Oggi parliamo con… Laura Caputo

Il buon Alessandro Noseda è scatenato e con la scusa di intervistare gli autori, rimedia pranzi notevoli… L’ospite di oggi è Laura Caputo. Leggiamo cosa ci racconta!

 

Accomodati, Luca, siediti qui, al tavolo della cucina.
Ho intenzione di offrirti un caffé davvero napoletano. Perché devi sapere che, appena sono arrivata in Campania, la mia prima convinzione – ossia che le marche comunemente vendute al supermercato fossero degne del nome di caffè – ha cominciato a vacillare. Il caffè, gli inteditori veri (e danarosi, devo precisare) a Napoli lo comprano al Gambrinus, scegliendo, secondo il proprio gusto, l’origine del grano e la tostatura. Potrei tenerti una conferenza sull’argomento. No? Vabbé, la prossima volta.

Parlami di te, invece.

 

Parlare di sé è sempre un po’ difficile, per questo ho cercato di scantonare. Ora ci provo.
Come vedi sono una vecchia signora che va per i settanta. Sono stata giornalista, rectius cronista giudiziaria e inviata, per più di trent’anni, poi l’età, la salute… non sono capace di scrivere i pezzi guardando la TV e leggendo le ultime dell’ANSA, devo andare, guardare, ascoltare, toccare e poi scrivere.
Mi piacciono le inchieste, quelle che somigliano alle indagini per intenderci, che magari riesci a fare in doppio cieco con un p.m., senza intralciarlo e senza pretendere nulla.
Insomma, nel ’93 – dalla Francia dove avevo vissuto fino ad allora – decido di rientrare in Italia: ne approfitta dunque il mio editore per propormi un’inchiesta sulla camorra, in particolare chiedendomi la biografia di un noto boss, detenuto da molti anni, ma ancora temuto, amato e odiato in giro per la Campania. La biografia non sarà mai scritta perché davvero troppi sono gli ostacoli che sono sorti durante i tentativi di ricerca della verità storica.
Il romanzo-inchiesta che ne esce invece racconta come l’ho cercata e s’intitola Il Castello di San Michele, ma avrebbe dovuto intitolarsi Alice nel paese della camorra, tanto ero sprovveduta. Per me – che arrivavo direttamente dalla Francia – il concetto di mafia-camorra-‘ndrangheta era assimilabile a quello di criminalità organizzata, vedi clan dei Marsigliesi, dei Corsi, dei Lionesi per farti un esempio.

Qual è la differenza?

Oh, è presto detto. Enorme.
Criminali che si organizzano, insieme conseguono un utile illecito, lo dividono e si lasciano fino alla volta seguente fanno parte della criminalità organizzata. Infatti la loro appartenenza a un clan, in Italia come in Francia, non modifica la loro vita quotidiana, non crea legami indissolubili, non impone sottomissione costante e controllo del territorio. Si limita a qualche area particolare, a qualche ambito–serie di atti: traffico di droga, rapine, controllo dei night, dei casinò – non inquina costantemente il comportamento.
Ho intervistato Mémé Guérini, ultimo capo incontrastato del clan dei corsi, morto nel 1982. Aveva più di 70 anni, era appena uscito di prigione ed era – sembrava – una persona tranquilla, si era ritirato, E a parte una domestica e un ragazzotto che gli faceva da autista, accompagnatore e segretario, non comandava ormai su nessuno, tanto più che era stato in carcere vent’anni. Ecco, io credevo che il boss in questione fosse così.

Invece la camorra?

