Oggi parliamo con… Sara Magnoli (a cura di Alessandro Noseda).

Buongiorno Sara e grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo!

Grazie a voi!

Giornalista e scrittrice, hai collaborato con note testate nazionali. Quando e come è nato il tuo amore per la scrittura? Poni il “romanzare” su un piano diverso rispetto allo scrivere di cronaca, politica, attualità?

Fin da bambina amavo scrivere e leggere, mia mamma mi racconta che lo facevo già a tre anni e mezzo, avevo imparato copiando le lettere del nome della ditta produttrice di una porta a vetri che avevamo a casa e che si riflettevano, appunto, in questi vetri. A sette anni realizzavo a mano un giornalino di classe… a dieci ho scritto un racconto giallo lungo quattro o cinque quaderni con qualcosa come ottocentoventi personaggi che decifravano codici segreti e svelavano misteri… insomma, un po’ grafomane lo sono sempre stata! Non riesco a immaginarmi un mondo senza lettura e senza scrittura…

Sicuramente il romanzare è diverso dallo scrivere un articolo di giornale: in un romanzo sei tu che puoi inventare la storia, i personaggi, che puoi plasmare la situazione come desideri. Un articolo di giornale deve invece raccontare qualcosa che è accaduto, deve informare. Poi, è vero, io stessa mi accorgo che il mio scrivere un romanzo risente del lavoro di ricerca e spiegazione tipico del giornalista… e come giornalista amo rendere a volte poetici, come linguaggio, gli articoli che scrivo. Ma restano due cose diverse

Hai un posto dove trovi ispirazione o scrivi ovunque? Carta o p.c.?

Scrivo ovunque quando mi viene un’idea e l’ispirazione la posso trarre da qualsiasi cosa che osservo, vedo, sento… Non per forza scrivo di “quella” cosa che ho visto o sentito, a volte le immagini, i suoni, le sensazioni sono per me solo stimoli per iniziare un racconto.

Il testo “finale” dei miei romanzi o racconti lo scrivo a computer, ma spesso annoto frasi su carta, perché quando viene un pensiero che sta bene nella storia che stai scrivendo… beh, non devi fartelo scappare. E, soprattutto, non devi farti scappare quelle parole se credi siano quelle giuste!

“Se un cadavere chiede di te” ha vinto il Garfagnana in Giallo, uno dei premi più ambiti tra gli scrittori d’indagine. Oltre ad essere un (bel) giallo classico, con tutti gli elementi tipici, è un romanzo intimista, che scava nella vita (o nelle vite) della protagonista, guarda caso ex giornalista. Ci racconti il tuo punto di vista? Dacci tre buoni motivi per leggerlo!

Innanzitutto volevo precisare che “Se un cadavere chiede di te” ha vinto la sezione ebook del Garfagnana in Giallo 2015: il premio ha diverse sezioni e il mio romanzo giallo ha conquistato questa, con mia grandissima emozione. E poi ti ringrazio per i complimenti, che fanno sempre davvero tanto piacere, inutile negarlo! Hai ragione: oltre all’indagine, al mistero da risolvere, c’è anche un aspetto più intimista, che mette a nudo la vita dei vari personaggi. La protagonista, Lorenza Maj, si trova a doversi difendere perché in qualche modo sospettata di sapere qualcosa di un crimine che lei dice esserle estraneo, ma anche a doversi difendere da se stessa, dai suoi ricordi, dalle sue paure e dalle sue domande che non hanno mai avuto una risposta, anche perché fino a quel momento lei stessa non l’aveva mai cercata davvero.

Lorenza è una ex-giornalista perché volevo parlare di una persona che potesse esistere veramente, che fosse credibile: il lavoro del giornalista lo conosco essendo il mio, so come ci si muove nella cronaca, dunque le ho assegnato qualcosa che conosco anch’io. Però… lei è una “ex”, appunto… anche questo è un mistero del suo passato, un giallo nel giallo… E poi è una persona sola, che deve fare i conti con se stessa e con il suo passato senza avere alcun appiglio: anche la città in cui si muove non ha nome, ma per un motivo preciso. Volevo che anche il lettore si sentisse disorientato come Lorenza, volevo che capisse come si sentiva lei. E volevo anche che Lorenza potesse trovare se stessa solo contando sulla sua forza, senza aver alcun punto di riferimento, neppure geografico.

