Oggi parliamo con… Valeria Corciolani

Intrevista a cura di Adriana Rezzonico

Grazie mille Valeria per avermi ricevuta! Confesso che comprerei in un blocco unico i tuoi lavori visto che per me la copertina attira molto. Le grafiche sono molto belle e già la mente fantastica. Di chi è la colpa?

Ahahah, belle vero?! Sono frutto del lavoro vivace e accurato dei grafici di EmmaBook: se ne parla insieme, si valuta, si prova, si ragiona e… voilà! In realtà credo che siano così ben riuscite perché chi studia la copertina ha letto davvero il romanzo, conoscendone così il cuore e il “colore” (con anche una buona dose di intuizione per i gusti dell’autore, diciamolo 😉 ).

Tu nasci a CHIAVARI e già sei fortunata poi cosa fa Valeria da piccola?

Già, Liguria, mare aspro e colline argentate. Fortunata sì, ma come siamo fortunati noi tutti italiani a vivere in un paese denso di arte, cultura, paesaggi mozzafiato e cucina fantastica. Peccato che sembriamo proprio non rendercene conto e non lo valorizziamo abbastanza. Un vero delitto.

Valeria da piccola? Eh, restando in ambito bestiario leggende familiari narrano che Valeria da piccola era un po’ una iena, una bimba del genere “mi spezzo ma non mi piego” per intenderci, che disegnava sui muri di casa e su ogni superficie libera appena i genitori non guardavano, che leggeva di nascosto sotto alle coperte sino a notte fonda e che non sarebbe uscita mai dall’acqua nella speranza che le si palmassero i piedi come le rane.

Lettura Disegno Acqua e Rane, sono grandi passioni che non mi hanno abbandonata mai,  anche se ora per disegnare sui muri chiedo il permesso ;).

Le tue storie si intrecciano tra borghi liguri, buona cucina e trame accattivanti. E’ già un buon punto di partenza. Ma come nascono in realtà?

In realtà le mie storie nascono proprio dalla realtà. Brandelli di frasi, fotogrammi dal finestrino del treno, fatti quotidiani che si imbrigliano nella memoria… basta un guizzo che la storia parte quasi da sé a partire dal titolo: tutti i mei romanzi sono nati dal titolo, paradossale vero?! Eppure è così, non stilo scalette e non costruisco trame, la storia si sviluppa da sola mano a mano che scrivo, come se io stessa leggessi la storia scritta da un altro: non so esattamente dove mi porterà,  che direzione imboccherà, personaggi che ritenevo secondari prendono forza e vita fondendosi con i principali, mi affeziono ad alcuni di loro e decido di dargli nuove possibilità, deviazioni, nuovi impasti … insomma so come comincia e (più o meno) come andrà a finire, ma il cuore della vicenda la scopro solo scrivendo.

LA RICCHEZZA NON PRODUCE FELICITA’ a me piace molto e a  te cosa ricorda?

Lo diceva già Aristotele che la ricchezza ha valore solo in funzione di qualcos’altro, ne IL MORSO DEL RAMARRO questo pensiero si intesse con forza nella trama insieme a mille altre sfumature: il coraggio, gli affetti, la determinazione, il riscoprire angoli di sé che si pensavano perduti per sempre, il saper guadare, ma soprattutto l’età… l’età che ci spaventa sempre, sia che siamo adolescenti, adulti o anziani.

Tra i tuoi lavori ci sono IL MORSO DEL RAMARRO, PESTO DOLCE, LACRIME DI COCCODRILLO e ora  LA MOSSA DELLA CERNIA. Quale secondo te il più bello?

