Oggi parliamo con… Enrico Luceri e Marzia Musneci

Intervista a cura di Massimo Ghigi

 

È per me un grande piacere poter scambiare due chiacchiere con due autori che, personalmente, considero tra i principali esponenti del ”giallo italiano” e che hanno unito le loro forze per scrivere un bellissimo romanzo quale è La donna di cenere edito da Damster; vi ringrazio per essere qui con gli amici del blog “Gialloecucina” e comincio subito con il chiedervi com’è nata l’idea di questa collaborazione?

EL: Marzia e io apprezziamo reciprocamente le nostre storie. Abbiamo deciso di scriverne una insieme solo dopo aver verificato che un mio soggetto originale poteva essere condiviso, modificato e fatto proprio anche da lei. E naturalmente che il risultato fosse convincente per entrambi. Lo abbiamo ambientato in una piccola località su un lago, a poca distanza da Roma, familiare a Marzia, che infatti è riuscita a descrivere molto bene l’atmosfera della zona e le caratteristiche della popolazione locale.

MM: Ciao, Massimo, salve Giallo e Cucina. Piacere mio, seguo il blog dal suo primo giorno, perciò grazie per l’invito. Come è venuta fuori l’dea? Avevamo bevuto. Okay, d’accordo, faccio la seria. Alla base di tutto c’è sicuramente la stima reciproca (Enrico e io ci leggiamo e ci apprezziamo), ma anche un aperitivo in riva al lago. C’è la curiosa coincidenza che entrambi, senza conoscerci, abbiamo ambientato molte delle nostre storie sulle rive di un lago. La comune passione per il cinema “dallo schermo che sanguina”, come direbbe Enrico che è un esperto. Un pistacchio tira l’altro, una chiacchiera tira l’altra e lui mi dice che ha in mente una storia che vedrebbe bene ambientata proprio lì, dove stiamo trascorrendo una sera d’estate, perché non scriverla insieme? Il giorno dopo mi invia il soggetto, lo leggo, mi piace perché ci sono alcune sfide irresistibili per un giallista. E partiamo per l’avventura.

 

Come vi siete suddivisi il lavoro e, in generale, come vi trovate a scrivere romanzi a quattro mani con altri autori?

EL: Abbiamo ricavato una scaletta dettagliata dal soggetto, dividendola in capitoli, studiando con cura la struttura della storia, i personaggi, la trama, la suspense e gli aspetti più consueti di un giallo (indizi, frasi, testimonianze, ecc.). Abbiamo scritto il testo definitivo alternandoci alla tastiera, con una grande e piacevole naturalezza. Le mie collaborazioni sono consuete con autori che condividono non solo la trama di una storia ma anche la mia prospettiva. Sono vicende dove la tensione cresce, e dall’inquietudine si approda al terrore. Marzia ha uno stile più ironico, che alleggerisce la suspense dove necessario. Quindi per me è stata un’esperienza nuova collaborare con lei, mi ha arricchito, oltre che gratificarmi.

MM: Enrico ha più esperienza di me sulla scrittura a quattro mani., a questo risponde meglio lui. La donna di cenere, per me, è stata la prima volta, se si esclude un folle romanzo a dieci mani in un forum di scrittura, che peraltro mi ha divertito moltissimo. Enrico aveva già una scaletta di base, sulla quale abbiamo lavorato e lavorato e lavorato fino a sistemare ogni problema e ogni dubbio. Una cinquantina di pagine, una vera Stairway to heaven, altro che scaletta. Ci abbiamo impiegato tre mesi a discutere i dettagli, occupando manu militari per intere domeniche l’unico bar aperto sul lago in inverno. Nonostante questo, come per ogni scaletta che si rispetti, ci sono state  revisioni e aggiustamenti in corso d’opera. Ma una volta terminata la fase di programmazione, il lavoro di scrittura è andato veloce. Abbiamo scritto a turno (col problema di fermarci, più che di lasciare il lavoro all’altro), revisionando ogni volta il testo per smussare e amalgamare le naturali differenze di stile. Ho sempre scritto in solitaria, e farlo in due per me è stata una novità. Parecchio soddisfacente, direi. Mi ha arricchito.

 

Marzia qual è il pregio di Enrico come persona e come scrittore, il talento che gli “ruberesti” volentieri? E tu Enrico cosa apprezzi di Marzia e vorresti fare tuo?

EL: Marzia è un’eccellente professionista, rigorosa, competente e con la giusta dose di passione. Ammiro il suo stile fluido e accattivante. Come persona, è adorabile, apprezzo in particolare come sappia difendere le sue ragioni con garbo ma anche con fermezza.

