Oggi parliamo con… Susanna Raule

Ospite della chiacchierata di oggi è la “mamma” del commissario Sensi, personaggio peculiare del panorama noir italiano. Andiamo a conosscerla meglio nell’intervista rilasciata ad Alessandro.

 

Intervista a Susanna Raule a cura di Alessandro Noseda

 

A: Ci racconti chi sei e perché leggi e scrivi? E soprattutto: non “campando” di scrittura (come il sottoscritto, ahimè…) come riesci a conciliare tante attività diverse in ventiquattr’ore?

S: Tendo a essere un po’ workaholic, per cui abbastanza bene. In realtà ultimamente esercito molto poco come psicoterapeuta e mi limito a fare la consulente. E non lascerei mai le traduzioni… mi piace troppo.

A: i tuoi romanzi, come nasce l’idea? L’ambientazione Spezzina è una caratteristica ricorrente. Ami tanto la tua terra?

S: In realtà non esattamente. Sono piuttosto critica nei confronti della mia città. Da un lato, fa parte della natura spezzina e ligure in generale, dall’altro, anche la critica è un segno di affetto, credo. Non credo che La Spezia sia un posto “speciale”. Lo è quanto ogni altra città, probabilmente. Ma è un posto che conosco così bene da poterlo rendere interessante per i lettori.

A: dove scrivi? Carta e penna o direttamente al p.c.?

S: Direttamente al PC. Anni fa ho commesso l’errore di scrivere delle cose a mano, mentre viaggiavo in treno. Ovviamente sono ancora su carta. Non avrò mai la pazienza di ricopiarle su Word e dato che la mia grafia è quel che è non posso nemmeno farlo fare a qualcun altro… mai più.

A: preferisci il silenzio o ami musica di sottofondo?

S: Mi piace avere come sfondo il rumore della città, se rimane, diciamo, relativamente discreto. Quando ascolto musica, ascolto solo musica. Insomma, non è una forma di riguardo per la scrittura, ma per la musica.

A: “Anatomia di uno statista” è la tua ultima fatica. Dove hai trovato spunto? Quanto prendi in prestito alla realtà e quanto è frutto della tua fervida fantasia? Come delinei i personaggi? Segui una scaletta o ti fai guidare dalla storia?

Per quanto strano possa sembrare, come lettrice sono sempre stata più attratta dalla fantascienza che dai gialli. Poi ho letto anche moltissimi gialli, è ovvio. Ho letto moltissimo di un po’ di tutto, con la bulimia tipica di noi lettori “forti”. Ho usato “Anatomia di uno statista” per fare delle riflessioni che in un giallo non avrei potuto fare o che avrei dovuto inserire in modo più mediato. Considerazioni sulla percezione e sulla manipolazione, oltre che sull’inevitabile opacità del potere. Ed è un libro politico, è chiaro. È un libro politico che suggerisce con una certa preoccupazione che il punto focale della politica sia la percezione. Lo faccio attraverso una falsa biografia che è anche un romanzo, che è anche un romanzo di fantapolitica, che è anche un thriller, in un certo senso. Ma a volte i libri ti vengono così: complicati.

Riguardo ai personaggi… li creo dal nulla, è ovvio, e poi crescono nella mia mente come persone, stratificandosi, diventando più complesse e conflittuali. Quando ho creato Romanoff sapevo che sarebbe stato un personaggio a sangue freddo, antipatico, difficile da comprendere. Mentre scrivevo di lui mi sono resa conto che non era solo questo, che, per esempio, aveva una sua sofferta forma di spiritualità. La forma della sua spiritualità è ovviamente agghiacciante, ma questo non significa che non la possegga. Allo stesso modo, Sensi è diventato più complesso e reale man mano che ne scrivevo. Succede sempre così: lo scrittore sa molte più cose sul personaggio del lettore, ma anche lo scrittore ne scopre sempre nuovi aspetti e questo va a influire sul personaggio stesso, sulla sua evoluzione.

Quando scrivo gialli, non scrivo mai una scaletta… forse dovrei! In realtà voglio scoprire anch’io chi è il colpevole, quindi quando inizio a scrivere non so neanche quello. Lo scopro solo più avanti, diciamo. Per scrivere “Anatomia di uno statista”, invece, ho avuto bisogno di una cronologia sahariana con tutti gli avvenimenti politici importanti. La aggiornavo intanto che scrivevo.

A: Quanto ti sono utili il tuo curriculum studiorum e la professione “reale” nell’approfondire la psicologia dei protagonisti?

S: Non mi sono utili la professione o le nozioni tecniche, mi è utile lo sguardo, diciamo. Come psicologa, come terapeuta, guardi le cose da diversi punti di vista, per te diventa un’abitudine. Osservi in modo partecipe. Ti alleni a non emettere giudizi e questo ti permette di vedere più cose e di accedere a più significati. Non è di certo una prerogativa degli psicologi. Credo che ci siano molte persone che lo fanno in modo istintivo, senza training. Gli psicologi lo fanno in modo più sistematico e deliberato.

