Oggi parliamo con… Gennaro Loffredo

Intervista a cura di Miriam Salladini

 

1)Wahie Loa- Il lungo ramo ti dice qualcosa?

Ciao Miriam! Secondo la mitologia polinesiana Wahie Loa, ovvero il lungo ramo, è il Dio delle comete. Gli antichi abitatori della Polinesia, stando alla loro cultura e ai loro riferimenti temporali, all’apparire di una cometa, nella fattispecie della sua scia, vi vedevano un ramo d’albero. Un presagio? La comparsa di un Dio ammonitore e malvagio?… chissà!

2)Come hai scelto i protagonisti del tuo libro? Ce n’è uno che preferisci?

Direi che in tutti i personaggi che fanno parte della squadra investigativa di John Barnard c’è qualcosa che mi appartiene; vere e proprie sfaccettature del mio carattere, del mio modo di essere uno, nessuno e centomila. Mi ci rivedo perfino negli ideali espressi dal filantropico Mark Cassini, oppure nel modo in cui Barnard tende ad essere facilone, saputello, ansioso e permaloso al contempo. Comunque, visto che non mi hai domandato chi amo di più, ti dirò che l’accoppiata Stan-Arturo, arrogante, ottusa e volgarotta, dà un tocco di sfacciataggine al romanzo che a me piace. Tra i due preferisco il meno intelligente Arturo: un energumeno ciccione nero e cattivo, faccione da bambino corrucciato e cultore del fondoschiena; uno di quelli che agiscono senza pensare alle conseguenze.

 

3)Ci parli della tua trilogia?

Posso correggerti? L’idea di base è realizzare una tetralogia che abbia come protagonista l’isola di Open Arms, un territorio situato nel Pacifico, a sud delle Tuamotu, tra lo scoglio di Maria Teresa e quello di Ernest Legouvè. In ciascuno dei romanzi descrivo una porzione d’isola. Nel primo libro si parla proprio di Open Arms, che oltre a conferire l’appellativo all’intera terra emersa dà anche il nome a una regione che per estensione occupa solo un quarto del territorio. Questa parte è l’unica ad essere conosciuta come abitata. A renderla diversa è il clima di accoglienza e d’amore per il prossimo, soprattutto nei confronti dei più disagiati; un microcosmo tecnologicamente avanzato che fa dell’uguaglianza sociale il suo dogma. Nel secondo libro “Crab -note dal sottosuolo” approfondiremo l’argomento rivelando la presenza di una base sotterranea: un’area ipermoderna e inaccessibile nella quale si svolgono ricerche, si sperimenta e si monitora ciò che accade in superficie. Nello stesso romanzo Barnard si troverà proiettato in Italia, a Cuma, nei pressi dell’antro della Sibilla, nel tentativo di fermare la minaccia numero uno degli “openiani”, ovvero il Premier italiano Orazio Grifone; personaggio espulso dall’isola anni addietro, ed oggi ricco, potente e desideroso di rivalsa. E così, dopo aver conosciuto la costa meridionale dell’isola ed i suoi sotterranei, ci dedicheremo ad esplorare la regione di Whenua, situata sulla costa settentrionale. Si tratta dell’area che ospita i nativi dell’isola: una popolazione superstiziosa che vive in uno stato semiprimitivo. È suddivisa in sei tribù che non hanno mai avuto contatti con il resto del mondo, salvo per una manciata di ricercatori. Immagina il loro stupore al manifestarsi di qualsivoglia prodigio, naturale e non. Per saperne di più vi invito a sfogliare il terzo romanzo: Wahie Loa -Il lungo ramo.

 

4)C’è un link o una pagina Facebook di riferimento per restare aggiornati sulle notizie del libro?

Ma certo! C’è la pagina dedicata ai miei romanzi “Open Arms”, raggiungibile qui: https://www.facebook.com/LoffredoGennaro71/

 

5)Hai impiegato molto tempo per scrivere Wahie Loa- Il lungo ramo?