MM: Non fatevi ingannare dall’aplomb britannico di Enrico. Dietro quell’aspetto compassato si nasconde un vulcano di idee e la capacità di realizzarle. Insomma vorrei essere prolifica come lui. Inoltre gli invidio la capacità di descrivere ambientazioni inquietanti con la facilità con cui si respira. Almeno, questa è l’impressione che dà. Per esempio, la scena nel parco giochi, nel La donna di cenere, è una delle più riuscite del romanzo, a mio parere. Tutti i giallisti hanno familiarità con l’incubo, ma Enrico sembra parente stretto. Io, invece, ci sudo le proverbiali sette camicie. E poi ho lavorato bene con lui perché la professionalità non è acqua. Correttezza, precisione e sincerità, elementi senza i quali non si costruisce un romanzo insieme, e neppure un rapporto personale.

 

Ci raccontate i vostri inizi?! Come vi siete avvicinati al mondo della scrittura e ci descrivete l’emozione della prima firma su un contratto, l’emozione di avere tra le mani il vostro primo libro pubblicato?

EL: Ho avuto la pazienza di fare una lunga, decennale gavetta, pubblicando articoli e racconti su riviste e antologie, prima che il romanzo Il mio volto è uno specchio vincesse il premio Tedeschi nel 2008. Ho un carattere equilibrato, che non si esalta nella buona sorte e non si abbatte nelle avversità, tuttavia il primo contratto con il Giallo Mondadori mi ha dato un’emozione simile a quella di Alice quando attraversò lo specchio: cioè realizzare il sogno di vivere la realtà che avevo sognato come lettore dal 1970, l’anno del mio primo Giallo Mondadori!

MM: Letto da sempre, scritto da sempre, ma quelli che consideravo e considero a tutt’oggi i miei deliri stanno bene nel cassetto. E stanno ancora lì, perché è il loro posto e perché, detto tra noi, non ricordo più quale dannato cassetto sia. La lettura è stata la mia scuola, ma quando ho deciso di fare il salto di specie e di trasformare il desiderio di scrivere in un progetto, ho studiato. Ho frequentato attivamente forum di scrittura seri, ho imparato dai miei errori e da quelli degli altri, ad accettare le critiche costruttive e a fare critiche costruttive. Periodo impegnativo e intenso, perché scrivere è disciplina e impegno, anche se è maledettamente divertente. Senza, non si arriva da nessuna parte. Al momento di Doppia indagine avevo già pubblicato un romanzo, ma considero quello il mio vero esordio. Ero a Ischia quando Franco Forte mi ha comunicato che avevo vinto il Premio Tedeschi. Giuro che l’urlo l’ha sentito tutta l’isola, fortuna che lì non mi conosceva nessuno. E quando è arrivato il pacco di libri con la mia storia, ho fatto diverse capriole – vere, sono brava a farle – e una festa con gli amici.

 

Leggendo La donna di cenere ho ritrovato con piacere certe atmosfere care anche al cinema thriller italiano, in particolare quello anni ’70, personalmente però ho l’impressione che siano pochi gli autori italiani ad aver portato avanti questo stile nella letteratura gialla, mi sembra che il trend sia più verso il thriller stile americano con serial killer e simili, cosa ne pensate?

EL: Leggo con piacere e attenzione gli autori italiani e cerco di seguire e comprendere le tendenze del pubblico dei lettori. Mi sembra che la maggior parte degli autori prediliga un genere dinamico e contaminato, e che tuttavia ci sia fra i lettori una componente consistente che apprezza tuttora il giallo classico, opportunamente calato in un’atmosfera moderna di suspense, ispirata dalla televisione e dal cinema che appassionò tante generazioni di spettatori. La mia riflessione è che ci sia posto per ogni declinazione del genere, ognuna coerente con l’indole e le capacità di chi scrive, e questo permetta ai lettori di scegliere con maggiore facilità le storie che preferiscono.

MM: Io penso che tutto vada bene purché sia fatto bene. Ci sono le tragedie familiari, le sociopatie, i delitti d’impeto. C’è il punto di vista di chi investiga e quello di chi uccide. Un giallista deve solo capire quale sia la scelta giusta per quello che vuole raccontare. L’importante è che si scelga guidati dal criterio di necessità, e non per seguire una moda. In alcuni romanzi c’è un’ecatombe, a volte basta un solo delitto per far girare il plot. Quello che importa è che tutto sia al servizio della storia.

