I Riceracconti di Marilù

La terra trema di nuovo e nuovamente si spostano genti, paesi e animali. Borghi secolari o addirittura millenari scendono polverosi al suolo trascinandosi piccole e grandi tragedie che saranno velocemente dimenticate come tutte quelle che si sono succedute nel passato.
Frana il monte e crea un  nuovo corso all’acqua del fiume, inventa un lago dove non c’era. C’è un aspetto legato alla natura e alle sue forme e manifestazioni ed uno legato all’antropoformizzazione di quei luoghi. L’ingegno si è fermato da secoli e la moderna ingegneria ha saputo creare scuole e condomìni di sabbia dimenticandosi di intervenire sul territorio.
C’è una comune consapevolezza tra la storia dell’uomo e come ha modificato la natura
Io vivo in una zona che non è mai stata uguale a se stessa, una terra che si sposta nei secoli, negli anni, nei giorni. Circa 2.000 anni fa il mare disegnava le sue spiagge ad Adria che con il suo importante porto diede il nome al suo mare. Oggi quella stessa spiaggia si è spostata in avanti 50km verso Rovigno, quasi che il Grande Fiume volesse creare un ponte naturale verso l’lstria.
Probabilmente il suo progetto sarebbe andato meno spedito se non ci avessero pensato i Veneziani nel 1604 a tagliarne il corso all’altezza di Porto Viro . Quel taglio idraulico (da qui il paese di Taglio di Po) ridisegnò completamente il delta terminale del fiume e si era reso necessario per un violentissimo terremoto che nel 1570 aveva deviato irrimediabilmente il suo corso .
Sino ad allora il Po entrava in città a Ferrara stabilendone la ricchezza per via del suo porto commerciale mentre  poco più a nord il suo ramo minore segnava un confine con Rovigo retta dalla Repubblica di Venezia.

Ricchezza e benessere sull’argine destro, umidità e casoni di caccia dei nobili Veneziani a nord del corso.
Il terremoto rompe, devasta e sposta il Fiume , l’acqua da quel giorno scorre più  a nord e a Ferrara il Porto progressivamente si secca dell’acqua e della ricchezza che derivava dai commerci.
Padania inquieta dunque, da sempre. E il curioso è che quel terremoto provocò anche i suoi sconvolgimenti politici. Il Papa tuonò che il sisma e la fuga del fiume verso Nord erano stati il castigo di Dio contro gli Estensi, rei di aver accolto gli Ebrei in fuga dalla Spagna. Pochi anni dopo il Vaticano si sarebbe riappropriato di Ferrara. Come vedi le cronache politiche sono sempre le stesse.
Torniamo a nord, ai veneziani che modificano il Delta come lo conosciamo oggi: nuovi rami e bracci pieni d’acqua ridisegnano e creano nuovi spazi, nuove terre che emergono anche per le bonifiche idrauliche e nuove isole si popolano .
Isola della Donzella sul Po di Gnocca. Ma cos’è questa storia della Donzella  o della Gnocca?
Il racconto degli storici ci dice che già ad inizio  1500 si era insediata in quei territori la famiglia nobile veneziana dei Farsetti. Dogi e nobili si autoassegnavano queste lande dove costruivano ville estive, casoni di caccia e da buoni Veneziani, già che c’erano, coltivavano le terre giusto per ricavarne qualcosina.
Su quel ramo divenuto improvvisamente più fecondo i Farsetti edificarono una corte che esiste tutt’oggi.
Anton Francesco Farsetti un’estate, lasciò la figlia nubile che la leggenda vuole annegata una notte  accidentalmente nel fiume e da allora il sito si chiama “della Donzella” in sua memoria.
Parallelamente in quelle campagne si narra un’altra storia.
Farsetti, a Venezia, godeva di fama di persona austera, colta ed amante dell’arte , di famiglia ricchissima e candidato a divenire Doge.  Anton Francesco aveva una figlia, bellissima, quasi sconvolgente , amante della vita e degli uomini. Questa ragazza conduceva una vita il cui modello non irreprensibile destava preoccupazione al serissimo padre. Erano anni in cui fiumi di ricchezza giungevano a Venezia per i suoi traffici con l’oriente. Una nuova era si stava affacciando, e con essa nuovi gusti e nuovi modi di vivere.  In città, oltre alle spezie, arrivavano anche sostanze nuove e fra i giovani cresceva la voglia di divertirsi, di concedersi, il libertinaggio.
Francesco non poteva più sopportare. Decise di mandare la giovane in esilio forzato nel posto più lontano ed isolato che possedeva. Sul delta, a darsi una calmata.
In quella corte non c’erano gli sfarzi delle feste veneziane, su quell’acqua non si specchiavano i palazzi nobiliari e il fiume non era superato da alcun ponte di Rialto. Vi vivevano solo i contadini e pescatori del posto, gente umile senza studi e con un vocabolario ridotto.
La giovane ci mise un po’ ad ambientarsi, forse non c’è mai riuscita completamente, ma l’inverno fu lungo e buio.
I ragazzi del borgo la veneravano come fosse una dea, non avevano mai visto una bellezza simile, l’aspetto elegante di una donna non oberata dalla fatica dei campi che curva la schiena e appesantisce le gambe,  dallo sguardo pieno e sfrontato, una dominatrice.
Ma anche tra i villani, si sa che l’uomo si evolve, ve n’è uno che alza lo sguardo e non ha paura. È un ragazzo giovane muscoloso, ha  uno sguardo vivo e un sorriso non devastato come quello degli altri.
Lei lo vede la sera tornare dai campi, giorno dopo giorno, lui le sorride.  Venezia è lontana e Francesco, suo padre, non la farà rientrare in città. Troppo importante la sua vita pubblica per farsela macchiare da una figlia che considera degenere.
Si avvicina il Natale, la notte scende presto come la nebbia scende fitta, le donne si riuniscono nel salone padronale e nelle cucine si riscaldano davanti al fuoco e preparano pagnotte speziate con il miele e le mandorle. Fuori, sotto il porticato, gli uomini si riscaldano ai falò raccontandosi le solite storie e facendo i soliti giochi.
Dal forno esce un pane caldo e dolce. Lei lo prende, esce nel cortile , lo cerca con lo sguardo, spezza il pane e glielo porge.
La passione li travolge , voluttuosi, per tutte le settimane a seguire. Lui si sente in paradiso, miracolato, ancora non capisce quello che gli sta capitando ma gli piace. Non è spaventato da questa donna che gli è superiore per bellezza e intelligenza e nemmeno lo spaventa il fatto che non sappia sempre  capire le parole che ascolta da lei. Lei ha studiato, ha letto, si è emancipata. Lui ha sempre lavorato.
A lei piace, la passione fisica la rilassa e questa vita di valle inizia a colorarsi diversamente. Ma la Comare spedisce a Venezia i capponi, le anguille e una missiva per Francesco.
Questo è troppo! Urge partire e sistemare questa faccenda. Francesco arriva di sera con due sue guardie, fa richiudere la ragazza nelle sue stanze e manda a prendere il giovane. Lo punisce brutalmente, davanti a tutti e lo lascia sfinito al centro dalla corte.
Poi entra in casa. Adesso si dedicherà alla punizione della ragazza, ma lei si è chiusa dall’interno. È spaventata e scorge dalla finestra il ragazzo piegato in due per le botte. Scappa, lo aiuta a rialzarsi e insieme fuggono verso il fiume. Prendono un barchino e si lanciano verso l’attraversata.   Anton Francesco se ne avvede, chiama i suoi e corre all’inseguimento.   La notte è giunta e  luna è debole, si speronano le barche, la ragazza cade nell’acqua gelida, il suo uomo si lancia per prenderla ma è indebolito per le percosse. Le barche si stringono nuovamente, la ragazza resta in mezzo e la corrente si porta via una chiazza rossa. Francesco fa raccogliere quel corpo ormai corrotto dallo scontro, senza girarsi a guardarlo. L’uomo in acqua se ne va con il corso del fiume, ma prima di scomparire urla  a Dio la maledizione a Anton Francesco.
La ragazza è morta, per i villani del luogo, dallo scarno linguaggio , era la “gnocca” più che la “donzella” e mentre il borgo è rimasto quello della Donzella, il fiume da quella notte è diventato Po della Gnocca .
I Farsetti crebbero in ricchezza a Venezia, sino alla metà del 1700, acquistano quel palazzo in Canal Grande chiamato ancora Cà Farsetti e oggi sede comunale. Ne fanno nei decenni la più importante collezione d’arte in città sino a quando, due secoli dopo, diventa capo famiglia un nuovo Anton Francesco.
Qui la maledizione del giovane, innamorato della Gnocca,  si esaudisce. La famiglia viene travolta dal dissesto economico, i loro beni espropriati e anche nelle campagne sul delta il Papato, che ha sostituito gli Estensi, si appropria di molti terreni e fa erigere un confine fatto di una Linea di Pilastri (uno è ancora visibile sull’Isola di Ariano) subito a ridosso della corte della Donzella.
A noi piace questa storia di spezie e di Papi, di pani e di Dogi, di giovani e di passioni.
Da secoli si tramanda una tradizione, per Natale si fa una pagnotta con le spezie orientali e la frutta secca e pepata nei territori che erano del Papato.
 
