Oggi parliamo con… Roberto Saporito

Incontriamo a Roberto Saporito che ha recentemente pubblicato “Il caso editoriale dell’anno” (Edizioni Anordest, come “Anonimo”). Intervista a cura di Alessandro Noseda

 

Buongiorno e grazie per l’invito a pranzo! Cosa ordiniamo? Come hai scelto il locale? 

 

Buongiorno a voi… direi un bel menù piemontese, dato che il locale che ho scelto è una “piola” nelle colline delle “mie” Langhe.

 

Non sapevo t’intendessi anche di vino e cucina! Allora sei proprio nel Blog adatto! 

 

In effetti mi piace molto mangiare bene e bere anche meglio, in particolare il vino bianco (anche se da dove vengo io, Alba, i vini rossi sono molto più “famosi”), comunque vi offro un profumato ed aromatico e fresco Arneis, che in questi giorni d’estate è perfetto.

 

Ci racconti chi sei e perché leggi e scrivi? 

Sono uno scrittore, leggo perché è una delle cose che più mi piace fare, e scrivo, dopo aver molto letto, per necessità, perché nel tempo è diventata una cosa che “devo” fare e non che “voglio” fare, perché scrivere è una cosa che si “ha” (un talento?, forse) come una sorta di malattia, incurabile, e non una cosa che si “fa”.

 

Sei uno scrittore eclettico, che cambia spesso timbro e stile? Dove trai ispirazione? Prendi in prestito dalla realtà o dai pieno spazio alla fantasia?

 

In verità, ed è così per molti scrittori, fai e fai ma alla fine si scrive sempre lo stesso libro e l’unico timbro e stile fondamentale (per me) è la riconoscibilità, quindi trovare una propria “voce” personale, e appunto, riconoscibile, uno stile che sia solo mio. L’ispirazione per i miei libri deriva dalle mie ossessioni, infatti solitamente continuo a lavorare a un romanzo finché l’ossessione che c’è alla base della storia non si esaurisce, finché smette di tormentarmi, di opprimermi e logorarmi.

 

Dove scrivi? carta e penna o direttamente al p.c.?

 

Scrivo ovunque, anche se poi quando posso mi piace scrivere al mare, nel sud della Francia, è lì il luogo dove riesco a mettere ordine alle storie alle quali sto lavorando, una settimana col mare di fronte mi rende più semplice trovare le parole giuste per continuare a scrivere. Scrivo unicamente col computer (o tablet, o qualunque “aggeggio” munito di tastiera), a mano non sono più in grado di scrivere nulla, forse neanche la lista della spesa.

 

Preferisci il silenzio o ami musica di sottofondo?

 

Il silenzio se scrivo in casa, ma, dato che mi piace scrivere anche nei caffè in giro per il mondo, un sottofondo di voci e musica e “rumori” metropolitani, non mi dispiace affatto, anzi, spesso aiutano a dare un “ritmo” particolare a quello che sto scrivendo.

 

Raccontaci del tuo ultimo nato, Come è sbocciata l’idea?

 

Il mio ultimo nato è una sorta di commedia esistenziale (quasi una tragicommedia, se vogliamo), dove viene presentato uno spaccato del mondo editoriale italiano (con tutte le sue piccolezze, i suoi trucchetti di marketing, le sue piccolezze) e le avventure, ma più spesso disavventure, di uno scrittore investito da un inaspettato (e forse anche immeritato) e incredibile successo editoriale. Come vendere più di un milione di copie del proprio romanzo e comunque continuare a sentirsi esistenzialmente inadeguati e stentare, quindi, a trovare il proprio posto nel mondo. Una spietata critica (ma anche satira) dell’ambiente editoriale. Ed è, in ultima analisi, anche tutto un (serissimo) gioco postmoderno sull’idea di sparizione (in questo caso dell’autore, l'”Anonimo”, dato che in un primo momento il romanzo è uscito appunto come “Anonimo”).

 

Quando scrivi segui una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione? Quali ricordi come maggiori difficoltà?

