Abbandonare un gatto – Murakami Haruki

Trama

Nei suoi romanzi e racconti Murakami ha creato un’infinità di mondi, e ne ha svelato ogni segreto ai lettori. Ma c’è una dimensione in cui la sua penna non si è quasi mai avventurata: la sua vita. Con “Abbandonare un gatto”, Murakami scrive per la prima volta della sua famiglia, e in particolare di suo padre. Ne nasce un ritratto toccante, il racconto sincero del «figlio qualunque di un uomo qualunque». E forse proprio per questo speciale.

Recensione a cura di Emanuela Di Matteo

Lo scrittore giapponese Aruki Murakami, classe 1949, ci ha abituati ai suoi racconti apparentemente semplici ma altamente simbolici e pieni di meraviglia, che lentamente, passo dopo passo, ci precipitano in situazioni straordinarie, fantastiche, al di là del reale.

Più volte candidato al Premio Nobel per la letteratura, Murakami parte dalla realtà, nella quale si insinua spesso un dubbio, un fatto strano, talvolta, un piccolo felino domestico, per trascenderla e parlare d’altro. “Abbandonare un Gatto”, il suo ultimo libro, breve ed  illustrato, solo apparentemente così diverso dalle sue precedenti produzioni, non fa eccezione. Stavolta lo scrittore però non mira a stupire, stravolgere o a inserire un colpo di scena straniante nella sua storia. Egli ci racconta, con semplicità, di sé stesso, in quel modo umile e onesto, senza troppi fronzoli, tipico della cultura giapponese. Descrive la famiglia in cui è nato, ed in particolare il difficile legame con la figura paterna. Cercando un incipit (cosa non facile quando si tratta di descrivere legami ancestrali e talvolta negati) lascia che affiorino i ricordi, e gli torna alla mente di quella volta in cui, esperienza condivisa con il padre, andarono insieme, in bicicletta, ad abbandonare un gatto.

Bisogna premettere che, nella famiglia Murakami, i gatti erano di casa, andavano e venivano. Questo spiega il motivo per cui queste enigmatiche, fragili e in qualche modo immortali creature appaiano così spesso, di sbieco, di nascosto, facendo capolino dalle pagine o addirittura scoprendo delitti, nella maggioranza delle opere dello scrittore. Nella sua biografia infatti, costituita principalmente da viaggi, musica e libri, pur avvolta nella riservatezza, sembra che un tempo abbia gestito un locale dedicato interamente ai felini, il “Peter Cat”.

Tuttavia quel giorno, per ragioni nebbiose come sono spesso i ricordi dell’infanzia, quel gatto era destinato – almeno  nelle intenzioni – ad essere abbandonato in una cesta sulla spiaggia.

Murakami, per avvicinarsi al suo passato familiare, ritorna bambino, e ripercorre lo stupore e l’accettazione di quelle circostanze subite che riguardano i suoi genitori. Ci dice soprattutto  che “la guerra provoca, nella vita e nello spirito di una persona – di un anonimo, comune cittadino – enormi e profondi cambiamenti”.

Suo padre vive lo spietato conflitto tra Cina e Giappone, con i suoi traumi e inevitabilmente ne trasferisce in parte il fardello al figlio. Un padre maestro nel creare haiku, i brevi  componimenti poetici nati nel XVII secolo, destinato a una carriera religiosa, costretto per fatalità ed errore ad arruolarsi e in seguito, diventare insegnante. Un padre che avrebbe voluto che il figlio percorresse la strada che lui aveva mancato, gli desse soddisfazione negli studi – che furono in realtà svogliati e deludenti – e con il quale spesso è difficile comunicare e comprendersi.

Arriva il momento in cui le dolorose spine del passato vanno estratte dalla propria anima. E questa è l’operazione che lo scrittore svolge attraverso questo racconto biografico. Egli riesce a rendere le cose  percepibili e reali  solo scrivendole, e il racconto del suo complesso e contraddittorio rapporto con il padre gli permette forse di quadrare il cerchio, di riappacificarsi con colui dal quale molto ha ripreso, e molto aveva negato. Murakami racconta, sì, ma non svela mai del tutto, riuscendo a mantenere la riservatezza nei confronti della sua vita privata più intima che gli è  sempre stata propria.

Il libro è impreziosito dalle numerose illustrazioni del milanese Emiliano Ponzi, conosciuto a livello internazionale per il suo stile concettuale e raffinato, che nella sua semplicità apparente ricorda un po’  quello dello scrittore giapponese.

“Abbandonare un gatto” è una profonda riflessione sul senso della vita, che non può prescindere dalle proprie origini. Siamo il risultato di avvenimenti casuali, circostanze fortuite, che amiamo chiamare destino. Avremmo potuto non nascere mai, eppure siamo nati.

Sul fatto di provenire da una famiglia comune, qualsiasi, lo scrittore si sofferma spesso. Allora un gattino che si arrampica su un albero, incapace poi di ridiscendere, diventa una metafora sulla nostra profonda difficoltà di ritornare sulla terra, di accettare la gravità, la pesantezza ed infine la morte che ci attende, destino comune di questa massa di piccole gocce che siamo. Piccole, anonime gocce di un mare, che però non perdono mai la loro unicità e significato. Ogni storia che Murakami narra, lo rende più lieve, leggero,  più vicino a diventare quasi trasparente. In questo destino comune, fatto di lenta scomparsa, non c’è annullamento, ma serenità.

Una serenità e una consapevolezza raggiunte in un’età matura, frutto di riflessione e conoscenza, di cui Murakami, con questo piccolo libro, vuole farci dono.

Dettagli

  • Genere: racconto autobiografico
  • Editore: Einaudi (17 novembre 2020)
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 880624602X
  • ISBN-13: 978-8806246020

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