Oggi parliamo con… Stefano Bonazzi (a cura di Stefania Ghelfi Tani)

Buongiorno Stefano e grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo! Raccontaci di te. Chi sei perché scrivi?

 

Ciao Stefania, sono io che ringrazio voi per la possibilità di far parte del vostro blog!

Dunque, chi sono?

Ex-aiuto-pasticcere, ex-barman, ex-cameriere, ex-redattore, ex-grafico-freelance, attualmente art director in una web agency ferrarese. Ho investito il mio primo stipendio regolare a diciott’anni in una reflex perché, nel mio bizzarro e incoerente percorso di crescita, la fotografia e la lettura sono sempre stati due capisaldi presenti.

Scrivere, per me, è essenzialmente uno sfogo catartico. Leggo da quando avevo sette anni ma ho deciso di iniziare a dare un contributo attivo solo cinque anni fa. Come lettore precoce e onnivoro, ero intimorito e spaventato dalla parola scritta, la vedevo un qualcosa di inaccessibile. Ho sempre considerato la fotografia (forse anche erroneamente) un media in grado di esporre in maniera meno diretta, mi spiego meglio: mentre dietro un obbiettivo fotografico puoi avvalerti di numerosi artifici (l’uso delle luci, i costumi, il taglio delle inquadrature…), sul foglio sei solo tu e le tue parole, non c’è altro, diventa una cosa estremamente personale e quindi, estremamente rischiosa se non puoi contare sulla giusta stabilità interiore.

Come nascono le tue storie, quanto rubi alla fantasia e quanto c’è di autobiografico?

 

Mi piacciono le tematiche forti, spesso scomode e difficili da digerire per il lettore più convenzionale. Mi piace sondare fino a che punto del baratro può calarsi l’essere umano, il grado di mutazione e alienazione che può sopportare una mente borderline. Spesso racconto scene di violenza estrema o situazioni grottesche e, se attingessi da fonti autobiografiche, probabilmente ora non sarei qui a raccontartelo. Cerco sempre, comunque, di mantenere un fondo di verità e ambientare le mie storie in contesti a me vicini, in modo da poterli arricchire con aneddoti o avvenimenti che in qualche maniera hanno incrociato da vicino il mio vissuto.

 

Dove scrivi? Hai un posto preferito dove trovi ispirazione?

 

Scrivo chiuso nella mia mansarda, isolandomi con le cuffie, rigorosamente dopo il calar del sole, anzi della nebbia, visto il posto in cui abito.

 

Quindi ami musica di sottofondo?

 

Mi piace avere sempre un sottofondo di musica noise, elettronica o sperimentale, roba da trip mentale, insomma. Mi aiuta a immedesimarmi nei contesti che cerco di costruire, di pensare come farebbero i miei personaggi e loro non ascolterebbero mai canzoncine pop.

 

Preferisci E-book o carta?

 

Carta, ma non sono un purista, mi adeguo alle situazioni.

 

Quando scrivi hai solitamente una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?

In genere mi piace iniziare un manoscritto con una trama in testa già definita, ma solo a grandi linee.

Imbastisco storie semplici, con pochi personaggi, non amo gli intrighi polizieschi e non sono uno di quegli scrittori che riempie le pareti di post-it.

 

Del rapporto con il tuo Editore cosa puoi dirci?

 

Di Newton Compton ho apprezzato molto la completa libertà che mi hanno lasciato durante la fase di editing. Prima di loro, altri editori avevano espresso interesse per A bocca chiusa, imponendomi però delle clausole di riscrittura di alcune parti del romanzo, secondo loro troppo dure e negative. Questo avrebbe snaturato la natura del manoscritto. Con Newton Compton, invece, ho potuto mantenermi fedele alla stesura originale, consegnando al lettore una storia magari imperfetta, ma sincera.

 

“A bocca chiusa”, il tuo libro, perché leggerlo?

 

Perché è una storia di rabbia e alienazione estrema, ma con molti punti di contatto con il nostro vissuto quotidiano. Più di un lettore mi ha confessato di essersi riconosciuto in alcune meccaniche e ambientazioni.

È una lettura forte, sicuramente non adatta a tutti e, probabilmente, così dicendo mi sto tirando la zappa sui piedi… non sono mai stato un bravo commerciale.

 

Dove l’hai ambientato?

 

A bocca chiusa è ambientato in una periferia senza nome, circondata da capannoni industriali, tangenziali e centri commerciali abbandonati. Anche il clima è un elemento molto importante della storia: mentre la prima parte del libro si svolge durante un’afosa estate, tutta la seconda parte è invece immersa in una nebbia densa che diventa una presenza costante in molte situazioni.

 

Quali sono state le maggiori difficoltà nella stesura del romanzo?

 

Trattando tematiche delicate ed estreme, ogni singola pagina del romanzo è stata per me una sfida a sé. Il mio obbiettivo principale era cercare di raccontare il vissuto di personalità deviate ma credibili, tratteggiare situazioni violente sia dal punto di vista fisico che psicologico mantenendo una scrittura diretta, senza cadere nelle banalità dello splatter o dei facili colpi di scena hollywoodiani.

 

Tre buoni motivi per leggerlo?

 

Te ne dò uno solo che per me è il più importante: il romanzo è uscito ormai già da un anno e tutt’ora ricevo messaggi di persone che lo lessero all’uscita, che mi confessano di aver ancora impresse nelle mente alcune delle scene più forti. Dopo un anno dall’uscita, cosa potrei chiedere di più?

 

Come lettore quali libri acquisti, cosa ami leggere? E se devi regalare un libro come lo scegli?