… scusa, ho divagato.
Dicevo, la camorra è altra cosa. Entra in ogni scelta, in ogni attività, in ogni rapporto, inquina i gesti più banali. I camorristi sono diversi, sempre. Quando comprano il pane, quando si sposano, quando vanno in vacanza, quando muoiono. Questo ho voluto spiegare. Che uno può essere camorrista senza commettere alcun reato, sorprendente, vero?
Dunque, come ti raccontavo, sono rimasta in questo paese della zona vesuviana per circa un mese e mezzo, ho incontrato i famigliari. La moglie che lo ha sposato quando lui era già ergastolano e che, con lui, non ha mai trascorso un solo minuto in intimità.
Ciò che più mi ha sorpreso è l’atteggiamento, in generale, delle donne di camorra e che, da donna e da madre, non riesco a capire.
Gli uomini sono per lo più detenuti, si stima circa al 82%. Come può la camorra continuare a funzionare? mi sono chiesta. Semplicissimo: le donne, che vanno a colloquio, trasmettono ordini, ripetono consigli, comunicano informazioni, diffondono interpretazioni. Semplicemente rappresentano all’esterno l’autorità del marito.
La moglie di un boss è temuta e rispettata esattamente come lo sarebbe lui, le si tributano gli stessi onori, le si offrono gli stessi doni. Insomma, la consorteria femminile riproduce esattamente la struttura camorrista. In tutta questa faccenda, ciò che più mi ha disturbato è che le donne sono anche madri. Allora generano figli che finiranno per lo più ammazzati o in galera. Lo sanno e lo accettano, in generale non si ribellano. Non ne hanno la forza. Sarà la mancanza di indipendenza, psicologica ma anche economica. Sarà che queste donne vivono discretamente senza lavorare. Forse, in futuro cambierà qualcosa, me lo auguro.
Se penso a Lisistrata, mi chiedo: “le donne di camorra sono di meno?”

Torniamo a te. Dunque vai in questo paese e poi?

E poi, dopo un po’ di tempo, visto che facevo troppe domande, mi hanno poco gentilmente costretto ad andarmene. E così termina Il Castello di San Michele.
Non termina invece la mia ricerca, ma nemmeno la mia narrazione.
Si era rotta la diga che conteneva tutta la rabbia e il disgusto che avevo taciuto per anni. Bisognava dunque che continuassi a scrivere.
Nasce così Il silenzio dell’Arcangelo.

Quindi anche questo è autobiografico?
Sì, anche questo, seguito de Il Castello, è un romanzo-inchiesta totalmente autobiografico. Ho cambiato nomi e qualche luogo ma i fatti che narro sono storicamente autentici, tanto che il Questore G. Gualtieri, riconoscendovi vicende e personaggi, ha accettato di scrivere qualche riga di prefazione.
Sono episodi che ho vissuto, gente che ho conosciuto personalmente e che forse non gradiranno la mia narrazione, ma ho pensato che potesse essere utile.
Racconto della ‘ndrangheta, di come fosse presente in Lombardia molto prima che se ne parlasse. Di come, in verità, sarebbe bastato comprare qualche giornale di vent’anni fa per scoprire una serie di maxi processi nella Milano di Mani Pulite, quelli a una Milano essenzialmente ‘ndranghetista e parallela, chissà perché contemporaneamente crollata nelle mani degli inquirenti.
Erano le prime maxi dai nomi fantasiosi: Isola felice, Wall Street, Fiori di San Vito. Tutto dimenticato, come mai?
Sì, è una domanda che mi faccio spesso: come mai le indagini di Mani Pulite che hanno, solo in apparenza, sancito la distruzione di un sistema di corruttele è avvenuto contemporaneamente alle prime grandi indagini circa le mafie in Lombardia? E’ una coincidenza oppure questo sincronismo ha un senso che nessuno vuole vedere?

Dunque tu scrivi, e poi?