Uh, domanda diffffficile…. con LACRIME DI COCCODRILLO c’era tutto l’entusiasmo, la trepidazione e l’aspettativa della prima volta, IL MORSO DEL RAMARRO ha portato a galla tante piccole sfaccettature della quotidianità e della vita e mi ha davvero emozionata. Ne LA MOSSA DELLA CERNIA ho ritrovato i personaggi del Coccodrillo ed è stato gustosissimo regalare loro nuovo corpo e nuova vita, come quegli amici che non vedi quasi mai, ma che ti sono talmente cari e vicini che pare non aver smesso mai di stargli accanto. Per non parlare di PESTO DOLCE, che è stata una piccola grande sfida di cui sono estremamente fiera e soddisfatta: un racconto dove amore e cibo si fondono con ironia e tanto divertimento.

Se proprio devo decidere la mia scelta cade su IL MORSO DEL RAMARRO, l’ho amato fin dalle prime righe in tutta la sua corale e intensa levità e forse lo trovo speciale ai miei occhi proprio per questo: profondo e lieve, struggente e divertente, intenso e delicato… la sua ricchezza sta davvero nell’equilibrio morbido dei suoi contrasti.

Nella MOSSA DELLA CERNIA ci sono 3 ingredienti : Un anziano pasticcere affascinante, un commissario amante delle colonne sonore, un libraio. Ce lo racconti senza svelare troppo?

Volentieri, e dato che siete Giallo e cucina ve lo racconto come se fosse una ricetta!

“Prendete un anziano, affascinante e volitivo pasticcere.
Aggiungete due amiche ricche di inventiva, spirito d’osservazione e spiccato senso cromatico, quindi impastatele in uno spettacolare concorso che coinvolge cuochi di tutte le nazionalità.
A questo punto unite il gusto forte di un illecito traffico d’arte e il guizzo nero di una morte misteriosa.
Mescolate con cura incorporando gradatamente: un commissario avvolto in colonne sonore, un granitico ispettore (leggermente rimescolato dal suo tempestoso rapporto sentimentale) e un libraio che non sopporta i crimini sul congiuntivo.
Stemperate il composto con una buona dose di ironia, una manciata di burrascose vicissitudini familiari e uno spruzzo di pittura barocca.
Ora amalgamate il tutto in una cittadina ligure, luminosa e variabile come il cielo di primavera.
E otterrete così un gustoso noir variegato di umorismo e sensibilità.”

Tra le cose che mi hanno attirato il fatto che tu fai corsi per bambini di creatività e arte. Ci vuoi spiegare come si svolgono?

La mia collega fa l’insegnante di sostegno e so già che  sarà molto interessata a questa tua passione

Lavorare con i bambini vuole dire reinventarsi sempre e scoprire ogni volta nuove prospettive, sono incredibili! Ogni incontro non è mai uguale all’altro e non puoi mai adagiarti o perdere il filo, chi ci lavora lo sa bene. Questi incontri nascono dal desiderio di resettare l’enunciato: “io non so disegnare”, perché in realtà tutti saprebbero disegnare, solo che non hanno imparato ad osservare. Già, perché ciò che ci sta intorno ci dà tutte le informazioni necessarie per farsi disegnare. Così, come per magia, con l’aggiunta di un solo piccolo particolare, un cerchio può diventare una mela, una bolla, un pallone da basket, una bomba da cartone animato; un rettangolo si può trasformare in un pezzo di legno, una finestra, una fetta di emmental… così come un viso può cambiare umore solo dalla posizione delle sopracciglia o delle labbra. E in un baleno i disegni sprizzano fuori le loro storie come un torrente in piena. Sempre.

Valeria che colonna sonora usa nel privato?

Sono granitica negli affetti, ma estremamente volubile e in ricerca per tutto il resto, quindi la mia colonna sonora potrebbe essere il Canone di Pachelbel, dove sul basso ostinato e immutabile degli affetti si rincorrono le mille mai uguali variazioni della curiosità, del cambiare orizzonte e della scoperta.

E ora lo sai che sei costretta in qualche modo a darci una ricetta di cucina e una tua citazione preferita.

