Oggi parliamo con… Antonio Magrì

L’ospite di oggi è Antonio Magrì, di cui abbiamo recensito l’ebook “Scrivere Uccide”. Leggiamo come si racconta nell’intervista rilasciata ad Elio Freda

 

Benvenuto a Giallo&Cucina. Un caffè? Un aperitivo?

Grazie a te Elio. Beh, né l’uno né l’altro, bensì una bella granita di caffè, con panna sotto e sopra ed una brioche con coppola, il tutto rigorosamente made in Taormina, questa sì, l’accetto molto volentieri.

Come di consueto, ti preghiamo di presentarti al pubblico. Chi è e perché scrive Antonio Magrì?

Da qualche giorno vado per gli anta, per il resto, come la maggioranza degli italiani di mezza età, dopo essermi laureato (a Bologna – ci tengo a dirlo), aver fatto per quasi dieci anni il giornalista ed altre cose, oggi sono a spasso. Anzi, mi guadagno da vivere facendo doposcuola. Il che mi va bene, anche perché mi mantengo giovane e faccio ciò che più mi piace, ovvero tengo la mia mente sempre in allenamento con i libri. Questo, a sua volta, si sposa con la mia modesta attività di scrittore. Io paragono il mio desiderio di scrivere a quello dei più piccoli di giocare a calcio. E come loro, anche io lo faccio sia perché mi piace, sia perché da grande vorrei diventare qualcuno. Ma, naturalmente, come loro, continuerei a scrivere anche se non dovessi diventare un professionista riconosciuto. Del resto, credo solo di assecondare una coscienza. Anzi, ricordo che quando avevo sì e no 11 anni, mentre giocavo a calcio, mi allenavo e poi ancora quando ho rischiato di essere preso nelle giovanili del Bologna, c’era un’altra parte di me che era interessata a tutt’altro, a quelli che poi avrei scoperto essere gli oggetti di studio della semiotica: i segni. Mi piaceva guardare come le persone si “manipolassero”, “moralizzassero” tra di loro verbalmente e non-verbalmente, e così immagazzinavo qualcosa che poi mi sarebbe stato molto d’aiuto, per vivere e per scrivere.

Quando e come ha avuto origine la tua passione per la lettura? 

La mia passione per la lettura è nata quando cominciai ad andare al liceo. Ero, mi sentivo già un ragazzo culturalmente irrequieto, diverso. A tutti i miei coetanei interessava stare in comitiva, a parlare di motori, di feste, di capi firmati, di ragazze, a lavorare per conquistarsi queste cose. A me, invece, no. Io desideravo ardentemente confrontarmi con qualcuno che somigliasse a me. Non nascondo, perciò, di essermi rinchiuso in una solitudine che a volte mi ha fatto soffrire. Quando iniziai il liceo, poi, rimasi deluso. Alcune materie, o forse sarebbe meglio dire alcuni insegnanti, mi infastidivano da morire. Ritenni allora molto giustamente di dover alimentare la mia sete di conoscenza in un altro modo: fu allora che cominciai a prendere in prestito dalla biblioteca della scuola alcuni libri. Il primo fu Edgar Allan Poe. Fino a quando cominciai a non portarmi più nemmeno lo zaino. I miei testi di scuola diventarono alcuni grandi classici della letteratura e della poesia, e gli autori i miei migliori amici.

Come scegli i librida leggere?

Da allora i libri da leggere li scelgo ancora oggi in base alle storie che scriverei io.

Ascolti musica quando scrivi?

Non ascolto musica quando scrivo. E nemmeno quando leggo. Ciò non vuol dire che io non la senta. Tanto è vero che, almeno per quanto mi riguarda, trovo ingiusto che ogni libro non contenga, se non una colonna sonora, il tappeto musicale che comunque l’autore prova nel momento in cui scrive. Se così potesse essere, di certo io comporrei anche gli arrangiamenti dei miei libri, visto che ho pure studiato per farlo.

Qual è il tuo rapporto con la cucina?

Il mio rapporto con la cucina? Direi che è solo da qualche anno che mi interessa, nel senso che da quando mi sono sposato il cibo lo gusto, lo degusto, lo preparo e quindi me ne interesso. Prima il rapporto era addirittura conflittuale. Spesso cioè l’ho vissuto addirittura come una costrizione. Mia moglie è riuscita a farmi superare questo problema. Certo, soprattutto rispetto a lei, rimango un cuoco mediocre ed un gourmet di bocca buona, ma almeno sono in grado molto più di tanti altri di apprezzare l’artisticità della cucina.