Panpepato o Panpapato ( ? chissà …)
 
In realtà questo dolce Natalizio ha tradizioni lontanissime che risalgono ai Persiani e ai Greci Antichi, giunto in Europa con i commerci di spezie e diffuso in molti posti.
Quello che dedichiamo alla povera Donzella è quello Ferrarese , che si inizia a preparare per l’Immacolata e dura sino a Natale,, ma che non sappiamo se si chiama “Panpepato o Panpapato”

 

  • 200g di farina, 100g di uva passita, 100g di canditi , 300g di frutta secca ( mandorle, noci  e nocciole), 200g di miele, 100g cacao amaro in polvere, 100g cioccolato fondente, sale, cannella,  chiodi di garofano, noce moscata e ovviamente PEPE .

 

 

  • Facciamo rinvenire un’oretta  l’uvetta in acqua calda con dei grani di pepe. Poi la mettiamo sul nostro desco con la frutta secca tritata, mescoliamo con il miele sciolto, aggiungiamo il cacao e la cioccolata sminuzzata, i canditi, i chiodi di garofano tritati , una grattata di noce moscata, un pizzico di sale , la polvere di cannella e una grattata di pepe nero. 

 

A questo punto aggiungi la farina poco alla volta a formare un impasto compatto. Se è troppo secco allunga con l’acqua dell’uvetta. Ricava una o più pagnotte.
Forno non al massimo ( 180°) per almeno mezzora ( io vado a “occhio”) lo vedi quando è cotto.
Se sei brava, io non lo sono, puoi coprirlo una volta freddo con una colata di cioccolato.
Conservato in una scatola dura almeno 2 settimane.
Un passito va bene , ma vedi tu . la cioccolata mi mette sempre un dubbio sul vino. Proviamo “Rubrum Cor Laetificans” di Floriano Cinti, da uve  Merlot 50%, Pinot N. 30%, Cabernet S. 20%, coltivate nel rispetto dell’equilibrio biologico del vigneto.  Sui 15,00 Euro.
Buon Natale e Buone Feste!
Un abbraccio,
Marilù

 

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