I MAESTRI DEL GIALLO – WILLIAM BURNETT

a cura di Luigi Guicciardi

Photo of William R. Burnett

Nato a Springfield nell’Ohio il 25 novembre 1899 e morto a Santa Monica in California il 25 aprile 1892, William Riley Burnett cominciò a lavorare come impiegato dell’Ufficio Statistiche Industriali della sua città natale, ma passava le sere leggendo i classici della letteratura dell’Ottocento e del primo Novecento. In sei anni, tra il 1923 e il ’29, aveva scritto ben nove romanzi, varie commedie e un centinaio di racconti, pur senza riuscire a  pubblicare nulla della sua vasta produzione, che spaziava in così vari generi letterari. Finché, alla fine degli anni Venti, alla ricerca di nuove fonti d’ispirazione, si trasferì a Chicago e dall’impatto con questa metropoli – che contava già quasi due milioni di abitanti e dove cominciava a esplodere il gangsterismo e la corruzione nel clima della Grande Depressione – si rinnovò completamente come scrittore.

Nel 1929, infatti (l’anno tristemente famoso per la “settimana nera di Wall Street”, in cui milioni di risparmiatori persero da un giorno all’altro i loro risparmi), uscì dall’anonimato con Little Caesar (Piccolo Cesare nella prima edizione italiana del 1948), romanzo che avviò nel Giallo americano il filone gangsteristico, e da cui l’anno dopo Mervin LeRoy trasse il primo gangster movie sonoro, magistralmente interpretato da Edward G. Robinson, attore fino ad allora sconosciuto di origine rumena. Grazie alla regia asciutta e spedita di taglio quasi cronachistico, alla potenza espressiva del protagonista, ai riferimenti ad Al Capone, alla fotografia d’autore di Tony Gaudio e al suo realismo stilizzato, il film ebbe un enorme successo e si impose in breve come un “classico” del genere.

“Piccolo Cesare” è il soprannome di Cesare (En)Rico Bandello, un gangster di provincia di origine italiana che, con una rapida ascesa, conquista il controllo della malavita metropolitana. Feroce, ambizioso, egocentrico, probabilmente impotente e forse omosessuale, Bandello, dopo aver vinto tutti i conflitti con le bande rivali, arriva a dominare un’intera città, finché, tradito, muore in uno scontro a fuoco con la polizia.

A questa fortunatissima storia, ispirata alla violenta realtà di quegli anni, seguì una lunga serie di romanzi e racconti, la maggior parte dei quali ambientati come l’opera prima nel mondo della malavita e incentrati spesso anche sulla corruzione delle forze dell’ordine. Tra questi, ricordiamo il racconto lungo The Beast of the City (1932), e i romanzi, notevoli, High Sierra (1943), Romelle, 1946 (da noi Giorni d’angoscia, 1953), Little Men, Big World, 1951 (Uomini con la maschera, 1954), Vanity Row, 1952 (Il boia è solo, 1953).

Vent’anni esatti dopo Piccolo Cesare, nel 1949, Burnett pubblicò un altro best-seller, The Asphalt Jungle (La giungla d’asfalto, ed. it. 1951), prontamente trasferito sullo schermo nel 1950 da John Huston. Questa volta i tempi sono diversi, i gangster si sono aggiornati, c’è un gran furto di gioielli, scientificamente preparato e perfettamente realizzato, ma i rapporti umani si guasteranno al momento della divisione del bottino, e alla fine tutti i membri della banda verranno catturati o uccisi. Capostipite del sottogenere poliziesco del “colpo grosso” (perfezionato poi dal cinema francese con Dassin, Verneuil, Melville & C.), il film di Huston, per virtù di stile e di approfondimento dei personaggi, conserva ancor oggi la forza di una complessa allegoria morale, radicata nel costume americano, sfuggendo alle convenzioni del genere: nella memorabile galleria delle varie figure, manca infatti alcuna divisione manichea tra buoni e cattivi.

Nei suoi romanzi polizieschi (alternati nel tempo ad altri – alcuni anche celebri – d’ambientazione storica e western, che qui ovviamente non trattiamo), Burnett talvolta concede qualcosa a un facile e truculento sensazionalismo. Tuttavia le sue descrizioni del sottobosco criminale appaiono spesso caratterizzate da un certo verismo, non privo di un indubbio valore estetico. E non a caso riteniamo legittimo usare la parola verismo, alla luce delle solide radici letterarie di Burnett, che una volta ebbe a confessare, inaspettatamente: “Benché la voce di Hemingway si levasse forte, quando cominciai a pubblicare i miei libri, la sua influenza su di me era minima. Maggior peso ebbero gli scrittori europei. Il mio stile è frutto di lunghi studi di Mérimée, Flaubert, Maupassant, e anche su Pio Baroja. Ma molto devo a uno scrittore italiano, Giovanni Verga, che a mio parere, con Mastro-don Gesualdo, ha scritto il più importante romanzo realistico in senso assoluto, e i cui racconti sono migliori di quelli scritti da Cechov e da Maupassant.”

Una volta tanto, i romanzi polizieschi di Burnett risultano pubblicati in Italia da Garzanti e da Longanesi, anziché dal benemerito Mondadori. Quanto al cinema (tralasciando le pellicole storiche, belliche e i western), dai gialli di Burnett sono stati tratti numerosi film. Oltre ai due più famosi già citati (Piccolo Cesare e Giungla d’asfalto), ricordiamo Il pericolo pubblico numero 1 (1932), diretto Charles Brabin, con Walter Huston e Jean Harlow; Tutta la città ne parla (1935), di John Ford, con Edward G. Robinson di nuovo mattatore; Una pallottola per Roy (1941), di Raoul Walsh, con un intensissimo Humprey Bogart; Una luce nell’ombra (1946), di Jean Negulesco, con John Garfield.

Non vanno dimenticate, infine, le numerose sceneggiature di valore scritte da Burnett per il cinema e la televisione (tra cui la collaborazione al mitico Scarface, 1932, di Howard Hawks, forse il più celebre dei gangster movie americani), nonché la nomination all’Oscar nel 1943 per la miglior sceneggiatura originale per L’isola della gloria (Wake Island) di John Farrow (nello stesso 1943, fra parentesi, Burnett si sposò con Whitney Forbes Johnston, da cui ebbe due figli), o il premio Writers Guild of America vinto nel 1963 per la sceneggiatura del noto La grande fuga di John Sturges: che è un film di guerra e non un giallo, a ennesima dimostrazione dell’estrema versatilità di questo importante scrittore.

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