Oggi parliamo con Giancarlo Caracciolo

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Intervista a cura di Massimo Ghigi

 

Oggi è con noi di ‘gialloecucina’ uno scrittore che ha esordito con un libro intitolato ‘Internet ha ucciso il rock’, edito da Les Flâneurs Edizioni, dedicato alla musica ai tempi di internet e dei talent show, sto parlando di Giancarlo Caracciolo che ringrazio tanto per la disponibilità; Giancarlo com’è nata l’idea di questo libro?

(GC) Ciao Massimo! L’idea è nata da una riflessione sull’attuale scena musicale internazionale, il Rock è oggettivamente fuori moda e le band che lo tengono in piedi hanno ormai oltre quindici anni di carriera, le novità sono spesso di circostanza o studiate per far vivere un effetto nostalgia.

 

Personalmente ho letto diversi saggi sulla musica o sui suoi protagonisti ma ho trovato il tuo approccio veramente originale; parlare di ‘saggio’ riferendosi al tuo libro è, in effetti, piuttosto restrittivo, essendo un mix tra narrativa, saggistica e analisi storica-sociale-culturale, puoi dirci qualcosa in merito?

(GC) È una cosa che sorprende anche me! Di mio non sono mai stato abituato a seguire degli schemi impostati, volevo fare qualcosa di diverso, spesso ci lamentiamo del fatto che nell’editoria come nella musica non ci sono novità. Mi fa piacere aver sorpreso tantissime persone.

 

Per quanto riguarda l’aspetto narrativo il libro è composto da 11 storie di ragazzi/e che nei vari periodi storici che vanno da Elvis fino ai Muse, vivono la propria esistenza tra mille difficoltà in contesti sociali spesso difficili ma tutti con un comune denominatore: la passione profonda per la musica e per i propri beniamini; cosa ti hanno ispirato questi 11 personaggi e le loro storie?

(GC) È un discorso di osservazione oggettiva. Per me le 11 storie rappresentano persone “realmente esistite”, storie di vita vissuta che calzano perfettamente col periodo storico e il contesto culturale secondo gli ambienti e i luoghi di pertinenza. Non puoi spiegare la voglia di emergere mista al disagio se non nella Seattle degli anni novanta, oppure nella Berlino di qualche anno prima.

 

Il libro è anche una sorta di rapida carrellata sulla storia della musica, una specie di ‘School Of Rock’ che, ovviamente, non ha la pretesa di essere esaustiva e approfondita, ma dàsicuramente una quantità di notizie e di nozioni atte a invogliare e stimolare il lettore ad un approfondimento personale; immagino tu abbia fatto un bel lavoro di ricerca per realizzare questa sezione del libro, quanto tempo ti ha impegnato?

(GC) Il libro mi ha impegnato per quasi due anni, se si considera che ho iniziato a scriverlo dall’Agosto del 2016. Tuttavia, come dici, non è un’opera col fine di dettagliare la storia del rock (ci sarebbero voluti altri dieci anni!) ma è un focus su come l’evoluzione tecnologica ha interagito con la musica e in particolare col rock; è chiaro che spesso mi sono trovato al punto di approfondire determinati momenti e correnti di pensiero, ma più che per questo la sfida è stata quella di dettagliare gli elementi presenti nelle storie. Non potevo parlare di birra in Australia se non sapevo qual era la bionda più diffusa da quelle parti nel 1999!

 

Conclude il testo un’analisi su come è cambiata la musica e il modo il cui la gente si approccia al suo ascolto dai tempi dei primi LP ai giorni nostri, in cui abbiamo la possibilità di ‘consumare’ musica praticamente ovunque grazie a internet, agli smartphone e ai file mp3; il quadro che ne esce è piuttosto avvilente per chi, come me, ha sempre amato il momento in cui usciva nel negozio di dischi di fiducia, l’ultimo CD del proprio gruppo preferito e tanta era la voglia di inserirlo del lettore e sfogliarne il booklet. A conferma di quanto tu scrivi in proposito ho constatato proprio nella mia città (Cesena), la presenza ormai di un solo negozio di dischi, gli altri hanno praticamente tutti chiuso i battenti, veramente triste… qual è il tuo punto di vista, può solo andare peggio?

