Oggi parliamo con… Carlo Parri

Ospite di Alessandro Noseda per la chiacchierata odierna è Carlo parri. Maggiori info sull’autor le trovate qui :

http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Parri

Buona lettura!

 

Buongiorno e grazie per l’accoglienza. Ci racconti chi sei e perché leggi e scrivi?

Sono un plurale. Un insieme di altri me stessi, spesso sconosciuti. Sono nato in un remoto 1948, dunque ho avuto il tempo (e di certo il modo) per lasciarmi invadere da altri me stessi, fino a dimenticare quale sia il primo. In questo viaggio dell’esistere ho appreso l’esercizio nobile della lettura e l’altro, quello ignobile dello scrivere. Leggo per non finire annegato nel fiume interminato della vita e scrivo per poter leggere anche quello che gli altri non scrivono. Ma lo faccio anche per denaro, perché ricevere una mercede è (viviamo tutti nel 2014) il solo modo per essere misurato e per misurarsi.

 

I tuoi romanzi, come nasce l’idea?

Le idee nascono tutte nell’unico modo che l’universo ci ha concesso. Per caso o per rivelazione. Ma non avendo mai visto l’apparizione di una Madonna mi sono sempre accontentato del caso. Altri autori presiedono alle mie idee arbitrarie. Sono loro i garanti della bontà di ciò che faccio (poco) e i colpevoli di tutto il resto (molto). Questi scrittori, che hanno ravvivato la letteratura (e dunque la storia), hanno nomi che mi vergogno a ripetere, ma che riempiono pagine e pagine di ogni coscienziosa enciclopedia. Borges, Cervantes, Calvino, Hemingwai, Dumas, Novalis, Joyce, Quevedo, Vasquez Montalban, Saramago, Bufalino. Mi pesa dovermi fermare, intuisco il torto che sto facendo ad altri, ma lo spazio di un’intervista ha dei confini.

Dove scrivi? Hai un “luogo del cuore” dove trovi ispirazione?

Ho un luogo del capriccio e dell’ossessione, ma il “cuore” non c’entra. Scrivo nel mio studio e lì soltanto. Con il lap top in un punto preciso in relazione alla fonte luminosa. L’ispirazione invece la trovo ovunque tranne nel posto dove scrivo.

Preferisci il silenzio o ami musica di sottofondo?

Me l’hanno chiesto cento volte e non ho mai saputo rispondere, perché quando scrivo mi si chiudono le orecchie e ogni rumore, ogni suono, mi è indifferente.

“Si chiamava Nina” è la tua ultima fatica. Dove hai trovato spunto? È autobiografico? Quanto prendi in prestito dalla realtà e quanto è frutto di mera fantasia? Come delinei i personaggi? Segui una scaletta o ti fai guidare dalla storia?

Tutto ciò che scrivo non posso definirlo “fatica”, nemmeno come figura retorica. Scrivere è un momento di sconfinato piacere. Una medicina dolce con la quale curo colui che suppongo di essere. Per quest’ultima “medicina” lo spunto me l’ha regalato una fotografia. Un giorno (ecco che torniamo al caso) ho incontrato in internet la foto di una ragazza. Una ragazza in un certo modo, con certi capelli e con certi occhi. Una ragazza seduta sugli scalini di una casa, in un giardino di foglie morte, con un orsacchiotto in mano e una vecchia valigia accanto. Mi è sembrata la ragazza adatta a finire tra le mani grasse e unte del male. L’ho immediatamente uccisa, soffocata e ho affidato la ricerca del suo assassino a uno dei miei personaggi seriali, il commissario Francesco Barra, l’Acchiappatore. Inutile dire che lui lo ha trovato. Ovviamente di autobiografico, in un caso come questo, ci sono solo i ricordi di storie ascoltate da bambino (si svolge nel 1939). Per altro, tutto ciò che scrivo mescola subdolamente realtà esatte e esatte fantasie. Senza istruzioni per l’uso. Per esempio posso descrivere, con assoluta fedeltà, tutti i negozi di una certa strada, ma in mezzo a tutti quelli veri ne posso infilare uno inventato. Per i personaggi poi lascio a loro il compito di farsi vivi. Non sono un autore dispotico e nemmeno un sacerdote ebraico capace di segnare la fronte del Golem. Se per esempio scrivo che il personaggio A è un uomo sposato, è implicito che a un certo punto, apparirà una moglie. Non la pretendo io, è un fatto oggettivo. D’altro canto non sono capace di scrivere nulla con l’uso della scaletta. Vorrei poterlo fare, mi semplificherebbe non poco il lavoro, ma proprio non sono in grado. Dunque tutto quello che posso decidere è ruotare la chiave nel quadro di accensione e ingranare la prima marcia. Il resto è tutto onere e onore dei personaggi.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nella stesura di un romanzo?

