Oggi parliamo con Lorenzo Mazzoni

Intervista a cura di Stefania Ghelfi Tani

Buongiorno Lorenzo e grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo! Raccontaci di te. Chi sei? Quando è nato il tuo amore per la scrittura?

Grazie a voi dell’ospitalità. L’amore per la scrittura è nato molto presto, già alle scuole elementari scrivevo storielle che regalavo a mia mamma, rilegate con filo rosso. Sono sempre stato affascinato dalla forma libro. Sono prima di tutto un lettore. Ho la necessità di viaggiare, non solo fisicamente, e i libri sono il metodo migliore per farlo.

 

Mi sembra di capire che sei un cittadino del mondo. È vero che vivi soprattutto tra Istanbul Milano? Come mai la scelta di vivere in Turchia? E Ferrara ti manca?

Vivevo tra Milano e Istanbul, ho un decreto di espulsione dalla Turchia. Ora abito a Milano. Scelsi di vivere in Turchia perché insieme a cari amici c’era la possibilità di fare qualcosa di importante legato alla cultura, inoltre ho sempre amato Istanbul, dalla prima volta che ci misi piede più di quindici anni fa. Ferrara mi manca molto, vorrei tornarci più spesso, i miei affetti più cari sono lì.

 

Dove scrivi? Hai un posto preferito dove trovi ispirazione?

Quando sono a Milano scrivo in Stazione Centrale, a Ferrara mi siedo all’Ippodromo, a cinque metri dalla casa dove sono nato e cresciuto. Quando sono in viaggio scrivo ovunque, per strada, sulle metropolitane, negli aeroporti. Mi piace il contatto con la folla.

Come nascono le tue storie, quanto rubi alla fantasia e quanto c’è di autobiografico?

Un base autobiografica c’è sempre, ma meno legata a una pratica autoreferenziale ed edonistica propria degli esordienti. Ho un mondo interiore che, fortunatamente, si muove costantemente, perciò è molto difficile che abbia quello che chiamano “il blocco”. Non credo all’ispirazione, la reputo roba da fighetti, ma in una pratica artigianale della scrittura. Questo mi porta a studiare, leggere, ricercare e, di conseguenza, a lavorare su storie vere e dettagli non necessariamente personali.

 

Mi sembra di capire che non prediligi un “genere” in particolare ma la tua scrittura abbraccia temi differenti. Spazi tra la denuncia, la fragilità umana e la violenza, per esempio con il romanzo “Apologia di uomini inutili”, per arrivare al giallo/noir con le indagini di Pietro Malatesta, passando per l’amore con “Un tango per Victor”, non dimenticando la musica, la libertà e la giustizia con “Quando le chitarre facevano l’amore”. Presenti sempre e comunque un elenco di umanità, ritratti lontani, personaggi all’apparenza totalmente slegati l’uno dall’altro, ma cuciti con maestria. Quasi a scavare tutte le sfaccettature dell’animo umano, corretto?

Sì, è corretto. Diciamo che non mi interessano gli eroi, ma le figure marginali, gli anti-eroi, gli uomini comuni. Cerco di dare un ritratto sincero dei miei personaggi, che, come tutti gli esseri umani, vivono di debolezze, contrasti, paure, goffaggine.

 

 

Quanto c’è della tua città nei tuoi romanzi? Mi viene in mente la raccolta “Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico” o “La ballata del tocororo”.

In “Malatesta” la vera protagonista è Ferrara. Non certo quella patinata del centro storico, ma quella marginale: il Grattacielo, il Petrolchimico, i quartieri popolari, gli avventori dei bar, i tifosi della Spal, le aree della nuova immigrazione. “Malatesta” mi dà la possibilità di raccontare le cose che mi piacciono e quelle che secondo me meritano interesse di un grande amore che si chiama Ferrara. Lo stesso procedimento lo si può leggere ne “La ballata del tocororo”, sia io che l’altro autore, Enrico Astolfi, siamo ferraresi emigrati che sentivamo la necessità di raccontare la nostra Ferrara, molto lontana dagli stereotipi turistici.

 

“Quando le chitarre facevano l’amore”, come nasce? Tre buoni motivi per leggerlo?

Nasce da uno spunto autobiografico, The Love’s White Rabbits, rock band, dove io stesso ho suonato, che ho trasportato dalla campagna ferrarese degli anni Novanta al Texas del 1968. È il mio romanzo più importante, dentro ci sono tutte le mie passioni: la musica anni Sessanta, la psichedelia, la guerra del Vietnam, la contestazione studentesca, echi di spy-story, luoghi esotici. Leggetelo perché credo sia un libro originale nel panorama della narrativa italiana, perché è divertente e veloce, perché contribuite a sostenere un editore indipendente, Edizioni Spartaco.

 

Stili solitamente una scaletta o ti fai condurre dalla narrazione?

Stilo una scaletta e lavoro con una griglia. Tratteggio schede per i miei personaggi. Faccio un grosso lavoro di ricerca e raccolta di materiale prima di iniziare la stesura vera e propria. Come dicevo prima: non mi piace l’ispirazione e lo scrivere di getto, è molto difficile mantenere un ritmo, e senza ritmo, narrativamente parlando non vai da nessuna parte.

