Oggi parliamo con Giuseppe Petrarca

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Intervista a cura di Anna de Riggi

In questi giorni, durante una presentazione del libro l’Avvoltoio (Homo Scrivens), ho avuto il piacere di intervistare lo scrittore Giuseppe Petrarca che, nonostante sia entrato da poco a far parte della grande famiglia della letteratura italiana, annovera già tantissimi premi, il primo che ricorderei è sicuramente quello di cui è stato insignito per la sua attività letteraria, il prestigioso Premio “Spoleto Festival Art”, vetrina internazionale di arte e cultura,  e il premio “Garfagnana in Giallo Barga Noir 2018.”, nella sezione Classic , poi il premio “Michelangelo Buonarroti” per il racconto il “Coraggio di Nicolay” e non ultimo il premio “Comunicare per l’Europa”.

L’esordio letterario di Petrarca è targato 2013, con “Inchiostro rosso”: una fosca storia di respiro internazionale, ambientata tra Milano e Zurigo che tratta di inquietanti quanto rare malattie genetiche e di occulti affari di potere delle lobby delle multinazionali farmaceutiche. Con “Corpi senza storia” (Homo Scrivens, collana Dieci, 2016) Petrarca sposta il focus sulla realtà del disagio mentale e delle sperimentazioni farmacologiche, talvolta spregiudicate e pericolose. “Corpi senza storia”: internati cui viene crudelmente negata ogni appartenenza al genere umano.

“L’avvoltoio”, la nuova indagine del commissario Lombardo”, edito nel 2018 da Homo Scrivens di Napoli (Collana Dieci), chiude la trilogia e affronta due intricate vicende: un traffico d’organi gestito da un’organizzazione criminale internazionale che non esita a operare anche su bambini inermi e una violenta epidemia nel campo di accoglienza di Cala Manenti in Sicilia, di natura dolosa.

La letteratura di Petrarca tocca temi scottanti, attuali, di cui spesso non si parla, solleva tematiche delicate che non sono solo di denuncia ma offrono, attraverso una scrittura cosciente e consapevole, una meditazione più approfondita, la conoscenza di un argomento schivato da molti.

In questi romanzi realtà e finzione si mescolano, creando qualcosa di spaventosamente credibile perché riflettono il periodo storico in cui viviamo. Un giallo sociale che racconta le nostre paure personificandole, che scuote senza far male e ci avvolge in un processo catartico attraverso il quale possiamo elaborare le nostre ansie, comprendere le preoccupazioni e i disagi e avere il coraggio di affrontarli. L’autore regala pagine intense di poesia e letteratura in cui domina un’onestà intellettuale che colpisce il lettore fin dalle prime pagine. Onestà intellettuale che traspare dal racconto, fedele a un’idea personale, portatrice di un messaggio di speranza, dove la parola da dura e violenta diventa parola di scelta e di opinione, uno strumento efficace capace di liberare un corpo e un’anima, anche il più incatenato.

Buongiorno e benvenuto nel blog Giallo e cucina, Giuseppe. Entriamo subito nel vivo dell’intervista: chi è “L’Avvoltoio”?

L’avvoltoio è un essere spregevole, un vero e proprio killer che indossa il camice bianco. È un uomo mediocre, che utilizza le mani come strumento di morte. Non si pente, non si ravvede, perché vive arroccato nella sua malvagità, offre la sua professione a organizzazioni senza scrupoli. Il suo male è mediocre, e questo lo rende ancora più aberrante, fa ancora più paura. Ma accadrà qualcosa, basterà il gesto di una sua piccola vittima e su di lui, sulla sua vergognosa vita, si abbatterà una tremenda maledizione.

 

Immigrazione e traffico clandestino di organi umani sono gli argomenti principali del suo libro: come mai ha scelto di affrontare proprio questi temi?

Ho scelto questi argomenti perché sono temi, purtroppo, di stringente attualità, in qualche modo trattati, fino ad ora, solo come denuncia o solo per interesse di parte.  La mia è una riflessione più ampia su una società dolente, una società che ha perso la voglia di sperare e di amare, una società che fa della paura il male principale, che toglie ogni respiro, toglie il futuro a ognuno di noi. Una paura che ci rende morti a metà. In particolare il traffico clandestino di organi è un argomento tabù, di cui nessuno parla, e invece rappresenta una piaga vergognosa anche nel nostro paese, nella nostra società. Un carosello dell’orrore dove le vittime sacrificali sono i diseredati, perché lo straniero diventa il nemico da combattere. I poveri hanno avuto sempre il triste ruolo di Caprio espiatorio.

 

Secondo lei chi può essere definito “l’Avvoltoio” nella società attuale?