 

Sono un lettore bulimico, non mi precludo nulla anche se prediligo le storie che parlano di vite e persone reali, delle loro difficoltà nel rapportarsi con la società contemporanea e con il loro lato interiore. Non sono molto amante del fantasy e della fantascienza in generale. Penso che ci siano ancora tante situazioni incredibili e paradossali da raccontare su di noi, sulle nostre vite, senza dover scomodare vampiri, astronavi o criptiche formule magiche.

Regalo libri che rispetto a persone che rispetto.

 

Un autore che ami particolarmente e perché?

 

Leggo e stimo molti autori contemporanei e non, sia italiani che stranieri, dover scegliere un nome solo è davvero una tortura! Diciamo che Cormac McCarthy è sicuramente lo scrittore a cui mi sento più legato, sia per le tematiche trattate che per lo stile di scrittura. Di certo, è stato uno dei miei punti di riferimento durante la scrittura di A bocca chiusa.

 

Altri/prossimi progetti letterari in divenire/in via di sviluppo?

 

Il nuovo romanzo è in fase di lettura proprio in questi giorni dal mio editore, mentre alcuni racconti brevi dovrebbero uscire in antologie noir durante il 2016.

 

Hai mai presentato i tuoi romanzi in pubblico? Se sì, quale è la domanda che ti ha messo in difficoltà e quale quella che più ti è piaciuta?

 

Ho fatto una ventina di presentazioni dopo l’uscita di A bocca chiusa e in verità non mi sono mai trovato in difficoltà durante i confronti con i lettori, ho sempre ricevuto calore e passione e nessuna situazione si è rivelata difficile o imbarazzante, al contrario, sono nate molte amicizie. So che può sembrare una frase da marchetta, ma se scrivi con sincerità, il lettore, che non è uno stupido, alla fine se ne accorge, lo apprezza e magari ti perdona anche qualche refuso o imprecisione.

 

Un consiglio a chi ha il suo romanzo nel cassetto?

 

Confrontatevi, fatelo leggere a professionisti, non fidatevi del parere di parenti e amici: per quanto spesso siano in buona fede, raramente possono fornirvi un punto di vista imparziale e oggettivo.

 

Un’altra tua passione è la fotografia, una fotografia oserei dire quasi onirica, misteriosa, a tratti felliniana, per certi versi inquietante. Da quanto fotografi e perché la scelta di queste tipologie d’immagini e di non

mostrare mai un volto?

 

Più che fotografie, le mie sono fotocomposizioni, assemblaggi di scatti diversi, armonizzati con l’uso di software di fotoritocco e fotomanipolazione digitale. Ogni immagine in realtà ne racchiude molte altre, proprio come un collage. La scelta di oscurare il volto era nata inizialmente da un mio timore reverenziale verso i soggetti, ma poi si è evoluta diventando il mio tratto caratteristico. Alla fine, si è rivelata anche una sfida: penso sia più ostico trasmettere un’emozione oscurando i tratti somatici, affidandosi solo alla postura e all’ambientazione. È un modo per stimolare l’immaginazione dell’osservatore.

 

Sei stato anche curatore della mostra “Concerto per silenzi” che ha fatto da introduzione alla rassegna letteraria GialloFerrara. E’ stata un’esperienza interessante?

 

È stata un’esperienza formativa e ricca di soddisfazioni. Ho sempre partecipato a mostre ed esposizioni in maniera passiva, inviando le opere e ubriacandomi ai vernissage, non avevo idea della mole di lavoro logistico che vi fosse alle spalle. È stato anche divertente confrontarsi con i ragazzi del Festival, il Gruppo del Tasso (l’associazione che organizza l’evento) è una comunità di giovani motivati, un vanto d’orgoglio per la nostra piccola Ferrara, penso che ci riserveranno parecchie sorprese in futuro.

 

Altre passioni oltre ai libri e alle foto?

 

Guardo valanghe di film sperimentali e indipendenti, ascolto una quantità industriale di musica. Uno dei miei rimorsi più grandi è non aver mai imparato a suonare uno strumento, adoro il suono del pianoforte.

 

Grazie per la bella chiacchierata. Ora, come tradizione di Giallo e Cucina ti chiediamo di salutarci con una citazione ed una ricetta di cucina che ami!

 

Ho un canale Twitter su cui pubblico a cadenza regolare citazioni e sproloqui vari (https://twitter.com/stefanobonazzi), a volte personali, altre volte tratti da libri che mi hanno colpito, ad esempio questa:

“C’è qualcosa di talmente inumano nell’umano, che forse è proprio tale componente, a renderlo così umano.”

 

Come per la lettura, anche il mio palato non va troppo per il sottile. Da tempo, purtroppo, ho smesso di dilettarmi sui fornelli quindi mi limiterò a proporvi il mio piatto preferito, che è anche uno dei più semplici da realizzare.

Pesto alla genovese (nella variante con mandorle al posto dei pinoli):

La preparazione del pesto è facile, basta infatti frullare in un mixer ad immersione 8 foglie di basilico fresco, del prezzemolo fresco a piacere, 3 foglie di menta fresca e 5 foglie di salvia fresca. Insieme alle erbe bisogna mettere del parmigiano e circa 50 – 55 grammi di mandorle, oltre che olio extra-vergine di oliva a piacimento. Nel frattempo fate cuocere la pasta, sulla quale, una volta scolata (ricordate di conservare un po’ d’acqua di cottura) si potrà mettere il pesto di mandorle così preparato. Spadellate il tutto e, se dovesse servire, aggiungete un po’ di acqua per evitare che il risultato finale venga troppo asciutto. Con circa 5 – 10 grammi di mandorle si può fare qualche rifinitura sopra.

Il mio consiglio è servirlo con scaglie di pecorino stagionato.

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