 

Quali sono le maggiori difficoltà nella stesura dei tuoi romanzi?

Riuscire a stare dietro a tutti i personaggi. Spesso scrivo storie corali e riuscire a mantenere il respiro di ogni personaggio che si muove nell’arco di cento-duecento-trecento pagine a volte è impegnativo, ma molto divertente. Questo vale per i miei romanzi più importanti. Ovvio che con “Malatesta” questo non accade. Dopo sette romanzi io e lo sbirro anarchico ci muoviamo in sincrono alla perfezione.

 

Ami avere musica di sottofondo? E se sì quale genere ami?

Sì. Io ascolto molta musica, di tutti i generi. Colleziono da sempre vinili e CD e scarico continuamente nuovi album. Prediligo la musica degli anni Sessanta inglese e statunitense, in primis il rock psichedelico e il garage. Poi potrei fare una lista lunghissima dal 1963 a oggi che parte dai Beatles e arriva ai Black Angels passando per i Golden Dawn o i Kaleidoscope o i Violent Femmes o John Frusciante o i Red Crayola o…

 

Come lettore quali libri acquisti, cosa ami leggere? E se devi regalare un libro come lo scegli?

Per il Fatto Quotidiano, dove tengo una mia rubrica dedicata a letteratura e viaggi, leggo molti romanzi di letteratura altra, intesa come non europea o statunitense. Sono un lettore compulsivo, ho una media di sei-sette romanzi o saggi al mese perciò è molto difficile dirti un genere. Spy-story, reportage, noir, avventura, intimista… un po’ di tutto. Cerco libri che mi liberino e non mi facciano provare un evanescente senso di evasione, prerogativa di solito dei best seller. Se devo regalare un libro penso a qualcosa che io ho letto e mi è piaciuto e che possa piacere anche alla persona a cui lo dono.

 

Un autore che ami particolarmente e perché?

Paco Ignacio Taibo II. Perché scrive storie intelligenti, perché ha ritmo, perché è libertario e salgariano come me, perché mi insegna, perché mi fa sentire un uomo migliore.

 

Parlaci della tua esperienza come docente dei workshop di scrittura e del contenitore culturale Mille Battute.

Mille Battute è un progetto nato qualche anno fa: scrivere in mille battute e una decina di foto una storia vissuta o vista durante un viaggio. È un progetto a cui io mi sono aggregato. All’interno del progetto io organizzo workshop di scrittura e fotografia sul campo, molta pratica e poca teoria, e accompagno gruppi per questi viaggi particolari. Quest’anno sono andato a Marrakech, Londra, Amsterdam, Bucarest. Tra poco partirò per l’Uzbekistan. È una bellissima esperienza che dà la possibilità ai corsisti di viaggiare i luoghi in modo originale e di addentrarsi in situazioni difficilmente non turistiche ma autentiche.

 

Insegnare…difficile e bellissimo? Come definiresti l’insegnamento?

Devastante e totalizzante.

 

Prossimi progetti letterari?

È appena uscito per un editore cileno, Edicola Ediciones, una nuova versione di “Un tango per Victor” con un nuovo finale e tanti spunti inediti durante il percorso. Sto concludendo la stesura di un nuovo romanzo, ambientato nella Sarajevo dell’assedio, che uscirà in autunno per Edizioni Spartaco, un romanzo totale, un po’ come “Quando le chitarre facevano l’amore”.

 

Ami presentare i tuoi romanzi in pubblico? Quale è la domanda che ti ha messo in difficoltà e quale quella che più ti è piaciuta? Una che non ti hanno ancora fatto?

Sì, mi piacciono le presentazioni e ne faccio molte. Non ci sono ancora state domande che mi abbiano messo in imbarazzo, mi piacciono molto le domande di chi ha già letto il libro in questione e riesce a fare scaturire dibattiti intelligenti. Non mi vengono in mente domande che non mi abbiano fatto.

 

Un consiglio a chi ha il suo romanzo ancora chiuso nel cassetto?

Farlo leggere a chiunque, amici, parenti, il cane, il gatto, la nonna, accettare le critiche, non farsi montare dall’edonismo. E poi rileggere e leggere e leggere e leggere e leggere. Non se ne può più, in questo paese di ignoranti cronici, dello scrittore emergente che magari non ha mai letto un libro nella propria vita. È mancanza di amor proprio e del proprio mestiere. Come insudiciare il lavoro più bello del mondo.

 

Grazie per la bella chiacchierata. Ora, come tradizione di Giallo e Cucina ti chiediamo di salutarci con una citazione ed una ricetta di cucina che ami!

Forza Spal (è la citazione)… ne aggiungo un’altra: “Il dio del politicamente corretto mi scampi dal far parte del suo club” (Paco Ignacio Taibo II). La ricetta di cucina da trascrivere è lunga e mi trovo in difficoltà: nonostante abbia smesso di lavorare nelle cucine dei ristoranti, e l’ho fatto per anni, amo ancora preparare da mangiare, soprattutto cucina asiatica e mediorientale, perciò la lista sarebbe lunghissima. Consiglio i Pho alla vietnamita, e ricordate che il trucco è nella qualità delle ossa di manzo e della giusta dose di salsa di pesce fermentato e coriandolo.

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