 

Non seguo nessuna scaletta, nessuna organizzazione gerarchica dei personaggi, ma una prima stesura scritta praticamente di getto inseguendo invece i personaggi stessi, non sapendo quasi cosa accadrà la pagina dopo ma andando dietro unicamente alla mia ossessione che trasforma la realtà che voglio raccontare in finzione narrativa, e poi, ma solo dopo, tutto un lavoro di riscrittura, di limatura, di tagli, aggiunte, un ridurre tutto all’osso, o meglio ancora al midollo.

 

Del rapporto con Editor ed Editore cosa puoi dirci?

 

Fino ad oggi con gli editor con in quali ho lavorato mi sono trovato molto bene (anche se nel tempo mi sono scontrato con editor che avrebbero voluto stravolgere completamente, e, forse, inutilmente, i miei testi, ma con questi editor alla fine non ci ho lavorato, ho lasciato perdere, cambiando editore). Con gli editori il discorso è diverso, trovare quello giusto è molto difficile, anche perché in Italia di libri se ne vendono proprio pochi e un editore che investe del denaro su di te deve poi rientrare, e giustamente, dell’investimento fatto: io ne ho cambiati tanti, e con alcuni mi sono trovato anche bene.

 

Hai altri progetti letterari in divenire?

 

Sì, nella prima metà del 2015 sarà in libreria il mio nuovo romanzo, un libro importante, al quale tengo moltissimo, che verrà pubblicato da Del Vecchio Editore ( http://www.delvecchioeditore.com ), il romanzo ha per protagonisti due diversi io narranti, il “professore”, uno scrittore di poco successo (e a corto di denaro e di idee), sociopatico e paranoico, che si ricicla come professore (appunto) di scrittura creativa con uno spiccato interesse per le sue (giovani) allieve e per le amiche delle allieve (molto, troppo?, giovani, nonché tendenzialmente pericolose e dall’inquietante passato), e “Lea” che ha diciassette anni, frequenta l’ultimo anno di liceo classico, ed è la (troppo?) giovane ragazza, nonché tendenzialmente pericolosa e dall’inquietante passato, con la quale il “professore” ha una relazione.

Ambientato tra Torino, la Costa Azzurra, il sud dell’Inghilterra e Parigi, il romanzo è, oltre che una riflessione sull’insegnamento della scrittura (è possibile insegnare a scrivere in maniera creativa?), anche una storia on the road (alla Thelma e Louise, sulle strade della vecchia Europa a bordo di un Maggiolino Volkswagen rosso del 1969) dalle minacciose sfumature noir. E il tutto raccontato come se fosse un film francese.

 

Descriviti come lettore. Hai un genere preferito o spazi a seconda del momento, dello stato d’animo?

 

L’unico genere che mi interessa è quello che possiamo sintetizzare come “buoni libri” o “libri scritti bene”, tutte le altre etichette sono solo facili scorciatoie per critici letterari, editori e librai. Comunque sono diventato un lettore fin troppo esigente, sono sempre alla ricerca del romanzo “perfetto” da leggere, ma è merce sempre più rara: ultimamente mi sono piaciuti molto i libri di Jennifer Egan e Deborah Willis: in questo momento sembra che le donne abbiano una marcia in più.

 

Consiglia un titolo ai nostri lettori.

 

Il romanzo di Jennifer Egan “Il tempo è un bastardo” (tra le altre cose Premio Pulitzer 2011, per il miglior romanzo americano), un libro assolutamente geniale.

 

Perché hai scelto proprio questo?

 

Ho scelto questo libro perché è una perfetta (anche se sulla carta parrebbe altamente improbabile) fusione tra la “Recherche” di Marcel Proust, il miglior Don DeLillo (per capirci quello di “Rumore bianco” o “Mao II”) e il Bret Easton Ellis o il Jay McInerney più ispirati, che, in una sorta di riuscita alchimia, porta a quello che si potrebbe considerare il perfetto romanzo postmoderno, che ti prende immediatamente e che vorresti non finisse mai. Storia all’apparenza complessa, ma in realtà godibilissima, con spericolati salti temporali e spaziali, geniali cambi del punto di vista della narrazione, apparizioni (a prima vista fuori contesto) nel corpo del romanzo di alcune pagine scritte niente meno che in Pawerpoint: ma in definitiva un libro da leggere, uno dei pochi, pochissimi, per la verità (come ti dicevo prima) che mi hanno veramente entusiasmato negli ultimi tempi, e non so se perché io sia diventato col tempo molto più selettivo, esigente, o, forse, più semplicemente, perché c’è veramente una allarmante penuria di buoni libri.