Poi continuo a scrivere, so fare solo quello.
Con il pretesto di presentare i miei libri, vado anche in giro per l’Italia a promuovere incontri riguardanti la legalità.
Ho “adottato” una città campana, Castel Volturno, che credevo perduta per sempre e invece, coniugando le mie sporadiche presenze con la buona volontà di una locale associazione anticamorra, ho avuto la grandissima soddisfazione di rendermi conto che la gente ha soltanto bisogno di accertarsi che le Istituzioni ci sono, disponibili e presenti. Ho provato a fare da collante fra le diverse buone volontà, sembra che possa funzionare, anche se i problemi da risolvere sono numerosi.
Vado nelle scuole, gli studenti fanno molte domande, sono curiosi, attenti. Non ho ancora trovato un solo ragazzo disinteressato o annoiato. E, ciò che più mi piace, non hanno pregiudizi.
Tengo un corso di scrittura autobiografica, dove attualmente vivo, nella provincia di Modena terremotata e poi allagata. La gente ha bisogno di incontrarsi, di parlare di sé e di essere ascoltata, di non sentirsi sola. Poi, se ci pensi bene, la storia di ciascuno di noi è una minuscola tessera della Storia, sarebbe peccato che andasse persa.

Insomma, non ti fermi mai?

Certo che mi fermerò, non appena non avrò più nulla da dire. Sarò davvero vecchia, allora!
Scherzo, naturalmente.
Il mio hobby è la cucina, Mi piace preparare piatti che stupiscono, la pastiera a Parigi e la bouillabaisse a Modena, i tortellini a Napoli. La buona tavola è un posto straordinario per rilassarsi e per fare e ricevere confidenze, infatti nei miei libri ci sto un sacco di tempo.

Ti ho promesso una ricetta, stavo per dimenticare.
Ti scriverò quella della pastiera, un dolce che a Napoli per Pasqua non può assolutamente mancare. Sembra complicata, ma ti assicuro che non lo è.

Ingredienti
confezione da 1 kg. di pasta frolla surgelata
700 gr. di ricotta di pecora
400 gr. di grano lessato
600 gr. di zucchero
1 limone
250 gr. di canditi misti
100 gr. di latte
30 gr. di burro
5 uova intere + 2 tuorli
una bustina di vaniglia
un cucchiaio di acqua di fiori d’arancio

Preparazione

Fate scongelare la pasta frolla a temperatura ambiente.
Versate in una casseruola il grano cotto, il latte, il burro e la scorza grattugiata di 1 limone; lasciate cuocere per 10 minuti mescolando spesso finchè diventi crema.
Frullate a parte la ricotta, lo zucchero, 5 uova intere più 2 tuorli, una bustina di vaniglia, un cucchiaio di acqua di fiori d’arancio, e un pizzico di cannella (facoltativo)
Lavorare il tutto fino a rendere l’impasto molto sottile. Aggiungere i canditi tagliati a dadi. Amalgamare il tutto con il grano.
Prendete la pasta frolla scongelata e distendete l’impasto allo spessore di circa 1/2 cm con il mattarello e rivestite la teglia (c.a. 30 cm. di diametro) precedentemente imburrata, ritagliate la parte eccedente, ristendetela e ricavatene delle strisce.
Versate il composto di ricotta nella teglia, livellatelo, ripiegate verso l’interno i bordi della pasta e decorate con strisce formando una grata che pennellerete con un tuorlo sbattuto.
Infornate a 180 gradi per un’ora e mezzo finché la pastiera avrà preso un colore ambrato; lasciate raffreddare e, prima di servire, spolverizzate con zucchero a velo.
Meglio se preparata il giorno prima.

Vogliamo concludere con un piccolo estratto di un tuo libro?

Sì, sarà un po’ difficile trovarlo, ma ci proverò.
Eccolo. E’ a pagina 107 de Il silenzio dell’Arcangelo. E’ il primo consiglio che ricevetti quando cominciai a fare inchieste serie e che ispirò poi tutta la mia vita professionale:
…quando non piaci a nessuno, sei sicura di essere nel giusto, quindi mira a non essere lodata nell’immediato, a non essere gradita. Non cercare il plauso, fai onestamente il tuo lavoro.
Continuo a farlo.

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