I MAESTRI DEL GIALLO : RICHARD AUSTIN FREEMAN

a cura di Luigi Guicciardi

Richard Austin Freeman

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Nato a Londra, nel quartiere di Soho, l’11 aprile 1862 e morto a Gravesend il 28 settembre 1943, Richard Austin Freeman costituisce uno dei casi di scoperta casuale, se non tardiva, della propria vocazione letteraria. Si laureò infatti in medicina al Middlesex Hospital Medical College, si specializzò in otorinolaringoiatria e, dopo un breve apprendistato come medico condotto, si arruolò nel servizio coloniale per venire poi inviato in Africa, nella Costa d’Oro, come assistente chirurgo. Purtroppo, però, qui si ammalò seriamente, tanto da costringersi al rimpatrio e, nel 1904, ad abbandonare definitivamente ogni attività in campo medico per ritirarsi nelle campagne del Kent, a Gravesend, luogo in cui avrebbe trovato ispirazione per i suoi romanzi.

La fine della professione di medico aprì fortunatamente la strada a quella dello scrittore. E dopo Travels and Life in Ashanti and Jaman, un libro di memorie del 1898 in cui Freeman rievocava gli anni di soggiorno in Africa, venne nel 1902 il suo primo contributo alla narrativa gialla, quando, sotto lo pseudonimo di Clifford Ashdown e con la collaborazione non accreditata di John James Pitcairn, pubblicò una raccolta di sei racconti intitolata The Adventures of Romney Pringle.

Il successo di pubblico, però, arrivò cinque anni più tardi, con il romanzo L’impronta scarlatta (The Red Thumb Mark, 1907), avente come protagonista un nuovo tipo d’investigatore, il professore di medicina legale John Thorndyke: anche se i critici più attenti hanno retrodatato la nascita di questo personaggio al 1905, in un racconto lungo dal titolo 31, New Inn, apparso solo sulla rivista statunitense “Adventure” nel 1911 (The Mystery of 31 New Inn), rimasto inedito in Inghilterra per circa settant’anni e poi tradotto con altro titolo anche da noi (Una carrozza nella notte, Milano, Polillo,  2007).

Pur nei limiti di un’opera prima, L’impronta scarlatta ebbe il merito di consegnare da subito alla storia del poliziesco il primo investigatore scientifico letterario (e “il maggior esperto in crimini dopo Sherlock Holmes”), e insieme presentò fin dall’esordio gli elementi portanti del repertorio narrativo di Freeman: l’anti convenzionalità di alcuni temi (come un semplice furto, qui, anziché il classico omicidio), il ruolo “estraneo” dell’investigatore a favore di un narratore in prima persona (con i cui occhi seguiamo gli sviluppi dell’intreccio), l’acume nell’affrontare i problemi di medicina legale e l’accuratezza scientifica delle tecniche d’indagine. Freeman, infatti, si diceva che disponesse di un laboratorio privato in cui compiva tutti gli esperimenti descritti nei suoi Gialli.

È stato detto che, nella storia della letteratura poliziesca, Freeman è per molti aspetti un esempio perfetto ma isolato e senza seguaci, e se si eccettua un paio di libri (The Singing Bone del 1912 o La statuetta diterracotta del 1938), i suoi romanzi appaiono molto simili fra loro sul versante formale e strutturale. La detection è sempre condotta su un piano scientifico, “di analisi laboratoriale” (Di Vanni-Fossati), senza oggetti fuori posto o combinazioni di elementi assurdi o incoerenti; i materiali privilegiati di studio sono impronte digitali, cadaveri riesumati, ciocche di capelli, tracce di liquido in un bicchiere, ecc., immancabili chiavi di volta per risolvere gli intricati casi costruiti ad arte. Nei suoi Gialli il peso della domanda come è successo? supera quello riservato al classico chi è stato? e perché? ma al tempo stesso le metodologie d’indagine di Thorndyke (con le sue ferree cognizioni di medicina e di chimica) e la tecnica narrativa di Freeman escludono in partenza il lettore da ogni chance di competere con l’investigatore (secondo il principio inglese del fair-play, fondamentale nel mystery classico).