Ricordarmi, verso la pagina 200, che cosa è successo fino a quel momento.

E del rapporto con editore ed editor che cosa puoi dirci.

Io ho vissuto, come scrittore, un’esperienza felice. Un giorno ho scritto un romanzo, l’ho inviato al premio Tedeschi e ho vinto. Il romanzo è stato pubblicato e la Mondadori mi ha proposto un contratto decennale. Il discorso editore, per adesso, può considerarsi chiuso qui. Con gli editor le cose sono sempre andate in modo altrettanto liscio. Qualche volta (ma è capitato raramente) ho dovuto discutere del mio metodo di punteggiatura (utilizzo soltanto le virgole e i punti), ma roba di poco conto.

Hai altri progetti in fieri?

Questa è una domanda che mi strappa un sorriso. In questo momento (uscita 22 aprile) sono in campo con “Si chiamava Nina”, al quale seguirà (sempre in eBook e sempre con lo stesso protagonista) “Né triste, né allegro” (ai primi di luglio) e “Cecafumo” subito dopo. Sempre ai primi di luglio uscirà, per il Giallo Mondadori, “Cardosa e i fantasmi del mare”. Sto scrivendo molte altre cose. Gialle e di altri colori. Per ciò che potrebbe interessare gli amanti del giallo e della cucina posso dire che sto preparando un libro di indagini risolte in cucina. Il mio problema non sono i progetti, il problema è che sono troppi.

E se ti proponessero una sceneggiatura per un film? Saresti d’accordo o ritieni che i tuoi romanzi soffrirebbero nella trasposizione cinematografica?

Scrivo, in pratica, solo sceneggiature. Spesso mi viene rimproverato proprio questo, mi si dice che esagero nel rendere quello che scrivo una sceneggiatura. Probabilmente una lunga, passata militanza nel cinema e in televisione mi è rimasta incollata. Credo inoltre che tutto ciò che scrivo possa solo essere migliorato dalla trasposizioni filmica.

Descriviti come lettore. Quali libri compri? Hai un genere preferito o spazi a seconda del momento, dello stato d’animo? E se devi regalarlo, un libro come lo scegli?

Non sono un grande lettore, piuttosto un paranoico rilettore. Non ci sono molti autori attuali che amo, pertanto preferisco rileggere quelli già letti. Possiedo, con un certo orgoglio più di dodicimila libri e non smetto mai di comprarne di nuovi. Molti libri che acquisto, forse, non li leggerò mai, ma voglio possederli. Voglio sapere che in ogni momento potrei consultarli. Non conosco il termine “genere”, conosco gli autori. Quando un autore mi piace compro tutto quello che ha scritto e, di alcuni, tutto in tutte le edizioni e in molte lingue diverse. Ad esempio ho una trentina di edizioni diverse de “I tre moschettieri”, in italiano, in francese, in spagnolo, in portoghese, in inglese. La mie librerie sono suddivise per autori. Tabucchi, Bufalino, Eco, Borges, Montalban, Izzo, Proust, Saramago e così via. Non regalo mai un libro, nemmeno se l’ho scritto io. Se dovessi farlo regalerei “La vita istruzioni per l’uso” di Perec, supponendo che chiunque già possieda “I tre moschettieri”.

Un consiglio a un esordiente che ha la sua storia nel cassetto e non ha trovato ancora nessun editore interessato a pubblicarla?

