I MAESTRI DEL GIALLO: EDMUND CLERIHEW BENTLEY

A cura di Luigi Guicciardi

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E.C. Bentley nacque a Londra il 10 luglio 1875. Educato alla St. Paul’s School e al Merton College di Oxford, scrisse come giornalista su svariate testate, incluso il “Daily Telegraph”, tutte della capitale inglese, da cui non si allontanò mai e dove morì il 30 marzo 1956, all’età di 80 anni.

Per gli amanti delle curiosità, fuori però dal genere giallo, va detto che il suo primo libro fu una raccolta di poesie, Biography for Beginners, del 1905, con cui inventò – o comunque rese popolare – il clerihew, un componimento a carattere biografico di 4 versi, di lunghezza irregolare e di tono umoristico, con schema AABB.

Nell’ambito del Giallo, invece, la sua fama è praticamente legata a un unico romanzo del 1912, peraltro importantissimo, che doveva intitolarsi in origine Philip Gasket’s Last Case. I primi editori di New York, però, proposero a Bentley di modificare il cognome del protagonista in Trent e il titolo in The Woman in Black. Fu solo nell’edizione inglese dell’anno successivo (1913) che il titolo divenne quello definitivo, e cioè Philip Trent’s Last Case (e nel tempo solo Trent’s Last Case).

Tradotto in italiano come La vedova del miliardario (a lungo in catalogo da Mondadori, negli Oscar del Giallo, con una bella prefazione e postfazione di Giuliano Gramigna), il romanzo fu molto apprezzato, annoverando anche Dorothy L. Sayers tra i suoi ammiratori, e fu considerato da alcuni critici come il primo vero libro di mistero moderno per la sua labirintica e mistificante trama. Giudizio, questo, obiettivamente incauto, così come altrettanto fuorviante fu il fatto che Bentley dedicò il romanzo al suo grande amico Gilbert Chesterton, creatore di Padre Brown, cosa che indusse altri critici a considerare il primo un epigono del secondo, un po’ negli stessi termini in cui Wilkie Collins viene fatto risalire a Dickens. In realtà – secondo i puntuali Franco Fossati e Roberto Di Vanni, spesso da noi consultati – “la distanza tra Chesterton e Bentley è enorme e si traduce sul piano letterario nel percorso di un tragitto per così dire inverso; nel primo il rigoroso impianto moralistico si frantuma in una geniale fantasmagoria umoristica, mentre Bentley prende le mosse da un iniziale distacco emotivo per approdare a un moralismo forse sommario ma intenzionalmente acido.”

All’inizio (si dice) fan delle avventure di Sherlock Holmes, Bentley si allontanò però da quel modello nel creare la figura piuttosto originale di Philip Trent, giovane pittore e stimato giornalista, colto e intellettuale senza essere eccessivamente sofisticato. Pur meno caratterizzato, nei suoi tratti distintivi, dei vari Dupin, Holmes e del futuro Poirot, questo personaggio ha tuttavia una propria mobilità psicologica e una peculiare coerenza comportamentale, che alcuni critici hanno ritrovato nel colonnello Gehtryn di Philip MacDonald e, in parte, nell’Ellery Queen del “ciclo di Wrightsville”.

La vedova del miliardario è incentrato su un delitto clamoroso: Sigsbee Manderson, eccentrico magnate dell’alta finanza di New York, è trovato ucciso nel suo giardino, e la vicenda poliziesca è volta principalmente a svelare le circostanze e le modalità del crimine, tendendo quasi a lasciare in disparte il problema dell’identità del colpevole e offrendo di conseguenza ai personaggi l’opportunità di esprimere un’esuberanza e un’autonomia di caratteri molto accentuata (a partire dallo splendido ritratto della vedova, di cui lo stesso Trent – solutore del caso da criminologo dilettante – finisce per innamorarsi). “Ma l’elemento giallo non si muove per questo in un’area di deliberata finzione o di plateale messa in scena enigmistica: attraverso il ricorso finale a una soluzione esatta nella ricostruzione dei fatti, ma non applicata al personaggio responsabile, Bentley da un lato fa quasi implicita ammissione di impotenza, mentre dall’altro muove un’accusa di sterile congestione e di immobilismo nei confronti del genere poliziesco” (ancora Di Vanni-Fossati).

