Oggi parliamo con… Emanuele Cislaghi (a cura di Rossella Paone)

Come nasce la passione per la scrittura, cosa significa nella sua vita?

La passione per la scrittura nasce spontaneamente, nasce sui banchi delle scuole elementari, quando ho iniziato a dare sfogo ad alcuni pensieri, quando le idee nascevano e chiedevano di essere messe in ordine, di avere un senso, una struttura logica. La prima cosa che ho scritto in assoluto, o forse dovrei dire la prima di cui conservo memoria, non è nemmeno un racconto di fantasia, come spesso accade, ma una lunga riflessione, scritta su un bloc notes a matita, dal titolo che suonava più o meno così: “Dio, l’uomo, l’intelligenza”. Ora il solo pensiero mi fa sorridere, quasi mi vergogno a raccontarlo, ma ricordo perfettamente il giorno in cui ho scritto quelle pagine. Era un normalissimo giorno di scuola, e mentre la maestra interrogava la mia mente si è assentata, e ho iniziato a scrivere di getto quella che è diventata una lunga riflessione di un bimbo di 9, forse 10 anni, che metteva a suo modo in relazione quelle tre realtà. Fuori dalla scuola, ricordo di essere salito in macchina -mio padre mi attendeva sempre fuori dalla scuola- e di avergli letto le mie paginette con un’emozione mista di orgoglio e soddisfazione. E ricordo che lui ha apprezzato, ed era incredulo, e la sua espressione era la mia piccola grande gioia. Tutto è nato quel giorno. Poi sono venuti racconti, storie scritte sui diari, miei e dei compagni, in un mercato di scambio silenzioso durante le ore di lezione.

La passione nasce senza accorgersene, nasce come esigenza inconscia che cerca di trovare uno sbocco, la sua realizzazione, e la trova su un foglio di carta.

Scrivere significa cercare e trovare se stessi, conoscersi, indagarsi, perdersi e trovarsi nuovamente. La scrittura è uno strumento, è forma e sostanza insieme.

 

Come si compie in lei la scrittura di immedesimazione?

Si compie attraverso la mia piccola esperienza di attore amatoriale. L’attore cerca di calarsi nei panni, nella mente e nel cuore del personaggio, e così io tento di fare, seppur in modo approssimativo e senza studi particolari. Ma anche questo è nato abbastanza spontaneamente, non è stata una scelta troppo meditata, razionale. Tenti di immedesimarti nel personaggio, di pensare, di parlare, di agire come se fossi lui stesso. Ti crei un ambiente immaginario tutt’intorno, e lo vivi. Ti muovi in quello spazio, lo respiri. Poi tutto viene da sé, scaturisce fluidamente.

 

 Cosa ha provato nell’immedesimarsi in una sorta di percorso scrittore/attore?

Ho provato il piacere di sentirmi a mio agio. Ho scoperto che le due esperienze potevano andare d’accordo, aiutarsi a vicenda, trovare uno scopo comune. Soprattutto quando si scrive in prima persona il percorso di immedesimazione nel personaggio è totale, senza filtri. Non si trasferisce nulla in qualcun altro, tutto nasce e rimane nella stessa pelle.

 

 Una scelta forte quella di scrivere “Io ho ucciso”, meditata, d’istinto?

A dire la verità è stata una scelta ponderata in accordo con l’editore. Ci siamo conosciuti per caso ad un evento, io avevo una copia del mio primo libro, “Ascolta le mie voci”, e l’editore ha voluto leggerlo. Pochi giorni dopo mi ha contattato, per parlare di quello che sarebbe diventato il progetto di “Io ho ucciso”. Ci è sembrato interessante indagare l’animo umano, soprattutto nel caso di persone che hanno raggiunto il limite estremo, quello che quasi nessuno riesce fortunatamente a raggiungere. Il compimento del male.

 

 Cosa ha captato dei personaggi di “Io ho ucciso”, tra l’altro, realmente esistiti?

Che sono più “normali” di quanto si possa credere. Che sono molto più vicini alla quotidianità di quanto si possa immaginare. Poi, improvvisamente, qualcosa è scattato, nella mente e nel cuore, e sono riusciti a compiere delitti che nessuno penserebbe di mettere in atto, ma questo non li rende così diversi, così “alieni”. La linea che separa il pensiero dall’azione è molto più sottile di quanto si possa credere. Non è possibile fare un discorso generale perché di fatto ci stiamo riferendo a storie e personaggi molto diversi fra loro, spinti da emozioni forti e spesso incomprensibili, ma quello che mi ha colpito maggiormente conoscendo le loro storie è che di fatto si può riconoscere in loro e nelle loro vite una normalità spesso assai comune. Loro non sono qualcosa di assurdo, anzi, loro sono qualcosa che vive nel nostro stesso spaziotempo, nello stesso contesto storico e culturale che contraddistingue le nostre vite. Alla fine, mi sono reso conto che la normalità non esiste, o al limite è molto più complesso definirla, perché in realtà ha mille sfaccettature.

 

Qual è il confine fra il male e il bene, la normalità e l’anormalità, oggi, a suo avviso?

È senz’altro un confine difficilissimo da individuare. Perché, aldilà della definizione di bene e male, e aldilà dell’atto in sé -compierlo o non compierlo- c’è qualcosa di superiore, insito nell’animo umano, che può far compiere un gesto efferato ad una persona tradizionalmente buona, mite, generosa, che in un contesto particolare e in determinate condizioni arriva a mettere in atto qualcosa di terribile. Allo stesso modo, in talune circostanze, una persona cattiva può essere capace di imprevedibili gesti di altruismo.

Il confine esiste, ma secondo me è in continuo movimento, per ciascuno di noi. E spesso non ne siamo consapevoli.