A parte il fatto che sconsiglio sempre di scrivere e consiglio di leggere, nemmeno Proust è stato pubblicato da sconosciuto. Il mio consiglio è partecipare ai concorsi per inediti. Dapprima con dei racconti di modeste dimensioni e poi con lavori sempre più impegnativi. Oggi, se non si ottengono vittorie nei concorsi è pressoché impossibile farsi pubblicare. E oltre tutto, partecipare a dieci, venti, trenta concorsi e non entrare mai in finale, è un ottimo metro per misurare le proprie possibilità di successo. Al contrario, dopo due o tre vittorie, si può cominciare a crederci e, in ogni caso, si comincia a disporre di un curriculum.

Un autore (o più) che costituisce per te un benchmark. E perché? Se ti va, ponigli il quesito che da tempo hai in mente. Magari è tra i lettori del blog.

La domanda contiene un termine proprio del marketing (benchmark) che mi è piuttosto familiare (insegnare marketing è stato per trent’anni il mio lavoro). I parametri di riferimento sono però più attinenti all’aspetto editoriale che non a quello letterario. Oggi, in Italia, se dovessi scegliere dei riferimenti in senso letterario stretto, potrei riferirmi soltanto ad Andrea Pinketts e ad Aldo Busi. Gli unici autori capaci di scrivere saltando i margini imposti dal conformismo editoriale. Quesiti per loro, sinceramente non ne ho, sono amici (soprattutto Pinketts) e le domande credo ormai di avergliele fatte tutte. Forse potrei aggiungere un terzo, noto più come regista che come scrittore, ma che ritengo geniale in entrambi gli esercizi. Paolo Sorrentino. Per lui una sola domanda. Chi saresti oggi se fossi nato a New York?

Quale suo libro consiglieresti ai nostri lettori?

Lasciando da parte Busi, che per essere letto implica un formato enciclopedico mentale un po’ troppo complesso per essere consigliato, di Pinketts consiglio caldamente “Il senso della frase” e di Sorrentino quello che capita, basta che parli di Toni Pagoda.

Donaci una citazione e una ricetta.

Per la citazione ripeterò quella di “Manolo” che è così adatta a questo blog. “Non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare, ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare…”

Per la ricetta voglio offrire ai lettori una piccola storia raccontata direttamente da Leonardo Cardosa.

Couscous

Ai tempi del caso Corcelli ne ho preparato uno improvvisato e privo della necessaria tranquillità. Per fortuna la dolcissima Rosita, l’antropologa barbona, mi venne in soccorso. Tutto sommato, oggi lo posso dire, non era male. Il couscous, ma anche lei.

Non che io sia un fanatico delle regole sacre. Non le ho mai sopportate, nemmeno dove tutti gli altri le pretendono. Certo è che nel couscous ne ho sempre fatto allegramente a meno. Lo tratto come se fosse chissà che cosa. Tutto meno che un cibo arcaico costruito dalla sapienza del gesto.

Un pomeriggio di marzo – proprio marzo, con il cielo a pezzi celesti e bianchi – entrai in casa di Fasal Kuabii. Allora non mi interessavo ancora di morti. Dirigevo il commissariato di via Lepetit, quartiere Prenestino e limitrofi. La soffiata era vaga. Forse, Fasal il libanese, tiene in casa un microfilm. Affari suoi risposi probabilmente io. Ma andai. Andai con una squadra e mentre loro frugavano dappertutto io rimasi in cucina a parlare con Fasal. Lo conoscevo da un paio d’anni, era un brav’uomo. Mentre parlavamo, la moglie continuava a mescolare con le dita i grani di couscous, per separarli, alla maniera marocchina. Armeggiava senza fermarsi in un un’enorme zuppiera. Poi i ragazzi mi dissero che non avevano trovato nulla e fu in quel momento che guardai l’orologio. Trenta minuti sono davvero troppi per separare i grani del couscous. Infilai una mano nella zuppiera e la ritrassi stringendo un microfilm. Ma ormai la voglia mi era entrata dentro e appena fui a casa mi misi a lavoro. Così, come capitava. Un barattolo di ceci, un cetriolo, un paio di pomodori tagliati a pezzetti, basilico, olio del frantoio, sale e tanto Tabasco. E naturalmente, il couscous. Qualcuno dirà che sono un cannibale e un eretico. Io mangiai di gusto e annaffiai tutto con due buone birre. Sulla terrazza. E mentre mangiavo guardavo la scatoletta con il microfilm, posata sul bordi di un vaso di ortensie.

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