Quelli di Thorndyke sono quindi dei rigorosi resoconti d’indagine, secondo le intenzioni dichiarate dello stesso autore. Freeman sosteneva infatti che dalla narrativa poliziesca dovesse emergere proprio un’idea di antiletteratura nel senso ottocentesco del termine, poiché nel Giallo doveva essere “solo il rigore della dimostrazione a costituire l’effetto artistico.” È vero che talvolta all’enigma si affianca un intreccio sentimentale che coinvolge per lo più il narratore, ma si tratta di un espediente accuratamente isolato e che vive di vita propria, “anche se in esso Freeman esibisce sfumate doti di scrittura languida e trasognata” (ancora Di Vanni-Fossati) o un “caldo charme intorno ai suoi amori vittoriani” (secondo un caustico Raymond Chandler).

Che dire, adesso, della figura di John Thorndyke? Si tratta di un personaggio imponente e maestoso sotto l’aspetto fisico, rilevante sotto quello intellettuale, pur essendo interessato alle cose e agli elementi materiali piuttosto che alle persone e alla loro psicologia. L’Encyclopedia of Mystery and Detection, non senza ragione, lo presenta come l’esatto opposto del Padre Brown di Chesterton e lo descrive dotato di un’intelligenza non sovrumana, ma in compenso di un’immaginazione scientifica, mentre lo stesso Freeman lo delinea così all’inizio di Arsenico (As a Thief in the Night, 1928): “Il dottor Thorndyke, medico e avvocato, era celebre nelle questioni di giurisprudenza medica. Sapeva tutto quello che era possibile sapere riguardo ai magistrati e alle inchieste. Non era solo un uomo di legge: la patologia, la medicina in generale non avevano segreti per lui.” Un ritratto forse eccessivo, ma pur sempre più credibile di quello che Van Dine riserverà, a partire dal 1926, al suo eroe narcisista Philo Vance.

Thorndyke a parte, l’importanza di Freeman nella storia del Giallo sta anche nell’aver introdotto per primo la cosiddetta inverted story, una tecnica narrativa presente nel racconto già citato The Singing Bone del1912 consistente nel far avvenire un delitto sotto gli occhi del lettore o nell’informarlo di un progetto criminale, e quindi nel far procedere la vicenda da un punto di vista “rovesciato”. Riguardando dunque il mistero non più l’identità del colpevole, ma il modo in cui verrà smascherato, la suspense viene creata mediante uno spostamento dell’incognita, e le domande che si pongono al lettore non sono più cosa succederà? o cosa è successo? ma come succederà?  o come è successo? Che è poi, in ultima analisi, la differenza fondamentale tra il mystery e il thriller, cioè tra il Giallo d’enigma e quello d’azione.

La produzione di Freeman, secondo chi l’ha censita, comprende in tutto 21 romanzi e 42 racconti, composti tra il 1907 e il 1942 quando – ottantenne e un anno prima della morte – diede alle stampe l’ultima indagine di Thorndyke. Le sue opere migliori, a giudizio della critica, appaiono in ordine cronologico L’occhio di Osiride (1911), L’occhio di gatto (1923), Arsenico (1928) La svista del signor Pottermack (1930), L’inquilino sospetto (1937) e La statuetta di terracotta (1938), e attualmente circa la metà dei suoi romanzi risultano tradotti in Italia. E dal momento che Freeman resta uno dei pochi autori d’epoca edoardiana a esser letto ancor oggi, non si ritiene inutile concludere questo articolo con la segnalazione dei romanzi e delle raccolte di racconti ancora inediti nel nostro Paese. Tra i primi figurano Helen Vardon’s Confession (1922), A Certain Dr. Thorndyke (1927), Pontifex, Son and Thorndyke (1931), For the Defence: Dr. Thorndyke (1934) e  Mr. Polton Explains (1940); tra le seconde, John Thorndyke’s Cases (1909; titolo americano Dr. Thorndyke’s Cases), The Singing Bone (1912; titolo americano The Adventures of Dr. Thorndyke), The Great Portrait Mystery and Other Stories (1918), Dr. Thorndyke’s Casebook (1923; titolo americano The Blue Scarab), The Puzzle Lock (1925) e The Magic Casket (1927).

 

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