“Scrivere Uccide”. Com’è nata l’idea?

“Scrivere uccide” nasce quando ancora dovevo finire il liceo. A furia di leggere i grandi classici di certa letteratura, un giorno anch’io elaborai qualcosa che mi sembrò da subito interessante. Ma in vent’anni l’ho scritto diverse volte senza mai arrivare a qualcosa che mi soddisfacesse. C’era, infatti, sempre una certa distanza tra la mia testa e le mie capacità tecniche. Per 20 anni, dunque, tra studi universitari e di diletto mi sono specializzato in letture che avessero come nucleo centrale la scrittura. Solo dopo tanto tempo, mi sono ritrovato un giorno a saper buttare giù “Scrivere uccide”. Infatti, adesso potrò pure avere successo con altre storie, ma “Scrivere uccide” per me rimarrà sempre il mio figlio prediletto. Il sottotitolo potrebbe essere “… ma anche leggere non scherza”, perché appunto è pure un omaggio agli scrittori che in esso ho citato e con cui mi sono confrontato.

Ti sei ispirato a qualche persona reale per la caratterizzazione del tuo protagonista o è solo un parto della tua fantasia?

Il protagonista, William (in onore di William Wilson, come pure della domanda che il nome porta in sé: Will I am?), è frutto della mia immaginazione, ma ad esso ho affibbiato le mie esperienze professionali. Non solo, a lui ho affidato quello che io definisco il mio manifesto sui temi di grande attualità, come la politica, la libertà di pensiero e di espressione, il fine-vita, l’etica, la filosofia, il destino, il Male.

Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate nella stesura della romanzo?

A questa domanda, credo di aver risposto prima.

 A chi e perché consiglieresti la lettura del tuo libro?

Più che altro non consiglierei la lettura del mio libro a quelli che da piccoli non hanno mai provato o desiderato almeno una volta l’ebbrezza di giocare da soli, solo per sé stessi, inventando storie sul momento, con regole apparentemente invisibili, manovrando a proprio piacimento cose tra le più disparate in grado di diventare eroi ed antagonisti.

Cosa puoi raccontarci a proposito della tua esperienza editoriale?

La mia esperienza editoriale fino ad oggi è stata senz’altro scadente, sia in termini di successo che soprattutto professionale. L’unica casa editrice con cui ho avuto a che fare per pubblicare un libro non era e non è una vera casa editrice, di quelle cioè che credono nell’autore che pubblicano e lo aiutano, lo sponsorizzano, lo migliorano.

Che tipo di lettore sei? Ci sono degli autori ai quali ti ispiri o che rappresentano per te un modello di riferimento?

Come credo di aver già risposto sopra, sono un lettore “forte”, non leggo tutto, proprio come non ascolto tutta la musica. Ciò che leggo spero sempre che risponda alle mie attese sull’argomento. E quindi ci sono sempre nuovi autori cui mi ispiro.

Come lettore, sei fermo alla carta o ami anche gli eBook?

Da qualche mese son passato al digitale. Ma solo perché ritengo sia più facile e veloce avere il libro che intendo leggere. I libri poi costano meno, il che non guasta affatto, anzi. Anche se, però, ancora alcuni libri che devo leggere non si trovano in formato ebook, e quindi li comprerò in cartaceo, senza che ciò mi provochi nostalgie o chissà cosa.

Hai altri progetti letterari in cantiere?

Ho in testa un romanzo storico, su un argomento ancora poco trattato, e di cui non voglio parlare.

Una domanda che non t’hanno mai fatto e alla quale, invece, vorresti rispondere?

Che cosa ne pensi della politica? Nulla, ma detesto i politici, di qualsiasi grado e colore. Non però per quello che dicono e non fanno, bensì in quanto tali. Se, per esempio, buttassero una bomba su Montecitorio, non mi farebbe né caldo né freddo, anzi continuerei ad evitarne notizie e quant’altro.

Un consiglio che daresti ad un esordiente?

Non pagare nessuno per farti pubblicare.

 A tua scelta: lasciaci con una citazione o con una ricetta!

Cotolette alla catanese: lasciate macerare per qualche ora – a vostro piacimento – la carne in del vino. Dopodiché, dopo averle asciugate un poco in della carta assorbente, impanate per bene, quindi rosolate quel tanto che basta in padella, in dell’olio di semi bollente. Buon appetito.

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