Il proposito di Bentley di non scrivere più Gialli fu mantenuto fino al 1936, anno in cui fece ricomparire il suo personaggio nel sequel Trent’s Own Case, scritto in collaborazione con Herbert Warner Allen. Questo libro, oggi ingiustamente dimenticato, presenta una struttura meno ortodossa de La vedova del miliardario, ma ne conserva intatte le doti stilistiche e vede Trent nell’inconsueto ruolo di principale indiziato dell’omicidio di un vecchio filantropo. Il canto del cigno di Trent è invece rappresentato da una notevole raccolta di racconti brevi, Trent Intervenes (1938), mentre del 1950 è Elephant’s Work, l’unico romanzo poliziesco di Bentley in cui non compare Trent. Tutta quest’ultima produzione non ci risulta tradotta in italiano, mentre in Inghilterra molti dei suoi scritti furono ristampati nei primi anni Duemila dalla House of Stratus.

Discorso a parte merita invece la partecipazione di Bentley al DETECTION CLUB, di cui fu presidente dal 1936 al 1949. Tale Club, probabilmente fondato nel 1928 e (si dice) tuttora esistente, era un’associazione privata di cui fecero parte alcuni dei migliori giallisti inglesi e alla cui presidenza si alternarono nomi quali, per esempio, Chesterton, Sayers e Agatha Christie. Scopo del Club – sanamente goliardico e dedito a banchetti e riti di iniziazione – era quello di favorire lo scambio culturale tra i giallisti così da tenere alto il livello del poliziesco britannico, e per finanziare tale attività i suoi membri scrissero a più mani alcuni libri, valutabili oggi come irrilevanti sul piano letterario, ma pur sempre interessanti come documenti di un’epoca e di un gusto. Tra il 1930 e il ’31 Bentley cooperò dunque a The Scoop, in compagnia della Sayers, della Christie, di Clemence Dane, Anthony Berkeley e Freeman Wills Crofts (ognuno dei quali scrisse due dei dodici capitoli che compongono il libro), e a Behind The Screen, scritto stavolta – un capitolo a testa – dalla medesima formazione, con l’eccezione di Dane e Wills Croft sostituiti da Hugh Walpole e Ronald Knox. Entrambi questi testi, oltre a essere pubblicati, furono trasmessi all’interno del settimanale radiofonico della BBC The Listener e li si può trovare editi anche in italiano, coi titoli Lo scoop e Il paravento, raccolti in un unico volume intitolato (comprensibilmente) Le sei mani. Quanto alla trama, Lo scoop si apre con un omicidio su cui indaga un cronista di Nera di un quotidiano londinese, a sua volta ucciso dentro una cabina telefonica di Victoria Station. Il paravento, invece, racconta un omicidio tipico del giallo classico: dopo che, dietro un paravento, viene rinvenuto cadavere il pensionante di una famiglia-bene, gli unici sospettati risultano coloro che al momento del delitto si trovavano in casa, cioè i membri della famiglia, la servitù e il fidanzato della figlia.

Poche, e poco rilevanti, le versioni cinematografiche americane di Trent’s Last Case. La prima, diretta da Richard Garrick nel 1920, ebbe scarso successo, così come la seconda, intitolata L’affare Manderson e diretta nel 1929 da un Howard Hawks agli inizi della sua straordinaria carriera. Ultimo film muto del regista, L’affare Manderson a dire il vero fu concepito in edizione sonora, ma fu girato muto perché i produttori ritenevano dannosa la voce rauca del protagonista Raymond Griffith. Ormai, però, i talkies imperversavano: fu destinato al mercato europeo, e negli USA fu ripescato in una retrospettiva del 1974, con grande stizza di Hawks, che lo considerava il suo film peggiore. Ne fu fatto infine un remake inglese nel 1952, diretto da Herbert Wilcox, interpretato da Michael Wilding (Trent), Margaret Lockwood (la vedova Manderson) e Orson Welles (Sigsbee Manderson) e proposto in Italia col titolo assolutamente incongruo Ritorna il terzo uomo, che alludeva alla presenza nel cast di Welles, recente star, appunto, ne Il terzo uomo di Carol Reed
(1949). Un mezzo pasticcio, insomma, in linea col valore di un film verboso e piuttosto noioso, che non rende giustizia alla sua fonte letteraria.

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