 

Un suggerimento ad un collega esordiente che ha la sua storia nel cassetto e non ha trovato ancora nessun editore interessato a pubblicarla?

 

Insistere, insistere, insistere, e ancora insistere, prima o poi, se il libro è buono un editore (piccolo o grande che sia) si trova.

 

Ti piace presentare i tuoi libri al pubblico? Una domanda che non ti hanno mai fatto (e a cui avresti voluto rispondere) ed una che t’ha messo in difficoltà?

 

Una delle cose che mi piaceva dell’idea di essere uno scrittore era di aver scelto come proprio modo di esprimermi un mezzo che mi dava la possibilità di stare “nascosto”: io scrivo e poi il mio libro diventa la mia parte “pubblica”; è il libro che dovrebbe farsi “vedere”, leggere, non lo scrittore. C’è questa frase di Luigi Bernardi (tratta dal suo libro più bello, il romanzo “Senza luce”) che esprime esattamente il mio pensiero al riguardo: “Agli scrittori si chiedeva sempre più di curare il loro aspetto pubblico: dovevano farsi vedere… erano costretti a parlare invece che scrivere, a farsi ascoltare invece che leggere, obbligati a vivere un surrogato di mondanità invece di tenere in esercizio quel guardare incarognito le cose della vita che solo fornisce materia alla scrittura.” Detto questo il rapporto col pubblico alle presentazioni (e in particolare le loro domande) è una di quelle cose che spesso accende riflettori su aspetti dei miei libri che io stesso non avevo neanche visto, domande che mi hanno fatto capire che ogni lettore, in un modo o nell’altro, legge il “suo” libro, e sono loro a renderlo “vero”: senza il pubblico i libri non esistono.

 

Ci sono autori che ami, che costituiscono per te un riferimento?

 

Sì, molti e tra questi sicuramente Philip Roth, Don DeLillo, Michel Houellebecq, Milan Kundera, David Foster Wallace, Jonathan Lethem, J.G. Ballard, John Barth, Bret Easton Ellis, Pier Vittorio Tondelli, Douglas Coupland, Bernard Malamud, Roberto Bolano.

 

Che domanda vorresti porgere loro?

 

Nessuna, tutto quello che mi interessa di loro si trova all’interno dei loro libri.

 

Come di consueto, ti ringraziamo dell’invito e ti chiediamo di chiudere con una ricetta ed una citazione!

 

Grazie a voi

 

La ricetta (che però è di mia moglie, abile cuoca, e lettrice vorace, a me piace mangiare ma come cuoco non sono un granché, mi limito ad aprire e assaggiare il vino) è

Involtini di gambero, sogliola e pancetta (antipasto caldo)

ingredienti per 4 persone.

4 gamberi sgusciati

4 filetti di sogliola fresca

4 fette di pancetta

– avvolgere attorno a ciascun gambero una fettina di filetto di sogliola e poi a concludere una fetta di pancetta (se la fetta di pancetta è troppo piccola utilizzarne due) non serve fissare con stecchino in quanto sia la sogliola che la pancetta sono morbide ed umide

– sistemare i 4 involtini su una teglia rivestita di carta-forno

– infornare per 8 minuti in forno a 200 gradi (non servono condimenti in quanto la pancetta è sufficientemente grassa)

– …..mangiare subito

 

La citazione

“Io non sono certo di quello che penso, finché non scrivo – devo scrivere per comprendere ciò che penso. La scrittura è un estremo atto di concentrazione.” (Don DeLillo)

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