Beh, in ogni mio romanzo fa capolino una indiscussa guest star, capace di far innamorare chiunque faccia la sua conoscenza: già, proprio lei, la focaccia! Eccovi quindi la ricetta.

Dicono che sia praticamente impossibile ricreare la sua fragranza e la sua bontà al di fuori del capoluogo ligure, ma ci si può andar vicino. La focaccia alla genovese deve essere alta circa due centimetri, croccante, morbida e friabile (mai gommosa!), lucida d’olio, meglio se extravergine che ne amplifica il profumo.

  • 15 grammi di sale
  • 25 grammi di lievito di birra
  • 400 ml di acqua
  • 2 cucchiai da tè di zucchero (o malto)
  • 600 grammi di Farina Manitoba
  • 140 ml di Olio extravergine d’oliva
  • Sale grosso q. b.

Sciogliete il sale nell’acqua tiepida e versatela in una ciotola, unite lo zucchero (o il malto) e 40 ml di olio di oliva, aggiungete metà della farina nella ciotola e mescolate fino ad ottenere una pastella omogenea e piuttosto liquida. Unite a questo punto il lievito di birra sbriciolato e impastate per altri 2-3 minuti, dopodiché aggiungete la restante farina ed impastate di nuovo fino ad ottenere un composto omogeneo che risulterà piuttosto appiccicoso, non preoccupatevi. Spolverizzate con pochissima farina un piano di lavoro e poneteci sopra l’impasto, poi lavoratelo qualche secondo per dargli forma rettangolare, ponetelo sulla teglia ben unta, spennellate l’impasto con l’olio e mettetelo a lievitare per circa un’ora o un’ora e mezza a circa 30°, fino a che il suo volume sarà raddoppiato (potete accendere la luce del forno e mettere l’impasto a lievitare lì dentro con la porta chiusa). Ora prendete l’impasto e stendetelo su tutta la superficie della teglia, spennellate la superficie della focaccia di olio (eh, tanto olio lo so, ma ad esser parchi la focaccia non viene!) e cospargete con sale grosso, fate lievitare di nuovo a 30° per circa mezz’ora. Ecco, ora è il momento di regalare la vostra impronta personale alla focaccia: pressate l’impasto con i polpastrelli delle dita, imprimendo decisamente nella pasta i caratteristici buchi che contraddistinguono la focaccia alla genovese, spennellate ancora con un po’ di olio e mettete di nuovo il tutto ancora a lievitare  (l’ultima volta, giuro! ;)) per circa 30 minuti.

Ed ora attenzione al trucco speciale: spruzzate abbondantemente la superficie della focaccia con dell’acqua a temperatura ambiente, quindi cuocete in forno già caldo a 200° per almeno 15 minuti, estraete la teglia dal forno… e la vera focaccia genovese è pronta per essere gustata tiepida e fragrante in ogni momento: da sola, con un bicchiere di vino frizzante, o accompagnata da verdure, formaggi, affettati, e noi liguri la mangiamo anche nel caffelatte (buonisssssima).

Ricetta rapida? Acquistate la pasta da pizza dal fornaio, schiacciatela con i polpastrelli imprimendo i caratteristici buchi, spennellare di olio, spolverizzate di sale grosso e fate riposare una quindicina di minuti,  poi spruzzate di abbondante acqua e infornate come sopra. Ottimo compromesso ;).

E ora la citazione:

“Non sorridiamo perché qualcosa di buono è successo, ma qualcosa di buono succederà perché sorridiamo”, è un antico
proverbio giapponese che cerco di praticare con costanza e determinazione tutti i giorni, perché come affermava Charlie Chaplin “Un giorno senza un sorriso è un giorno perso”. Sì!

Una piccola curiosità  cari lettori come indirizzo  e mail Valeria ha  UNA RANA  cosa che mi fa impazzire. Molto originale, io consiglio vivamente a tutti di leggere il suo lavoro LA MOSSA DELLA CERNIA 

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