Ah, ecco, oltre che grafomane anche logorroica, mi stavo dimenticando di dare tre buoni motivi per leggerlo… Il primo: perché il lettore è invitato a indagare con l’investigatore, a fare attenzione ai particolari, anche a sbagliare strada, ma alla fine può arrivare anche lui a scoprire come sono andate le cose, o almeno, una volta avuta la soluzione, a capire che avrebbe potuto arrivarci. Il secondo: perché permette di scoprire una “nuova penna” nel giallo, cioè io… Il terzo… perché non ditemi che non siete curiosi di sapere che cosa accade se un cadavere chiede di voi…

Decidi una scaletta che segui o ti fai condurre dalla narrazione?

Quando inizio a scrivere un romanzo o un racconto ho in mente a grandi linee la storia che voglio narrare. E poi mi lascio condurre da questa storia, cerco di capire che cosa ha un senso per non prendere in giro il lettore mentre legge, mi chiedo se un’idea che inizialmente mi sembrava buona come quadro per quello che sto raccontando resti sempre buona o se non sia più credibile o d’impatto una situazione diversa. Insomma, non è detto che quello che avevo in mente all’inizio possa “suonare” bene anche quando lo traduco in parole dalla testa alla carta. Il nuovo giallo a cui sto lavorando ha subito una brusca battuta d’arresto – e per mesi non ho scritto più una riga – quando un personaggio che nella mia idea iniziale non avrebbe dovuto morire… invece è morto. Ma la storia, altrimenti, non avrebbe avuto senso, non sarebbe potuta andare avanti. Alla fine è sempre la narrazione e sono sempre i personaggi ad averla vinta su di me!

Ora a cosa stai lavorando?

Ho terminato, ed è in fase di revisione, un nuovo giallo che riprende alcuni dei personaggi di “Se un cadavere chiede di te”, Lorenza, certamente, ma anche altri. E questa volta c’è un’ambientazione anche geografica, perché Lorenza ha ripreso un po’ coscienza di sé.

Inoltre sto lavorando al mio terzo giallo per ragazzi, che ha per protagonisti due buffissimi dodicenni, Zac e Lalo, amici per la pelle, che si mettono in un sacco di guai per la loro innata passione a indagare.

E se me lo permetti, è uscita da pochi giorni un’antologia alla quale ho collaborato, si intitola “Le donne che fecero l’Impresa” e raccoglie dodici racconti di dodici autrici che raccontano, appunto, donne emiliane e romagnole che hanno creato un’impresa, un’azienda, che si sono distinte nel lavoro in momenti in cui le donne stavano di solito a occuparsi della casa e della famiglia. Storie di donne diventate famose nel mondo, ma anche storie più piccole, più quotidiane, ma che sono esempi di intraprendenza positiva e di coraggio. La donna di cui ho scritto la storia io si chiamava Luciana Gatti Emiliani, avviata a fare la sarta e che invece ha convinto il suo istruttore di guida, negli Anni Sessanta, a Ravenna, a creare una scuola guida tutta loro. Istruttore di guida di cui si era innamorata, ricambiata, e che è diventato suo marito. Una storia di impresa, ma anche di grande amore.

Come lettrice quali libri acquisti, cosa ami leggere? E se devi regalare un libro come lo scegli?

Amo il giallo. Risposta scontata, forse, ma è così. Adoro l’indagine. E amo anche la letteratura per ragazzi e le fiabe, nella loro forma originaria ancora di più. Poi però dipende: ci sono anche libri che non sono gialli che mi hanno preso il cuore.

Se devo regalare un libro lo scelgo ascoltando il gusto della persona a cui è destinato, o perché l’ho letto a mia volta e contiene qualcosa che secondo me può significare molto per chi lo riceve, una frase, una sensazione, una storia. E, pur cercando di fare dono di uno scritto che sia del genere amato dalla persona a cui devo darlo, non regalo mai un libro a caso o solo perché è il best-seller del momento.

