dai primi libri emerge l’intreccio fra mystery e suspense, per esempio in Quando l’amore uccide (1936), o in The Smiler with the Knife (1939), o in quello che è considerato quasi all’unanimità il suo libro più riuscito, e cioè La belva deve morire (1938). Questo romanzo si riallaccia parzialmente alla tecnica e al clima dell’inverted story, ed è il ritrattofulminante di un uomo deciso a rintracciare e ad uccidere l’individuo che mesi prima ha investito con l’auto il figlio, causandone la morte. L’influenza di Francis Iles qui si rivela decisiva, ma il risultato, pur lievemente limitato da un’insolita volontà di velocizzare gli avvenimenti, è in ogni caso eccellente.

La produzione di Blake del dopoguerra è valutata da Julian Symons (nel suo saggio, sintetico ma fondamentale, Bloody Murder, del 1972) largamente inferiore alla precedente. In realtà però – sempre secondo il duo Di Vanni-Fossati – Blake “ha semplicemente ridimensionato il preziosismo del linguaggio e il respiro delle storie, mentre le qualità introspettive sono rimaste immutate.” Fra le prove più convincenti vanno ricordate Minute for Murder (1947) e soprattutto il notevole La mia morte per la tua (1958), derivato anch’esso da Iles ma probabilmente ispirato da quel Strangers on a Train (1951) di Patricia Highsmith, da cui Hitchcock trasse l’omonimo film.  E’ la nota storia di due individui che per ragioni diverse desiderano la  morte, l’uno della moglie, l’altro del ricco zio: i due stipulano un’intesa secondo la quale l’uno ucciderà la vittima designata dell’altro, garantendo nel contempo a questo, divenuto automaticamente il primo indiziato, un alibi inoppugnabile. Il romanzo ha un’elasticità e una mobilità d’impianto rilevantissime, e un tono descrittivo uniformato ai mutamenti di psicologia dei protagonisti, che lo rendono forse il capolavoro assoluto di Blake.

Quanto al cinema, dai romanzi di Blake ci risulta che sia stato tratto un solo film, peraltro notevolissimo: si tratta di Ucciderò un uomo (Que la bête meure), che il regista francese Claude Chabrol ricavò nel 1969 da La belva deve morire (1938), adattandolo con Paul Gegauff ed eliminando il personaggio di Strangeways. Senza questa figura, Chabrol ridusse il quoziente di mystery ma accentuò la drammaticità della storia, potenziando il tema della ricerca dell’assassino con l’aggiunta di quelli dello scambio della colpa (alla maniera di Fritz Lang, esplicitamente citato), dell’amore paterno e della riflessione sulla duplicità degli esseri umani.

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