Ti consiglio un film (tra un libro e l’altro) – Padri e Figlie di Gabriele Muccino

 

Recensione del film Padri e Figlie di Gabriele Muccino

 

Il regista Gabriele Muccino, ancora una volta, ci presenta i forti/deboli temi della società sposati/separati ai bisogni, all’animo e agli incidenti umani, donandoci un tessuto intenso che difficilmente può lasciare indifferenti.

La società non permette traumi, siamo imbrigliati in binari stabiliti, chi deraglia è fuori e non può/riesce a rientrare perché si negano gli strumenti atti ad un recupero completo. Si è isolati e destinati a perdere, ma rientrare è necessario per assicurarsi una sopravvivenza dentro le righe, ai limiti.

La perdita, i sensi di colpa, il vuoto, la paura sono stati d’animo concatenati che tutti prima o poi viviamo. La grande capacità di Muccino sta nel raccontare i terremoti emotivi a cui la vita prima o poi ci costringe, ci descrive la forza, gli atti di forte responsabilità, amore, rinuncia e lotta di cui ci vestiamo per andare avanti.

Il primo tempo si racconta più lentamente e ci permette di entrare nell’unione profonda tra padre e figlia. Il secondo tempo è un’altalena di dolore, debolezze, amore e speranza che dilaniano e cullano il cuore.

Grandi le prove attoriali anche da parte dei non protagonisti che danno spessore all’intreccio.

Personaggi/Persone che parlano e si comportano come noi stessi faremmo in certe situazioni e che rendono più facile l’identificazione. Noi siamo il frutto di ciò che abbiamo vissuto da bambini, delle nostre esperienze e degli insegnamenti ricevuti; tutti siamo figli e alcuni sono al tempo stesso genitori e figli.

L’immensa bravura della bambina, l’attrice undicenne Kilye Rogers offre una recitazione magistrale, un talento innato che sa trasmettere ogni sfumatura dei suoi sentimenti in modo profondo e diretto.

Chapeau ad un Russell Crowe che interpreta un personaggio di grande sensibilità e dignità. Il contrasto tra il suo fisico imponente ed il suo vano tentativo di dominare la condizione che lo annienta penetra il cuore e toglie il respiro.

Grande interpretazione di Amanda Seyfried che rende perfettamente un personaggio che sopravvive al presente fuggendo il futuro per paura che si ripresenti un passato troppo doloroso. Non si può amare perché se si ama, se si sta bene, se ci si lega la sofferenza sarà moltiplicata nel momento di un’eventuale perdita, disinganno, disillusione.

Il cast dà il meglio, il doppiaggio è perfetto. Straordinaria, per Crowe, Rogers e Seyfried, è l’espressione fisica che ci regalano. Sono i primi piani con lacrime, sorrisi, rabbia, paura, gli sguardi più che intensi, la fisicità raccontata con la corsa, col tremore, con gli abbracci che legano lo spettatore.

La musica è in perfetta sintonia con il racconto, una delle canzoni più belle e struggenti di Burt Bacharach, Close to you ti entra dentro. L’alternanza di flash back e flash forward è gestita in modo semplice ed efficace. La fotografia ci permette di entrare in sintonia con i personaggi. Tutti elementi che fanno da importante cornice a questo quadro completandolo e coadiuvandolo.

Muccino ci parla della vulnerabilità dell’essere umano ma anche e soprattutto della società piena di contraddizioni in nome di regole imposte che non hanno niente a che vedere con il buon senso e con l’empatia.

Quando scorreranno i titoli di coda nessuno si muoverà, quando si accenderanno le luci tutti si incammineranno in silenzio verso l’uscita cercando di nascondere l’emozione e forse un piccolo fardello di pensieri sulle spalle.

Una pellicola delicata e forte al tempo stesso, dove commuoversi e riflettere è lecito e giusto.

Un film che merita la visione. Non perdetelo.

Stefania Ghelfi Tani

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