 

 “Ascolta le mie voci” è un viaggio intenso e affascinante, predilige un racconto della raccolta?

È una scelta difficile, perché tutti sono nati da qualcosa in cui credo profondamente, o che sento come vero e reale nella nostra vita, che sia la paura del “diverso”, o il sentimento religioso, o il valore dell’esistenza. Credo che il racconto che sento più “vivo”, quello dove è più forte lo sforzo di immedesimazione, sia “Kindergarten”. Il senso della vita e la sua difesa.

 

 C’è un nuovo personaggio in cui vorrebbe immedesimarsi? In caso affermativo, per quale ragione?

Più che in un personaggio in particolare, sarebbe interessante immedesimarsi in una nuova tipologia, quella dei grandi autori del passato, e perché no, dei loro più celebri personaggi! Dopo aver sperimentato con “Io ho ucciso” l’interpretazione dell’animo nella sua parte più ferale e delittuosa, potrebbe essere accattivante provare a immedesimarsi nell’animo di altre personalità. Penso, ad esempio, a Lucia Mondella e a Renzo Tramaglino. Provare a calarsi nel loro cuore, per tirarne fuori ogni emozione, ogni sentimento, tutto quello che Manzoni ha lasciato fra le righe, e farlo venire a galla attraverso una lunga riflessione che li faccia conoscere ancora meglio al pubblico dei lettori. La stessa cosa si potrebbe fare con gli autori, quelli più noti, amati o anche discussi.

 

 Tra le sue passioni la letteratura, il suo autore preferito?

Da adolescente ho letto quasi tutto Stephen King, poi ho virato completamente verso l’opera di Camilleri. Vivevo di questi innamoramenti letterari. Poi ho iniziato a spaziare fra i nomi e i titoli, classici e contemporanei, tanto che non riuscirei a fare un solo nome. Potrei citare Pirandello, Kafka, fra i classici anche moderni, oppure Enrico Brizzi, mio coetaneo, giovanissimo autore di quel “Jack Frusciante” che gli ha aperto la carriera, oppure ancora Andrea De Carlo, divenuto famoso con “Due di due”, storia di un’amicizia che nasce sui banchi di scuola in una Milano sessantottina, e si srotola nei decenni successivi, accompagnando i protagonisti fino all’età adulta, quella delle grandi scelte che non finiscono mai.

 

Il suo libro del cuore?

Compio uno sforzo sovrumano e scelgo un titolo, “L’isola di Arturo”, di Elsa Morante. Mi ha appassionato, mi ha commosso, mi ha intenerito, la storia di questo bambino, e poi ragazzino, che nutre una passione acerba verso la giovanissima moglie di suo padre. E vorrebbe amarla, e proteggerla, ma è tutto più grande di lui… E’ poesia in prosa. E poi… Orwell, da “La fattoria degli animali”, geniale metafora della società di oggi, o forse dovrei dire della società di sempre, a “1984”, prima rappresentazione di quel Grande Fratello che tutto controlla. E poi ancora, “Canne al vento”, di Grazia Deledda, “Il buio oltre la siepe”, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Il profumo”…

 

 Altre sue passioni cinema e teatro che per certi aspetti appaiono collegate alla scrittura nella loro funzione naturale di raccontare, ma qual è la differenza?

Enorme. Il teatro è minimalista, nel suo modo di raccontare una storia e i suoi personaggi. Una scena, spesso fissa, movimenti e dialoghi degli attori. Punto. Lì deve starci dentro tutto. La cosa più seducente è che nella maggior parte dei casi, nel teatro fatto bene, tutto questo si amalgama meravigliosamente, e ne scaturisce un’opera d’arte. Il cinema nasce da una scrittura simile al teatro, ma con qualche componente in più. La colonna sonora, il montaggio, gli eventuali effetti speciali, visivi e sonori. E’ tutto più in grande stile, tutto più aderente alla realtà perché una sezione di realtà viene di fatto filmata, tagliata e ricucita per renderla il più possibile credibile. Come diceva Kubrick, il cinema non è la fotografia della realtà, bensì la fotografia della fotografia della realtà. Teatro e cinema si adattano a storie diverse. Il teatro spesso è più ruspante, si può fare teatro anche in abiti civili pur ambientandolo nell’antica Roma, e recitare in un garage. Il cinema è più strutturato. Alcune storie hanno bisogno del cinema per essere raccontate veramente. In tutto questo, fra cinema e teatro, si inserisce la scrittura, la narrativa. Non ha vincoli spaziali e temporali, può usare un linguaggio desueto oppure ultramoderno, può raccontare una storia in poche pagine oppure in più volumi. Ma deve concentrare tutta la sua forza nella forza delle parole, che creano emozioni, che costruiscono personaggi e sentimenti senza l’ausilio delle immagini, delle musiche, dell’inflessione di voce nella recitazione degli attori. Quando la letteratura riesce a emozionare, ci è riuscita solo attraverso una magica alchimia della parola e del linguaggio.

 

 Si volta pagina con la passione per il tango argentino, cosa rappresenta per lei?

Il tango argentino è la rappresentazione scenica di una relazione d’amore fra due persone che non è soltanto fisica ma anche mentale. E’ seduzione, passione e vita quotidiana, e la musica permette ai corpi di rendere credibile il tutto.

 

 Nuovi libri, nuovi racconti, nuove emozioni nel cassetto?

Un romanzo, attualmente in lavorazione, una storia d’amore, anche questa raccontata in prima persona, e con qualche venatura erotica. Uno degli aspetti più originali e distintivi rispetto alle storie che si raccontano oggi sarà il punto di vista narrativo, stavolta maschile. Speriamo davvero di fare un buon lavoro…

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