Carta o eReader?

Anche se ho vinto un premio per la sezione ebook… carta! Amo sfogliare i libri, tornare indietro a cercare qualche particolare, a verificarlo. Anche “fare le orecchie” dove ci sono frasi che mi piacciono. E, in caso di giallo, mi piace cerchiare con una matita il numero della pagina che sto leggendo quando credo di aver capito chi è il colpevole e che cosa è successo. E poi, alla fine, vedere se ci ho azzeccato!

Il problema della carta è la valigia quando parto per viaggi lunghi o brevi: pesa moltissimo e non c’è mai posto per i vestiti!

Ti racconto un aneddoto divertente. Un paio di anni fa avevo alcune presentazioni del libro che mi tenevano lontana da casa un paio di giorni, dunque sono partita in treno con valigia al seguito. Dentro, due cambi, il pigiama, spazzolino da denti, insomma… lo stretto necessario… ma qualcosa come quindici libri. Tutti libri gialli. Un peso tale che non riuscivo a sollevare la valigia per metterla negli spazi sopra i sedili. Un signore molto gentile si offre di aiutarmi. E si blocca con la schiena. Un po’ ridendo, un po’ dolorante mi chiede: “Ma che cos’ha in valigia? Un morto?”. E io: “No, non uno, ne ho quindici”. Il fatto è che dopo un po’ inizia a suonarmi il cellulare, naturalmente dimenticato nella tasca esterna della valigia ormai posizionata in alto, con come suoneria la voce implorante di mia figlia che chiede di rispondere al telefono… Immagina quel signore gentile come mi ha guardata… Come se fossi davvero una serial killer!

Uno o più autori che ami particolarmente e perché?

Adoro Loriano Macchiavelli, mi stupisce sempre, è geniale e le sue descrizioni sono emozionanti. E poi mi piace, tra i giallisti più “recenti”, Maurizio De Giovanni, per come unisce i sentimenti alle descrizioni. Questo se devo citare nomi più noti. Ma ci sono tanti autori emergenti o meno conosciuti che vale la pena di leggere per scoprire grandi scrittori e ottima scrittura.

Tra i nostri lettori, molti scrivono. Un consiglio a chi ha il proprio romanzo ancora chiuso nel cassetto?

Osare. E non avere paura di sentirsi dire di “no”. Perché magari dopo tanti “no” o “forse” arriva anche un “sì”: e la sensazione che si prova è bellissima.

Grazie per la bella chiacchierata. Ora, come tradizione di Giallo e Cucina ti chiediamo di salutarci con una citazione ed una ricetta di cucina che ami!

Mi piace una frase di Michael Ende in Momo, quando, vado a memoria, scriveva che come si hanno occhi per vedere la luce e orecchie per udire i suoni, si ha anche un cuore per percepire il tempo, e il tempo che il cuore non percepisce è perduto come i colori dell’arcobaleno per un cieco o il canto dell’usignolo per un sordo.

Uh, con la ricetta vado in crisi. Io adoro cucinare e adesso che sono a dieta è una sofferenza… Allora, ti dico la prima che mi viene in mente perché piace in famiglia e anche agli amici che l’hanno provata. Non so se è quella che io amo di più, ma mi fa venire in mente il mare. Credo di averla provata, una simile, proprio un anno al mare. Dico simile perché non ricordo con che pesce fosse fatta e dunque te la dico come la faccio io. Cuocio a vapore filetti di trota salmonata, elimino pelle e lische e in una pirofila alterno il pesce a maionese e cetrioli freschi sbucciati e tagliati a rondelle. Faccio un paio di strati. Ultimo strato con cetrioli, un filo d’olio e un po’ di sale, ma non troppo. Si serve naturalmente fredda o a temperatura ambiente, non con il pesce ancora caldo. Al prossimo giallo di cui mi chiedi di parlare… ti dico come faccio il ragù. O magari una torta. Sperando di non essere più a dieta.

 

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