Palato da detective, n° 7 – IL GRANDE HITCH E IL CIBO COMPENSATORIO Bulimia e diete, un’altalena per tutta la vita

Articolo di Giusy Giulianini

 

Alfred Hitchcock, maestro indiscusso di suspense, è ancor oggi una delle figure più dibattute in termini psicoanalitici: i tormenti dell’inconscio, che dominano alcune tra le opere più celebri della sua filmografia (Io ti salverò, Psycho, Gli uccelli, Marnie), portano alla ribalta l’”altra scena della mente”, quella che pur sottoposta alla rigida censura della nostra razionalità non può tacere e sempre riesce ad aprirsi un varco trascinando con sé un doloroso disordine, spesso con esiti fatali nel nostro presente. Singolare, ma forse non casuale coincidenza, la data della sua nascita, 13 agosto 1899, è la stessa in cui fu pubblicata L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud, base fondante della cattedrale psicoanalitica.

Non solo le sue opere, ma la sua stessa vita è poi divenuta oggetto di studio, in primis il suo rapporto con le donne che se da un lato lo portò a innalzare su un inarrivabile piedistallo la moglie Alma Reville, sposata a ventisette anni quando il regista era ancora vergine, dall’altro lo costrinse a desiderare per tutta la vita le sue protagoniste femminili, quelle bionde sotto la cui patina algida e perfetta il grande Hitch amava intravvedere una violenta e mai confessata sensualità. Prima fra tutte Tippi Hedren, la più desiderata, che sopra ogni altra incarnò ai suoi occhi il folgorante ossimoro di “ghiaccio bollente”, pu

Fig.1_Cena come tema ricorrente

r coniato a dir il vero per Grace Kelly.

Per chi abbia qualche rudimento di meccanismi compensativi non è difficile comprendere come quel suo desiderio, per forza negato in virtù di una formazione cattolica sessuofoba e di un aspetto fisico privo di attrattive, finisse per essere sublimato nel cibo e nell’alcol.

Hitchcock passò così la vita in un’altalena incessante di dissennati periodi bulimici e diete virtuose, oscillando tra i centotrenta/centoquaranta chili dei primi e i cento delle seconde.

Il perfezionismo, che senza distinzioni applicava ai suoi film nel tentativo di realizzare l’opera sublime e alla sua cucina inseguendo la ricetta gourmand che non lo facesse ingrassare, l’ebbe vinta solo in campo cinematografico. Per tutta la vita rimase schiavo del suo appetito insaziabile e altrettanto di diete dai risultati solo effimeri.

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