Circa un anno di gestazione fatto di ricerche sugli usi e costumi dei popoli polinesiani, sulla loro lingua, la loro mitologia, i vari culti e credenze… le tradizioni, il cibo. E poi sulla fauna e la flora, il paesaggio, i materiali usati di cui andavo ad occuparmi, il clima… insomma, ho cercato di rendere l’ambiente sul quale i protagonisti dovevano muoversi il più realistico e credibile possibile. E poi altri otto mesi per mettere nero su bianco; ora che avevo i dati c’era bisogno di imbastire una storia che affascinasse e che al contempo facesse riflettere su come si possano superare le diversità sotto l’auspicio di una pacifica convivenza. Tante indagini sulla rete e tanti libri letti; qualche suggerimento di lettura è stato indicato a fine romanzo.

 

6)Che genere di scrittore sei?

Simmetrico. Disegnatore.

Per quanto concerne questa tetralogia (se non dovesse diventare addirittura una serie) la narrazione avviene tramite l’utilizzo di prospettive diverse; alterno i capitoli raccontandoli in terza e in prima persona: autore/protagonista. In questo modo posso offrire una panoramica più ampia degli avvenimenti. Due inquadrature: una dall’alto, una dal basso. Nello specifico mi piacciono i dialoghi asciutti e le descrizioni senza fronzoli. I personaggi vanno scoperti attraverso i loro comportamenti, la gestualità, i gusti, le manie… Inoltre non amo gli avverbi; preferisco scendere a patti col diavolo e avvalermi di circonlocuzioni, anziché farne uso. Certo, a volte è proprio necessario e si sventola bandiera bianca.

 

7)Leggendo il tuo libro si resta incantati dalle descrizioni. Come ti sei organizzato per la stesura? Immagino che tu ti sia dovuto documentare molto.

Sei troppo buona. In parte ti ho già risposto. Aggiungo solo che per la stesura mi sono avvalso di due abili e pignoli beta reader: Patrizia Magretti e Carlo Stromboli, ai quali ho anche affidato la realizzazione di una pre e post fazione. Abbiamo prestato un’attenzione maniacale (com’era giusto che fosse) alla storia e siamo andati a caccia di refusi nei sottoboschi delle lettere.

 

8)Adesso che il tuo libro è stato pubblicato hai avuto ripensamenti su alcune parti della storia?

Ovviamente sì. Sia dal punto di vista narrativo che stilistico. Ogni volta che mi capita di rileggere una riga, mi dico che avrei potuto scriverla meglio; rendere meglio un’idea; tagliare una parte che a posteriori ritengo superflua… non sono mai soddisfatto. E poi le mie storie sono tutto un puzzle che ci racconta di società multietniche e con culture agli antipodi: occorre che i tasselli combacino alla perfezione anche in previsione di eventuali seguiti.

 

9)Pensi che la vita di uno scrittore sia difficile?

Vivere di sola scrittura?… in Italia? Procacciarsi le vettovaglie romanzando? Non so come siano messi i vari Saviano, i Carrisi e i Corona; è probabile che ce la facciano. Tuttavia, per la stragrande maggioranza (a meno che non collaborino con qualche rivista) la vedo dura.

 

10)Cosa consiglieresti ad uno scrittore emergente?

Essere onesto con sé stesso. Bisogna essere coerenti anche nel trattare argomenti di natura diversa. Avere il proprio stile. Quante volte ci capita di leggere l’ennesimo libro del medesimo autore e pensare che non sia stato scritto dalla sua stessa mano? E allora sorge il dubbio del ghost writer, oppure della partecipazione nel re-editing di una comunità di miniaturisti medievali.

Nel mare magnum dei self-publisher (e non solo) ci trovi di tutto, dal piccolo capolavoro alla vagonata di insulsaggini illeggibili, perché prive di contenuti interessanti (anche se il parere è sempre soggettivo) e/o ricche di obbrobri grammaticali (e qui non c’è soggetto che regga).

A te, scrittore emergente, questo naufrago della letteratura ti suggerisce di farti un profondo esame di coscienza. Chiediti se vale davvero la pena di raccontarci la tua storia e fa’ attenzione ai refusi.

 

11)Qual è la tua citazione preferita? E la tua ricetta? Noi di gialloecucina siamo curiosi di saperlo

Le citazioni che mi piacciono, o nelle quali mi ci rivedo, sono tante… da Marx (Groucho) ad Allen; da Twain a Wilde; dal nostro Pirandello a De Filippo… Ti propongo questa di Solone: “Sigilla i discorsi con il silenzio, e il silenzio con il momento opportuno”. Sono per le ricette semplici, come un piatto di spaghetti alle vongole.

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