Purtroppo dentro ognuno di noi si nasconde un mostro. Esistono persone apparentemente normali, che nascondono segreti indicibili. Il male affascina, purtroppo, il male incuriosisce. Ecco perché si assiste a una morbosa sete di conoscere chi pratica il male. Esiste un mondo di insospettabili costituito da medici e politici ingarbugliati in un vortice di omertà, corruzione e speculazione che li porta a tramare macabre azioni al servizio di organizzazioni criminali. Un mondo di uomini senza scrupoli che, nella convinzione di respingere l’immigrato, si illudono anche di respingere il malessere che l’attraversa. Un mondo, per questo, ancora più disgustoso.

 

“L’avvoltoio” è un romanzo che sta riscuotendo molto successo. Ha anche ricevuto il premio Spoleto Art Festival 2018: secondo lei, ai suoi lettori, cosa piace particolarmente del suo libro?

Il mio libro parla direttamente al cuore del lettore, cerca una riflessione più ampia sui problemi che interessano l’intera collettività, perché le vicende del commissario Lombardo, il protagonista seriale, arrivano a un punto cruciale, dove più che l’investigazione, comincia a diventare essenziale un’indagine dentro la propria vita, dentro se stesso, un viaggio nella propria coscienza, con la consapevolezza di essere giunto ad un bivio: decidere se valga ancora la pena di rischiare la vita per il bene comune. L’intreccio della storia personale di Cosimo Lombardo getta interrogativi complessi e la coscienza dell’eroe si confronta con il proprio vissuto di uomo, come in una grande palestra delle emozioni. Un amore tormentato, le incertezze del senso del vivere, i dilemmi sulla verità e sulla giustizia s’innestano in una contemporaneità difficile e confusa. Il finale è realisticamente ambiguo e inquietante, sia nella sua dimensione collettiva sia in quella privata. Il libro affronta temi di impatto sociale e scuote le coscienze dei lettori, perché il male va guardato in faccia, senza voltarsi dall’altra parte, nell’indifferenza o, peggio ancora, nella passiva abitudine o addirittura nella rassegnazione, che generano un clima di odio e di cattiveria.

 

La Sicilia fa da sottofondo?

Lo scenario è quello di una Sicilia attuale, magico palcoscenico di tradizioni culturali che accompagnano i personaggi e alleviano la storia, avvolgendo il lettore in un’immaginaria sensazione di profumi e sapori. È qui che commissario Lombardo è nato, è qui che ritornando in quella amata terra dopo tantissimi anni sarà coinvolto nella risoluzione di questa intricata vicenda. Il mare diventa così motivo centrale del libro. Il mare che unisce, mette in contatto. Il mare che è ponte tra culture e arcipelaghi di popoli. Il mare custode di tradizioni e storia per noi “antichi marinai”. Quel mare che non è parete, non è muro ma una finestra sul mondo. Quel mare che oggi nella sua morsa ferale sta diventando una tomba liquida. E accanto a quel mare, il commissario ricorda i tempi dell’adolescenza e cercherà di ritrovare sé stesso, di sentire una rigenerazione dell’anima per poter continuare a combattere il crimine alla ricerca della verità.

Un’ ultima domanda  Giuseppe.Non può mancare per il nostro blog che coniuga la passione dei libri a quella della cucina conoscere il suo piatto preferito o il dolce che assapora più volentieri perché le due cose sono la faccia di un’unica medaglia,entrambe se fatte con il cuore e l’anima regalano grandi emozioni e trasmettono un piacere indefinibile. 

Qual è per  dunque il piatto che le delizia il palato e le solletica la mente?

Giuseppe Petrarca:-Sono abbastanza ghiotto e mi piace gustare sempre nuovi sapori,ma certamente il piatto  a cui non dico mai di no è “spaghetti con le vongole.”Un piatto napoletano a base di pasta e vongole.

La pasta va cotta al dente e poi mantecata in padella nel sauté di vongole, sfumato con vino bianco secco e si può completare il piatto con un po’ di prezzemolo fresco tritato finemente, è buonissimo.L’altra cosa che non smetterei mai di mangiare è la pastiera,un grande classico della pasticceria napoletana.Un tripudio di sapori e di odori che mette allegria solo a guardarla.Di solito a Napoli la trovi sempre anche se é un dolce tipicamente pasquale,felice con tutte quelle striscioline sembra vestita a festa  proprio per te,sembra chiamarti dalle vetrine delle pasticcerie e non nascondo che molto spesso la compro, poi velocemente torno a casa e la divoro.Sicuramente questo dolce, con il suo gusto classico poco zuccherino e rinfrescato dai fiori d’arancio celebra il ritorno della Primavera,il grano è infatti simbolo  di ricchezza e fecondità e le uova rappresentano la vita nascente,tutti  ingredienti giusti che mi mettono allegria e mi strappano un sorriso anche in quelle giornate brutte e uggiose.

Grazie Giuseppe per questa intervista e…

Buona pastiera a tutti!

 

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