Il cinema è importante per Enrico, che ha scritto saggi sul cinema thriller italiano, ma lo è anche per me, Una delle nostre passioni comuni. Montesi è un cinefilo e citazioni cinematografiche esplicite oppure occulte infestano tutti i miei romanzi, per la gioia di chi le riconosce. Ma quello è strano, ama soprattutto il cinema americano dai Quaranta agli Ottanta.

 

Ho sempre amato e difeso a spada tratta la dignità delle “collane da edicola” che sfornano autori e titoli veramente di grande qualità soprattutto per quel che riguarda il “made in italy”; penso che voi siate due dei casi più eclatanti, i vostri gialli editi nella collana de “Il Giallo Mondadori” sono tra i più belli che ho letto! Cosa pensate di questa forma di editoria?

EL: Penso che sia un fenomeno editoriale unico e irripetibile, di fondamentale importanza perché permette ai lettori di acquistare dal giornalaio, a prezzi contenuti e con una vasta scelta, sia i classici del genere che gli autori contemporanei. Nella legge del mercato, la domanda incide sull’offerta, e quella dei lettori da edicola è di trovare fra le pagine che sfogliano storie che rispettino un impianto narrativo canonico, sia pure in un contesto attuale. Storie scritte con una forma semplice e lineare al tempo stesso. Questa realtà editoriale così pratica e “popolare” permette di diffondere romanzi gialli anche fra coloro che per i motivi più vari non frequentano abitualmente le librerie.

MM: Su queste “collane da edicola”, su quella che alcuni chiamano letteratura ferroviaria, sono comparsi nomi come Agatha Christie, George Simenon, Raymond Chandler, Dashiell Hammet, Ross Mc Donald, Stuart Kaminskij. E nella fantascienza (altra mia passione) Sheckley, Bradbury, Brown, Asimov, Spinrad, Dick, Matheson. E scusate se è poco. Per di più, con diffusione capillare e prezzo accattivante per i lettori ossessivi come me. E come posso non apprezzare la vera e propria battaglia per il giallo italiano? Io l’ho scoperto tardi, confesso, ma è stata una folgorazione. Sono diversi anni che leggo soprattutto giallo italiano e non mi pento. Certo, mi piacerebbe entrare in libreria. Per avere una tenuta del titolo più lunga, perché gli autori e le storie meritano. Ma l’editoria ha le proprie esigenze. Magari, prima o poi, succederà.

 

Un altro trend evidente nella maggior parte delle pubblicazioni di genere giallo/noir ecc. è quello della “serialità”; anche voi avete un vostro personaggio seriale ma non disdegnate scrivere storie a sé stanti e slegate dal vostro “eroe”; quali sono per voi i pro e i contro dei due tipi di produzione letteraria e dove vi trovate più a vostro agio?

EL: Apprezzo i personaggi seriali quando non mi sembrano “ingombranti”, cioè con caratteristiche tali da obbligare l’autore a costruire la trama attorno a loro. Credo fortemente nell’importanza della trama di genere, che richiede la presenza di protagonisti capaci di adattarsi alle situazioni, e non viceversa. Poirot, miss Marple, Philo Vance, Nero Wolfe, Charlie Chan, per citarne solo alcuni, sono presenti nella storia per risolvere un mistero attraverso un’indagine, questo è il loro ruolo e devono svolgerlo per così dire con discrezione, senza schiacciare la storia sotto il peso della loro personalità.

MM: Un personaggio seriale diventa uno di famiglia. Mangia con te, dorme con te, disgraziatamente guida con te. Mi trovo molto bene con Montesi, e, oltre alla prossima storia in via di pubblicazione, ci sono altri due soggetti in attesa di essere realizzati. Però ogni tanto amo viaggiare altrove, soprattutto nei racconti, e narrare altre storie, in altri luoghi e con altri personaggi. Il problema è che ai personaggi mi affeziono, così rischiano di diventare seriali pure loro. È il caso di Scilla Martini, le cui storie sono ambientate sul Lago Maggiore (un altro lago, ma va’?) e dei protagonisti dei miei gialli storici, tutti usciti per Delos Digital.

 

Qual è l’autore che più apprezzate, che vi ha ispirato maggiormente?

EL: Tanti, sia scrittori che registi. Scelgo Agatha Christie per una questione di affinità di carattere. Anni fa ebbi il piacere di leggere il bellissimo saggio “I quaderni segreti di Agatha Christie” (di John Curran, Oscar Mondadori). Quaderni che erano, appunto, segreti, eppure nelle loro pagine non si trovò alcuna critica negativa verso altri autori. Un esempio ammirevole di modestia, rispetto delle opere altrui, soprattutto quelle più distinti e distanti dal proprio gusto , che sento profondamente di condividere.

