Ti suggerisco un film (tra un libro e l’altro) Collateral Beauty di David Frankel

a cura di Stefania Ghelfi Tani

 

Quando la vita perde ogni significato, a causa di una tragedia, di un dolore radicato e incistato dentro di noi, non bisognerebbe mai dimenticarsi di quelle piccole cose che la rendono degna di essere vissuta. Non facile, forse impossibile, ma unica ancora di salvezza.

Prova a ricordarcelo il regista David Frankel che, a mio avviso, non riesce in toto nel suo compito: questa “bellezza collaterale” viene solo immaginata, poco compresa dallo spettatore, poiché non adeguatamente sviluppata, approfondita, mostrata, espressa.

Il titolo del film che dovrebbe evocare il tema principale risulta in verità essere anch’esso collaterale.

Will Smith nei panni di Howard, per quasi tutta la pellicola, ha i lineamenti stravolti dal dolore, la sua mimica facciale è adeguata ma poco convincente poiché, insieme al suo protratto silenzio, cade nel congelamento e rischia di divenire inespressiva.

Lo preferisco nel breve dialogo con i colleghi in un momento fondamentale del film, un monologo che evidenzia la frattura che, forse, ricomporrà alcuni pezzi del frantumato puzzle che ha preso posto nel cuore e nella  mente del protagonista.

I suoi colleghi di lavoro, nonché amici: Whit (Edward Norton), Claire (Kate Winslet) e Simon (Michael Peña) provano ad aiutarlo perché preoccupati per lui ma anche per salvaguardare la loro azienda. Concentrati in queste missioni, trascurano il proprio io, il proprio privato con i drammi personali legati all’amore, al tempo, alla morte.

Tre concetti che ritroveremo nelle lettere piene di rabbia di Howard e che saranno il motore propulsore per un cambio di direzione.

Da un teatro un po’ magico nasce l’idea di dare volto e voce a Morte, Tempo e Amore, elementi fondamentali che connotano la vita di ognuno di noi.

Hellen Miller-la Morte, Jacob Latimore-il Tempo e Keira Kightley-l’Amore hanno l’obiettivo di convincere Howard ad accettare e metabolizzare la morte, a non buttare e sprecare il proprio tempo, a non respingere l’amore… a non ignorare la Vita.

Certamente è molto difficile cogliere la “bellezza” di fronte alla morte, nei momenti più drammatici della nostra esistenza. Solo il tempo e l’amore potrebbero aiutare e sorreggere. Bisogna, però, avere la forza ed il coraggio di lasciare aperto un varco a chi vuole raggiungerci ed aiutarci.

I temi della separazione, del rapporto genitori-figli, della maternità e della malattia si muovono, melliflui e beffardi, tra i personaggi. Anche l’amicizia fragile e potente al tempo stesso, infarcita di tradimento e comprensione in un confine labile, di inganno ed onestà in un equilibrio instabile è protagonista di questa pellicola.

Oso scomodare Pirandello, Shakespeare e Dickens: la maschera degli amici e degli artisti, il teatro nella vita, una sorta di metateatro nelle strade, il “Canto di Natale” con i suoi spiriti in visita.

Tre attori interpretano le astrazioni e le impersonano vestendole e caratterizzandole anche grazie ai suggerimenti dei rispettivi tutors.

La scenografia del teatro e l’ufficio con la maestosa e bellissima scala dove si riflette, ci si confronta, si prendono decisioni, che porteranno a salite o discese, sono un palcoscenico.

L’immateriale diviene vivente e tangibile.

Tutto e tutti sono legati, concatenati come i pezzi del domino che il protagonista costruisce e fa crollare senza soluzione di continuità. La cura di uno diventa la cura degli altri in una reazione a catena, anche se il lieto fine non sempre è possibile.

L’idea è interessante ma forse trattata un po’ superficialmente, ci sono alcuni luoghi comuni e il finale è troppo veloce, quasi come un interruttore che muta repentinamente la lunga resa di Howard degli anni precedenti.

Un’amica mi ha fatto giustamente notare come un biglietto scritto dal protagonista risulta essere, nella fattura e nella grafia, morbida e rotonda, assolutamente femminile discostandosi completamente dalla firma dello stesso, che si presenta nervosa e tagliente. Un errore cinematografico come se ne trovano in tantissimi film, glielo perdoniamo?

Il colore, negli abiti/costumi di scena, è forse simbolico: evidente il grigiore che caratterizza il protagonista ma quel risvolto arancione del cappuccio della giacca potrebbe indicare l’inconscia volontà di ritrovarsi come anche il fucsia del cappotto dell’Amore, il fuoco che può riaccendere i sentimenti.

Ho amato la fotografia di Maryse Alberti sia per le scene in esterni quasi pittoriche sia per l’atmosfera resa negli interni, più soffusa e intima nelle case e nel teatro dove la piramide luminosa è il cuore pulsante nel buio.

Un film sul lutto, sulla possibile rinascita, sulla resa di fronte alle avversità, sull’amicizia, sull’amore, sulle seconde chances… non eccelso ma da vedere, dedicato a chi è fragile ma anche a chi è forte

 

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