A: Quali sono state le maggiori difficoltà nella stesura del romanzo?

S: Sono difficoltà diverse per ogni romanzo. Nel prossimo “Sensi”, “L’architettura segreta del mondo” la difficoltà è stata trovare il tema. Perché, ovviamente, ogni libro ha un tema portante, oltre che una trama. Ne “L’architettura segreta del mondo” il tema era chiarissimo, ma per qualche motivo io non lo vedevo. O meglio, so anche il motivo: era sgradevole e triste, mentre io volevo scrivere un libro allegro e divertente. Il tema era quello della violenza sulle donne. Quando l’ho scritto non si parlava ancora molto di femminicidio, ma è come se fosse già stato nell’aria, no? E in realtà “L’architettura segreta del mondo” non parla di femminicidio, infatti. Parla, però, di violenza sulle donne e cerca di farlo con tutta la delicatezza possibile, ma anche senza edulcorare nulla. Alcune parti sono piuttosto disturbanti – comunque lo sono state per me. Ho compensato con una razione extra di ironia in altre parti.

A: e del rapporto con Editor ed Editore cosa puoi dirci?

S: Che ho avuto fortuna. Molta, moltissima fortuna. La mia editor è telepatica. Cioè, deve esserlo per forza, non ci sono altre spiegazioni. È piuttosto comodo, in effetti. Io non devo fare praticamente niente. Le consegno il romanzo e lei mi legge nel pensiero quali sono le parti che non mi convincono; poi suggerisce delle linee di intervento che sono quelle che avrei pensato io se avessi avuto le idee più chiare, e poi io metto a posto tutto.
Scherzi a parte, sono fortunata davvero a lavorare con una professionista pazzesca come Serena Daniele. Pazzesca e pure pazza, ma non tutto si può avere!

A: il commissario Sensi è il protagonista dei tuoi gialli. Com’è nata l’idea?  Come mai hai pensato ad un personaggio maschile e non ad una poliziotta? C’è un titolo a cui sei particolarmente affezionato o non hai figli prediletti?

S: Naa, non te lo dirò mai.

Venendo a Sensi… io credo che distinguere tra personaggi maschili e femminili sia un po’ privo di senso. I tuoi personaggi sono comunque… te. Una parte di te. Una parte che magari solitamente non agisci, ma comunque una tua parte. Il lavoro di scrittura è un lavoro proiettivo per eccellenza e noi tutti abbiamo parti maschili e parti femminili. Se vuoi, Sensi rappresenta la mia parte adolescenziale che è ancora viva e che non ha nessuna intenzione di scomparire. Una parte iconoclasta, provocatoria e anche sexy, ma nel contempo immatura e talvolta inconsapevolmente crudele.
E comunque una poliziotta c’è: l’ispettrice Riu. È uno dei miei personaggi preferiti.

A: hai altri progetti in cantiere? Sempre con Ermanno?

S: Come dicevo, il prossimo romanzo sta per uscire. Si chiamerà “L’architettura segreta del mondo” e non c’entra assolutamente nulla con l’architettura. Ti lascio il rivolto:

“Se una turista inglese muore affogata in un metro scarso d’acqua, davanti a qualche centinaio di bagnanti, senza alzare nemmeno uno spruzzo, si tratta di omicidio? Stranamente è quello che sostiene il commissario Sensi, che per una volta sembra ansioso di seguire un’indagine, forse solo per dimenticare tutte le sue sfortune. Così, quando dopo la turista muore misteriosamente anche suo marito, i colleghi non si stupiscono davvero. Il commissario e i suoi uomini si trovano a inseguire la verità tra la Liguria, l’Inghilterra e la Sicilia, in un crescendo di colpi di scena tutt’altro che gradevoli. E mentre la sua vita assomiglia ogni giorno di più a quella di un poliziotto da film d’azione americano, Sensi di vita ne sogna un’altra, in cui il male, molto semplicemente, è lui.”

A: e se ti proponessero una sceneggiatura per un film? saresti d’accordo o ritieni che il tuo commissario perderebbe profondità?

S: Be’, sai, dipenderebbe anche dal tipo di progetto. Ma in linea generale, a chi non piacerebbe?

A: descriviti come lettrice? Quali libri compri? Hai un genere preferito o spazi a seconda del momento, dello stato d’animo? E sedevi regalarlo un libro come scegli?

S: Spazio moltissimo. Passo dalla letteratura di genere, a quella non di genere, alla saggistica… Amo le biografie, se sono scritte bene. Leggo articoli sulle ricerche neuroscientifiche che mi interessano. Leggo i giornali online, se possibile di diversi orientamenti politici, e ogni tanto qualche rivista femminile. Ovviamente leggo tutti i fumetti che traduco, ma poi ne leggo anche altri. Se regalo un libro cerco di regalarne uno giusto per te, ma che sia piaciuto anche a me…

A: un consiglio ad un esordiente che ha la sua storia nel cassetto e non ha trovato ancora nessun editore interessato a pubblicarla?

