Palato da detective #4 : TENENTE COLOMBO: VINO D’ANNATA

TENENTE COLOMBO: VINO D’ANNATA

 

di Enrico Luceri

Il tenente Colombo è ormai evaso, ammesso che questo termine sia adatto a un detective della Squadra Omicidi di Los Angeles, dall’empireo degli assi del giallo per entrare a buon diritto fra le icone dell’immaginario collettivo.

I capelli arruffati, il viso gonfio come se fosse appena sveglio, l’occhio vitreo (nel vero senso del termine, all’attore è stata impiantata una protesi oculare fin dall’infanzia), l’impermeabile stazzonato, le scarpe scalcagnate, il vestito di un colore indefinibile, la macchina scambiata per rottame da sfasciacarrozze, il cane talmente apatico da rasentare la catatonia, il mozzicone di sigaro appeso alle labbra: quanto di più improbabile come investigatore.

Una personalità modesta fino all’umiltà che manifesta (o simula abilmente) ammirazione e rispetto per i suoi antagonisti, sempre per contrasto raffinati, eleganti e intelligenti. O meglio, convinti di esserlo. Perché costoro sono sempre dei primaroli, come si dice a Roma, cioè dei novellini del delitto, esponenti dell’alta società o della ricca imprenditoria, artisti o intellettuali, sicuri di aver ideato il crimine perfetto (e che tale appare anche agli spettatori, da principio) che Colombo dimostrerà invece essere viziato da un dettaglio trascurato.

Il tenente Colombo si aggira per ville, alberghi, uffici, ristoranti e locali di lusso con il naso per aria e l’espressione di stupefatta meraviglia di un bambino in un negozio di giocattoli, e abbiamo il sospetto che in qualche modo sia anch’egli contagiato dal fascino e dal carisma degli assassini che lo squadrano con infastidita sufficienza, ignari che dietro quell’aspetto balordo e trasandato (nell’episodio “Una mossa sbagliata” è scambiato per un clochard e rifocillato alla mensa dei poveri!) si nasconda una mente inesorabile.

Il meccanismo del giallo deduttivo inizia con un omicidio, prosegue con l’indagine e termina con la soluzione del mistero, e dunque l’identità dell’assassinio, svelata dall’investigatore di turno. Un congegno che trova la sua più popolare trasposizione nella serie Ellery Queen, dove lo scrittore-detective rompe quella che in linguaggio televisivo è chiamata “quarta parete”, rivolgendosi direttamente agli spettatori, e li sfida a risolvere il mistero con i medesimi indizi in suo possesso.

Richard Levinson e William Link, i creatori del tenente Colombo, smontano il marchingegno canonico e lo rimontano al contrario, svelando fin dalla prima sequenza l’assassino e il suo movente, e catturando la curiosità del pubblico attraverso il percorso deduttivo con cui il poliziotto scova una minuscola fessura nel piano e la allarga fino a incastrare il colpevole.

L’espediente funziona alla perfezione: il pubblico si appassiona all’indagine per la curiosità di capire come il detective smantellerà l’ambizioso crimine dell’assassino e anche per la simpatia istintiva che suscita la sfida fra il potente e l’umile, che quest’ultimo vincerà inevitabilmente.

Il successo della serie è un gioco di squadra vincente: autore dell’episodio, regista, interpreti e soprattutto lui, Peter Falk, un raro esempio di simbiosi fra attore e personaggio, un capolavoro di ironia e semplicità, alla cui popolarità nel pubblico italiano non è estraneo il magnifico doppiaggio di Giampiero Albertini, con la propria voce roca e inconfondibile. Undici serie dal 1968 al 2003, più vari episodi speciali: una longevità televisiva pari a quella del tedesco ispettore Derrick. Ma più simpatico.

Falk ha costruito una carriera cinematografica di qualità parallela a quella del suo poliziotto televisivo, lavorando con registi come Frank Capra, Blake Edwards, William Friedkin, Robert Aldrich e Wim Wenders, e stabilendo un affiatato sodalizio con John Cassavetes, evitando così che la sua immagine fosse fagocitata da Colombo.

Il tenente non usa mai le armi, gesticola vistosamente per accompagnare le sue frasi colorite, detesta la vista del sangue, soffre di vertigini, non sta mai in ufficio ma gironzola attorno ai sospettati, che se lo trovano davanti in qualsiasi posto, in circostanze improbabili e a orari assurdi. Ha un tic, o riflesso condizionato, che in realtà è una trappola studiata con arte: simula un congedo che fa tirare il fiato al suo interlocutore, per poi fermarsi, alzare un braccio per richiamarne l’attenzione e piazzare la domanda più insidiosa, che pare aver rammentato solo in quell’istante: “Ah, un’ultima cosa”.