MM: Risposta secca: fra gli stranieri Chandler, fra gli italiani Fruttero e Lucentini, li adoro.

 

Mi dite un libro che avete letto e vi ha colpito al punto da pensare “Uaoh! Questo avrei voluto scriverlo io!”

EL: Non è un giallo. Tra la perduta gente di Enzo Fontana (Mondadori) è una personale, emozionante cronaca dell’ultimo periodo di vita di Dante. Mi ha regalato una sensazione piuttosto rara per il mio carattere: qualcosa di simile alla commozione.

MM: Uno? Uno solo? Ma dai. Vabbè, il ciclo di Rocco Schiavone di Antonio Manzini. Ecco, l’ho detto. Poi ci sarebbe il primo Camilleri, e Jo Nesbø e R.R. Martin e Il nome della rosa e… fermatemi, sennò dico l’Odissea.

 

Quali sono i vostri progetti futuri? Enrico sei uno scrittore particolarmente prolifico e Marzia so che a gennaio 2019 hai in serbo qualcosa per noi!

EL: Nel 2019 saranno pubblicati tre miei romanzi gialli: Chi ha spento la luce, scritto a quattro mani con Sabina Marchesi, per Bertoni editore; Le notti della luna rossa, nella storica collana Il Giallo Mondadori; Il vizio del diavolo per Oltre edizioni. Altri romanzi già consegnati agli editori e in attesa di pubblicazione sono Lo sguardo dell’abisso, che stavolta è un thriller, e L’angelo stanco, che invece è un giallo classico.

MM: Ho visto oggi la bozza di copertina di Dove abita il diavolo, l’ultima avventura di Montesi, che uscirà in edicola a gennaio 2019, come sempre il primo giovedì del mese. C’è sopra un bel bollino rosso che annuncia il novantesimo anniversario del Giallo Mondadori. Aprirò le danze dell’anno d’oro, a quanto pare, e mi sento onorata. Ho diversi racconti da scrivere e Montesi mi aspetta sempre al varco. Prima o poi lo uccido.

 

Vi ringrazio tantissimo per la vostra disponibilità, è stato veramente un piacere fare questa chiacchierata con voi! Ora, come tradizione di Giallo e Cucina vi chiedo di salutarci con una citazione ed una ricetta che amate particolarmente!

EL: Secondo Charlie Chan, il famoso detective creato dallo scrittore americano Earl Derr Biggers, una parola buona scalda come l’estate e una brusca gela come tre inverni. Sono d’accordo. Come ricetta, consiglio la zuppa di pesce alla napoletana, amatissima dal commissario Buonocore, il mio personaggio seriale. Accompagnata da un grande vino della Campania come Falanghina, Fiano di Avellino o Greco di Tufo. Il commissario Buonocore sceglie da sé le etichette. Guidato da me, naturalmente.

MM: Niente colpisce al cuore come un punto messo al posto giusto (Isac Babel’), una delle mie preferite.

Montesi spignatta spesso e volentieri, perciò vi lascio una delle sue ricette:

Arrosto di vitella in salsa di mele.

Per quattro persone

Fate rosolare un chilo di arrosto di vitella in olio, una noce di burro ed erbe provenzali, facendo bene attenzione a tenere lontano il gatto.

Dopo dieci minuti uno schizzo di vino bianco e sfiammate. Coprite e mandate a fuoco basso.

Allungate ogni tanto il fondo di cottura con un po’ di brodo che avrete scaldato a parte. Col brodo caldo, per favore, sennò, come dice nonna Atena, la carne s’incrudolisce.

Fate andare per circa un’ora e un quarto, sempre coperto e a fuoco basso, girando ogni tanto.

Affettate sottili due mele rosse – Montesi preferisce le Stark o le Modì – e aggiungetele al fondo di cottura. Fate andare a fuoco basso per altri venti minuti.

Spegnete il fuoco, togliete l’arrosto e mettetelo da una parte a raffreddare. (in questa fase è importante tenere d’occhio il gatto). Riducete in crema il fondo di cottura col minipimer.

Quando l’arrosto è freddo, affettatelo, stendete le fette in una pirofila e coprite con una parte della salsa di mele.

Scaldate in forno con la pirofila coperta perché il tutto non si asciughi troppo e servite caldo con il resto della salsa in una coppa a parte. Di solito è standing ovation (e date un pezzetto di arrosto anche al gatto, e su!)

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