S: Del tutto onestamente, di non focalizzarsi sulla pubblicazione. Uno scrive per il piacere di farlo, perché ne ha bisogno, perché è quello che fa, semplicemente. Se lo fa bene, un editore lo trova. Ma quello che forse alcuni esordienti non hanno chiaro è che farlo “bene” non significa semplicemente avere una bella prosa o una trama avvicente. Farlo “bene” significa anche scrivere di qualcosa che possa interessare a molte persone, scrivere qualcosa di originale e, sì, anche di commerciale, inteso nel senso più vasto del termine. Se quello che hai scritto non ha queste caratteristiche, prendilo come un regalo che stai facendo a te stesso.

A: ti piace presentare i tuoi libri al pubblico? Una domanda che non ti hanno mai fatto (e a cui avresti voluto rispondere) ed una che t’ha messo in difficoltà?

S: Dipende. Di solito mi piace, ma se ho troppe presentazioni nello stesso periodo tende a diventare un’attività un po’ troppo ripetitiva. In realtà sono stata piuttosto fortunata e ho avuto dei presentatori molto acuti e attenti, per lo più, quindi non posso dire che mi manchi chissà quale domanda. Poi c’è sempre qualcosa che resta fuori, ma è inevitabile. E le domande difficili sono le mie preferite. Quando il tuo interlocutore riesce a metterti in difficoltà è il momento migliore. Ma per lo più non ci riescono. In fondo l’ho scritta io, quella roba… sono piuttosto preparata in merito.

A: Un autore (o più) che costituisce per te un benchmark. E perché? Se ti va, ponigli il quesito che da tempo hai in mente! magari è tra i lettori del Blog!

S: Difficile. Il mio autore feticcio è Michail Bulgakov. E ti sembrerà strano, ma se fosse vivo non credo che avrei qualche domanda da fargli, per il semplice motivo che qualsiasi cosa dicesse per me sarebbe inestimabile. Credo che mi piacerebbe sedermi e ascoltarlo parlare. In un certo senso è quello che facciamo quando leggiamo i suoi libri. Poi, ovviamente, ho molti altri autori “preferiti”, anche se non “così” preferiti. DeLillo, Roth… che sono un po’ i classici contemporanei, ma che sono anche bravi da togliere il fiato, no? Ma se vuoi un autore giovane e italiano, mi piace come scrive Marco Bosonetto. Se vuoi un’italiana incredibilmente duttile e colta, ecco Nicoletta Vallorani.

A: quale suo libro consiglieresti ai nostri lettori?

S: “Il maestro e Margherita” per tutta la vita. Ogni volta che lo leggi ci trovi qualcosa di nuovo e inestimabile. E un gatto, non dimentichiamo il gatto Behemoth.

A: e prima di metterci a tavola, come consuetudine di Giallo e Cucina, ti chiediamo di chiudere con una ricetta ed una citazione! E grazie ancora per la cortese accoglienza!

S: La ricetta è praticamente una di quelle di sopravvivenza, ma per sopravvivere con un certo apporto calorico! Per farla ti serve un microonde e una mug di quelle alte. In realtà meglio due, perché se no devi usare solo mezzo uovo e… insomma, se hai un partner, la fai anche per lui, se no ne mangi due tu per consolarti.

Gli ingredienti sarebbero questi:

1 uovo |4 cucchiai di farina 00 |4 cucchiai di zucchero finissimo |2 cucchiai di cacao |4 cucchiai di latte (va bene anche quello HD o Zymil) |2 cucchiai di margarina o 3 di olio di semi (ma meglio la margarina, secondo me) |Vanillina (se ce l’hai in casa)

Sbatti l’uovo insieme allo zucchero, poi aggiungi la farina e il latte e mescoli cercando di non fare grumi. Se hai delle fruste abbastanza solide al limite puoi usare anche quelle. Poi aggiungi anche il cacao e mescoli. Come al solito occhio ai grumi. Poi, se ce l’hai puoi mettere un po’ di vanillina, ma senza esagerare. Versi in due tazze e metti ogni tazza nel microonde per un minuto e mezzo alla massima potenza. Puoi anche mettere tutto insieme per tre minuti. Considera che il composto cresce di più del doppio, quindi se ne fai una tazza rasa succede un casino (provato). Ogni tazza dev’essere mezza vuota. Alla fine, se vuoi, puoi dare una spolverata di zucchero a velo.

 

E ora la citazione, che trovo molto appropriata a questo periodo storico:

 

“C’è un culto dell’ignoranza negli Stati Uniti, e c’è sempre stato. Lo sforzo dell’anti-intellettualismo è stato una traccia costante che si è spinta nella nostra vita politica e culturale, alimentata dalla falsa nozione che la democrazia significhi che “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”. (Isaac Asimov)”

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