Colombo (Columbo nell’originale) ha il cognome italiano per antonomasia in America, ed è giustamente fiero delle sue origini, anche se come abitudini culinarie questo poliziotto stropicciato è del tutto calato nella realtà in cui vive: si aggira sulle scene del crimine all’alba o notte fonda stringendo fra le dita sacchetti da cui sfila sandwich unti, uova sode, cosce di pollo, ciambelle, rimasugli della colazione, tracanna ettolitri di caffè (solubile), frequenta chioschi e locali dove cucinano chili di dubbia digeribilità, si vanta di arrangiarsi come cuoco perché fra le tante qualità della signora Colombo (una presenza eterea, sempre nominata dal marito e mai comparsa negli episodi) manca l’arte gastronomica.

Che invece abbonda nell’episodio della settima serie “Vino d’annata” (“Murder under the glass”), trasmesso negli Stati Uniti nel 1978 e in Italia tre anni più tardi e diretto da Jonathan Demme. Il quale vincerà nel 1992 l’Oscar come miglior regista per il pluripremiato “Il silenzio degli innocenti”.

L’autorevole e influente critico gastronomico Paul Gerard (in America i nomi francesi sono sinonimo di alta cucina) estorce somme considerevoli a tre ristoratori in cambio di recensioni favorevoli, e quando uno di loro, l’italiano Vittorio Rossi, minaccia di denunciarlo, lo uccide con un’arma inconsueta: il letale veleno del pesce palla (elemento base della pietanza giapponese chiamata Fugu). Con abilità e destrezza, Gerard preleva il veleno dal pesce dopo averlo tritato e lo infila nell’ago di un cavatappi a pressione. Che sostituisce a quello della sua vittima. Poi si allontana dal ristorante di Rossi prima che questi apra una bottiglia di Margaux con il micidiale cavatappi, iniettando il veleno nel sughero insieme all’aria compressa. L’assassino si procura così un alibi per il momento in cui lo sfortunato ristoratore porta alle labbra il calice con il vino avvelenato.

Un bel rompicapo per il tenente Colombo, soprattutto perché l’astuto gastronomo scambia in seguito i cavatappi, per evitare che la polizia vi scopra tracce di veleno. Tenace come un cane da trifola, il poliziotto alterna gli interrogatori dei personaggi e i sopralluoghi nei locali a scorpacciate di pietanze prelibate. Apprezza le tartine al caviale, salmone affumicato e foie gras, come i funghi farciti con polpa di granchio e besciamella, la zuppa di cozze con basilico, aglio e una buccia di limone (“che dà ampiezza di sapore”, parole sue) e una specie di panettone glassato. Con un entusiasmo quasi infantile, guarnisce di prezzemolo la galantina d’anatra con ripieno al prosciutto e tartufi e pistacchi e s’intestardisce a individuare gli ingredienti della salsa Soubise (a base di cipolle).

Fra calici di Cabernet e Margaux, coppe di Champagne e altri vini pregiati, sfoggiando addirittura uno smoking al pranzo annuale dell’associazione scrittori di culinaria, questo detective stravagante trova un incentivo alla sua fulminante intuizione investigativa in un biglietto dei biscotti della fortuna di tradizione cinese e scopre come sia stato commesso un delitto ingegnoso e quasi perfetto.

Un caso complicato che il tenente Colombo risolve dopo la confessione di Eve Plummer, complice e amante di Gerard (l’attrice Sheera Danese, che nel 1977 Peter Falk ha sposato in seconde nozze), qui interpretato con rara eleganza e mestiere dalla guest star francese Louis Jourdan, un veterano del cinema, che ha spaziato dalle atmosfere ambigue di Hitchcock ne “Il caso Paradine” al bondiano “Octopussy”.

Il confronto finale fra il tenente e l’assassino non poteva che svolgersi sulla scena del crimine, la cucina del ristorante di Vittorio Rossi, dove Colombo dimostra le sue doti di chef con insospettabile naturalezza: indossati grembiule e cappello da cuoco, prepara scaloppine ai funghi sfumate al vino rosso mentre Gerard si limita a mescolare il condimento per l’insalata.

Una cena che potrebbe avere un epilogo drammatico, perché il colpevole, consapevole di essere stato scoperto, ha deciso di ripetere lo scherzetto del veleno nel cavatappi, ma il tenente ha scambiato i calici, “e questa sì, è una prova”, conclude sornione Colombo, indicando il vino fatale.

Bisogna ammettere che il compassato Paul Gerard incassa la sconfitta con un certo aplomb, anche se il suo sguardo è velenoso come le essenze del pesce palla.

Ma le occhiate non hanno mai ammazzato nessuno, a differenza di quei primaroli che credono di avere escogitato il delitto perfetto e sono arrestati da un uomo che veste come un clochard e gira su un macinino, ma solo per celare dietro questo aspetto dimesso quella mente inesorabile.

 

Enrico Luceri

 

Ah, un’ultima cosa!

Il tenente Colombo ha un quoziente intellettivo superiore alla media, circostanza dimostrata nell’episodio della sesta stagione “Prova d’intelligenza”.

Gli spettatori lo sanno, gli assassini lo scoprono troppo tardi.

Per loro.

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