(GC) Le chiusure di queste attività sono ormai all’ordine del giorno da nord a sud e nel resto del mondo credo che più o meno la tendenza sia simile. Non mi sorprendo più di nulla, c’è solo la rabbia circa l’impossibilità nel non poter consegnare alle attuali e prossime generazioni la bellezza del riunirsi in un negozio di dischi, di guardare il booklet con gli amici, di capirne ed interpretarne i disegni. È una perdita di curiosità e del senso di comunità, conoscenza e amicizia… in alcuni casi forse anche amore e credo che sia un fottutissimo peccato!

 

Raccontaci un po’ il tuo rapporto con la musica e i tuoi gusti musicali.

(GC) È questa la domanda più difficile. Avevo 12 anni e consumai letteralmente “Enema Of The State” dei Blink 182, “Californication” dei Red Hot Chili Peppers e talvolta interrompevo questa inerzia con “Nevermind” dei Nirvana… erano dischi che mi avevano regalato e avevo solo quelli, quindi alla lunga sono dischi che ho capito fino ai dettagli; abbiamo perso anche questo aspetto visto che ormai abbiamo potenzialmente tutto ma in realtà non approfondiamo niente.

 

Ricordi il tuo primo acquisto in un negozio? Il tuo primo concerto?

(GC) A casa ho circa centocinquanta dischi, non ricordo quale fu il primo che acquistaiin un negozio, forse qualcosa degli Oasis…il primo concerto che reputo veramente tale è quello dei Papa Roach al Rock Planet di Pinarella di Cervia, dalle tue parti nel 2010…che serata! Ci facemmo quasi 700 chilometri in auto per vedere Jacoby Shaddix e la sua band di pazzi! Furono molto molto bravi, si esibirono con passione davanti a duemila persone come se fossimo centomila!

 

C’è un artista in ambito musicale che ti ha più influenzato o che, per certi versi, ha lasciato un segno nella tua vita?

(GC) Te ne dico più di uno e sono sicuro che non troverai alcun nesso logico: James Hetfield dei Metallica che, se avessi davanti a me, abbraccerei come se fosse lo zio che non vedi da anni ma che ti ha sempre lasciato qualcosa; Noel Gallagher degli Oasis a cui stringerei la mano perché a mio avviso non so in quanti siano stati in grado di comporre con classe e sensibilità come lui negli ultimi trent’anni; e poi non per ultimi, anzi,  Chester Bennington e Chris Cornell a cui, se fossero ancora in vita, direi grazie di tutto e che forse non doveva finire così. Ti sto lasciando fuori gente come Eddie Vedder o David Gilmour, sai bene che in tal senso non c’è una risposta esaustiva. Più che un segno loro, come tanti altri, mi hanno lasciato degli insegnamenti.

 

Una tua tesi che si evince leggendo il libro, senza per questo voler dare giudizi è che, un aspetto che è profondamente cambiato con il tempo, sono i messaggi che gli artisti lanciavano con le proprie canzoni; spesso erano messaggi di ribellione nei confronti dello ‘status quo’, oggi esistono ancora artisti che vogliono dirci qualcosa di importante secondo te?

(GC) Ci potrebbero ancora essere, ma sono fiamme che non hanno possibilità di espandersi visto che si poggiano non più sulla paglia ma sul cemento, e quel cemento non siamo altro che noi, la maggior parte del mondo occidentale. È più facile quindi rassegnarsi e fare o Rock nostalgico o ancora peggio musica di plastica, almeno fino a quando la società non pretenderà un cambiamento vero.

 

‘Internet ha ucciso il rock’ è stato un progetto one-shot o in Giancarlo Caracciolo arde la passione per la scrittura? Possiamo sperare in un tuo nuovo progetto editoriale se non a breve, in un prossimo futuro?

(GC) Ci sto già lavorando, sono progetti diversi ma in qualche modo tutti collegati a quella che per me è e sarà la mia opera ‘madre’:“Internet Ha Ucciso Il Rock”.

 

Ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi, è stato veramente un piacere fare questa chiacchierata con te Giancarlo!Come da tradizione del nostro Blog‘gialloecucina’ti chiedo di salutarci con una citazione e una ricetta che ami particolarmente!

(GC) “Voi mi odiate… e io per dispetto vi amo tutti” (Kurt Cobain)

La ricetta è pasta con le cozze (tarantine) con sughetto in bianco…il mare è sempre il mare!

 

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